“S.Valentino”, la festa degli innamorati, la festa della felicità. Come riescono ad essere felici gli altri? Distogliendo lo sguardo dal dolore e la protagonista lo impara da piccola grazie ad un vecchio apprendimento: “allontanarlo fu un altro dei miei stratagemmi per negarmi la vita, una raffinata forma di dissipazione da me”, per lei, però, non fu funzionale e così cambiò vita, cambiò nome, e diventò Anais.

Il nuovo nome

“Anais è il nome di chi anela il mare e non lo teme” e Anais cercò la felicità in un incontro d’anime, mendicava affetto. “Fingevo solo per il bisogno di avere qualcuno al mio fianco e di bisogno infatti morivo, mi esercitavo nel continuo apprendistato della sua volontà per soddisfarne i desideri e addirittura prevenirli. Facevo di tutto per non dover affrontare la spaventosa punizione dell’abbandono”.  Anche questo tentativo fallì così si impose il movimento, i viaggi. Viaggi intrapresi con furore iniziatico ma niente,  neppure questo stratagemma funzionava.

“Mi sono addestrata alla fuga, non so fare altro, forse la felicità è solo degli altri, d’un altro tempo, d’un’altra vita e a noi non è possibile che recitarla come viene viene…”

Di quale felicità si parla?

L’importante comunque è darsene l’aria. Ma di quale felicità parliamo? Quella di là da venire, la felicità degli altri, dato che a ben guardare, la vita della protagonista è percorsa da un profondo sentimento di tristezza da nascondere quanto più è possibile. Al cuore del sintomo un forte senso di solitudine, proprio nella società che erige altari al contatto e alla comunicazione, e intanto muore di frammentazione e di isolamento. La protagonista scopre comunque anche i social network che realizzavano “l’esse est percipi”: “finalmente percepita venivo riconosciuta, approvata. Lo sguardo dell’altro non era mai stato così benevolo: bastava un post per essere qualcosa. Ma bastò un niente per smontare anche questa fragile esistenza virtuale.

Il richiamo a Borges

La vicenda comincia in medias res, a Venezia, dove Cloe, nuovo nome della protagonista, conosce un uomo particolarissimo e solitario, un’anima in pena, ombra di un’anima egli stesso, che nella storia compare col nome di “professor T.” Costui nella città lagunare tiene un corso interessante, “Estetica dell’ombra”.
Il richiamo a Borges, L’“Elogio dell’ombra” è palese, e, forse anche al libro di Tanizaki, “Il libro d’ombra” Il professore e Cloe sono due mendicanti dell’amore .“Non la luce, Cloe. Caravaggio dipingeva l’ombra, il buio.

Conosceva il luogo oscuro. Ciò spiega la presenza copiosa di materia organica suppurante nei suoi dipinti. Si sporcava le mani con la vita vera, quella che gli altri non vedono perché disturba.” La luce di Caravaggio,“ la luce su cui noi ci soffermiamo per indicarne il genio, è un bianco che si afferma per contrasto: se non ci fosse ombra, non lo vedremmo”.

La felicità nella luce

Ecco spiegata allora la chiave di lettura del libro: gli altri cercano la felicità nella luce, evitando le ombre, cercano la felicità nella trasparenza della gioia, si stordiscono di luci abbaglianti per non vedere… ma chi insegna estetica dell’ombra conosce la bellezza delle ombre, conosce la loro complementarietà alla luce, sa che la realtà non è mai bianca o nera ma che si può cercare di comprendere solo inserendo nella comprensione anche l’ombra, il buio, il dolore, un dolore che Cloe non vuole metabolizzare ma attraversare. Istruita dal professore, la protagonista, nel suo processo di anastilosi affettiva, non si limita a ricercare coordinate che rimandino alla rassicurante certezza di presenze, luoghi, persone.

Al contrario, l’attenzione si volge a fotografare un’assenza, investigata lungo pagine grondanti silenzio intrise fino all’inverosimile dell’angoscia di chi stringe tra le mani i cocci del proprio passato, di chi sa che ciò che residua ai propri passi rimarrà sepolto sotto cumuli di reticenze e che la felicità rimarrà sempre e soltanto appannaggio degli altri.

La felicità degli altri

La felicità degli altri è allora un ponte tibetano gettato tra il ripiegamento intimista dei vinti e la tensione scopritrice di chi, nonostante tutto, non rinuncia all’ardire di (ri)scoprirsi vivo, di spiccare una capriola al rallentatore dei ricordi per svincolarsi dall’inania di un tempo sospeso nel quale è impossibile posare il capo. La prosa si dipana alternando tratti dichiaratamente involuti, intessuti di un’ampia distesa di riflessioni filosofiche, ad altri di raffinato lirismo rievocativo, riuscendo nella mimesi allucinata dello stream of consciousness. Sul piano lessicale spicca per singolarissima capacità di evocare universi semantici collaterali sottesi a parole dalla comune accezione, frutto raro di una pregevole capacità di selezione e sublimazione specchio del processo di riconoscimento e di accoglienza che porta l’autrice ad imparare a non aver paura del buio, a non farsi ingannare dalle false lanterne perché non sempre il chiarore indica la strada.

Le ombre

Abbiamo i sensi irritati dalla luce, accecati da fonti luminose rifuggiamo l’oscurità come se temessimo di venirne risucchiati. Formiamo delle ombre, i nostri corpi generano ombre che ci camminano a fianco, come buoni amici, amici di cui fidarsi. Perché le maltrattiamo? “Nascondiamo la nostra debolezza, e rifuggiamo da quella degli altri per non esserne contagiati. Ma sono le nostre ombre ad esserne indebolite, per la fatica di proteggerci. Bisognerebbe averne riguardo, trattarle con gentilezza. Cercare il luogo oscuro dove riparano. Non giudicare”

Autore: Carmen Pellegrino
Titolo: “La felicità degli altri”
Editore: La nave di Teseo
pagg. 239
Prezzo 18 Euro

L’autrice

Carmen Pellegrino ha scritto saggi di storia e racconti. Il suo romanzo d’esordio, Cade la terra (Giunti 2015), ha vinto il Premio Rapallo Carige opera prima e il Premio Selezione Campiello. “La felicità degli altri”(La Nave di Teseo 2021). Finalista Premio Campiello 2021 – Libro candidato da Alessandra Tedesco al Premio Strega 2021

Anna Maria Laurano
anna maria laurano@libero.it