CARTA CANTA
Vita, trent’anni di giornalismo che cambia il sociale
Dalla scommessa visionaria di Riccardo Bonacina alle sfide del Terzo settore: il direttore di Vita Stefano Arduini racconta un’esperienza editoriale unica che ha saputo anticipare i tempi, influenzare le politiche e dare voce all’impegno civile
a cura di Lanfranco Norcini Pala
Direttore de La Vita Picena
Da più di trent’anni Vita è un riferimento per il mondo del Terzo settore, dell’innovazione sociale e dell’attivismo civico. L’avventura editoriale, nata nel 1994 su iniziativa di Riccardo Bonacina e dall’alleanza fra alcuni giornalisti e un gruppo di organizzazioni sociali, rappresenta ancora un’esperienza editoriale unica non solo in Italia ma anche in Europa.
Direttore di Vita magazine e Vita.it dal 2018 è Stefano Arduini, milanese, classe 1974, per diversi anni caporedattore centrale della testata del non profit.
Comincerei parlando di come nasce Vita, quando, 31 anni fa, Bonacina scommette sul Terzo settore, che a quel tempo era una sorta di mistero buffo…
Il primo numero di Vita, che allora era settimanale, esce in edicola il 27 ottobre 1994. Nasce su un’intuizione che oggi, 31 anni dopo, possiamo dire molto felice, visionaria, di Riccardo Bonacina, che a quel tempo era un giornalista televisivo della trasmissione “Il coraggio di vivere” su Rai 2, dove aveva portato al grande pubblico tutto un mondo che esisteva nella società ma non esisteva nel racconto pubblico, cioè il mondo che oggi definiamo del Terzo settore.
Riccardo prova a fare questa grande sfida avendo non solo un’intuizione giornalistica ma anche creando un modello di governance assolutamente unico: un giornale che nasce come Spa ma per statuto non può distribuire utili, in cui l’azionariato di maggioranza deve essere detenuto da soggetti del Terzo settore.
Dalla prima decina di organizzazioni che risposero all’appello, siamo oggi a oltre 70 organizzazioni aderenti, che costituiscono il Comitato editoriale, l’organo a cui il direttore di Vita deve riferirsi e con cui deve dialogare per costruire la linea editoriale del giornale.
Oggi è cambiato il mondo della comunicazione, è cambiato il Terzo settore, ma quella intuizione lì, quel nocciolo generativo lì, anima ancora oggi quello che è Vita. Oggi Vita è un mensile, ma è anche un quotidiano online, Vita.it; facciamo anche podcast, facciamo book digitali e facciamo racconto sociale con tutte quelle tecnologie di una società editoriale moderna, però con l’idea di rimanere radicati e avere contatti sempre diversi col mondo di chi decide di vivere la sua vita guardando al prossimo in termini di inclusione, solidarietà, cooperazione.
In tutti questi anni e anche nelle tante evoluzioni di questa esperienza, anche quando Vita era solo giornale, non ha mai solo “raccontato”: ha anche fatto da apripista su tanti temi. Penso all’impresa sociale…
Tocchi un aspetto fondamentale. Se penso al tema dell’impresa sociale, chi meglio di Vita ha aperto frontiere di riflessione, di approfondimento dei profili su cui ci si poteva muovere e che potevano essere interessanti per restare fedeli a una dimensione del Terzo settore? Io nasco come allievo di Riccardo e di Giuseppe Frangi, ho fatto il mio cammino dentro Vita, poi nel 2018 sono diventato direttore. Questa cosa qua io ce l’avevo ben chiara allora ed è ancora più chiara oggi. Magari nel ’94 c’era un aspetto di guizzo, di novità, anche a proporre un racconto sociale con alcune fonti che non esistevano nello storytelling pubblico. Oggi dobbiamo essere qualcosa di più. Il racconto di Vita deve essere un racconto che attiva, un racconto capace di cambiare il mondo e di cambiarlo in positivo.
Tu hai citato l’impresa sociale, che è uno dei pezzi della riforma del Terzo settore: molte di quelle riflessioni sono nate nell’alveo del Comitato editoriale di Vita. Ti posso citare altri due elementi: il servizio civile universale e il 5 per mille, che nasce in un dialogo con l’allora ministro dell’economia Tremonti. Proprio sul 5 per mille abbiamo fatto l’anno scorso una mobilitazione che ha coinvolto 67 grandi organizzazioni, per dire come non sia più ammissibile che lo Stato intaschi una parte del 5 per mille che i cittadini volevano versare alle organizzazioni. E siamo riusciti a ottenere 85 milioni di euro in più.
Noi abbiamo un’ottica di raccontare molto politica, se vuoi, di un Terzo settore che non è neutro, che non si limita a essere “al servizio di” o a “fare il servizio di”, ma propone soluzioni, interviene nel dibattito pubblico. Vita è il luogo dove si può fare sintesi e dove si può anche dare voce. È una cosa diversa dal fare la rappresentanza: è fare la rappresentazione, un racconto che sia efficace, con la massima libertà e indipendenza di pensiero e di azione. Quel modello inventato da Riccardo è un modello faticoso, perché tiene insieme tante organizzazioni che hanno dimensioni, natura, radici culturali, tipologie di intervento e modalità di pensiero differenti. Però c’è un filo comune, un denominatore, che è quello dell’interesse generale.
Per il ruolo svolto negli anni e per quello che ricopri ora, hai sicuramente un osservatorio privilegiato. Se dovessi dirmi, da una parte, quali sono le linee più marcate del cambiamento del Terzo settore e, dall’altra, quali sono le sfide reali dei prossimi anni?
Il Terzo settore in questi anni ha una prospettiva diacronica positiva: è un mondo che è cresciuto molto in termini numerici, in termini di capacità di produzione, e anche di valore economico, e dobbiamo abituarci a tenere insieme le due cose.
Questo processo di crescita ha vissuto una fase anche di grande eco mediatica durante il Covid: pensiamo alle Rsa, pensiamo a chi andava a portare la spesa a casa degli anziani, pensiamo ai tanti e diversi sostegni dati alla popolazione sofferente. Quella attenzione non è stata probabilmente capitalizzata nel modo giusto. Poco meno di un milione di persone che lavorano nel Terzo settore, in particolare in quello che si occupa di cura, fanno fatica a tirare avanti. Chi lavora nel Terzo settore non può essere considerato un lavoratore di serie B. Questo è un grande tema: se ti limiti a essere un Terzo settore che si occupa dei servizi per l’amministrazione pubblica, il rischio è di essere considerato un fornitore come gli altri; se invece il Terzo settore riesce ad avere il suo ruolo politico, a proporre, a essere anche un centro di pensiero e di costruzione di governance, probabilmente la questione cambia. Non ci siamo ancora arrivati pienamente, perché il Terzo settore sconta il fatto di essere molto diverso. L’ultimo censimento Istat parla di 370 mila soggetti. Dentro quella grande varietà c’è difficoltà a fare alleanze, a fare fronte comune, a presentarsi come un corpo unico.
Si sconta anche il fatto che purtroppo ci portiamo dietro una denominazione, Terzo settore, che forse non è più attuale. Il problema non sta tanto nella parola “terzo”, che, come sappiamo, non significa primo, secondo e terzo come i gradini del podio, ma terzo come indipendente. Il problema è nella parola “settore”, nel fatto che se noi concepiamo questo come un settore a sé stante, alla fine ti ritrovi a fare il portatore d’acqua. Il Terzo settore è un modo di stare al mondo quando parliamo di inclusione, cooperazione, solidarietà, ma anche turismo, consumo o sanità. Dobbiamo uscire dalla logica che c’è il Terzo settore e c’è l’economia, c’è il sociale ecc: il Terzo settore deve essere soggetto economico e deve esserlo incidendo sui modelli economici prevalenti.
Il nodo sembra essere sempre più quello dell’accesso alle risorse. E’ forse qui che c’è davvero bisogno di una svolta?
Se vai col cappello in mano davanti alle pubbliche amministrazioni e il tuo modello di sostenibilità è quello, con amministrazioni che tra l’altro fanno fatica a pagare i loro stessi stipendi, capisci bene che non puoi alzare la voce perché ti strozzano. Se invece inizi a essere un soggetto che ha dietro un popolo, che ha dietro un consenso sociale perché conta nella società, perché riesce a cambiarla in meglio, vedrai che le cose assumono una luce diversa.
Se il tuo servizio di Terzo settore è quello di pulizia degli anziani in una Rsa, hai un appalto e dovrai sottostare a quei meccanismi. Ma se, nel tuo servizio a favore degli anziani, smetti di essere il fornitore di standard decisi da altri e ti fai promotore di un modello innovativo di intervento che funziona, cambi il tuo rapporto con i cittadini e anche la prospettiva di rapporto con le istituzioni. Se ci sarà necessità di finanziamenti maggiori, non si tratterà di una rivendicazione salariale dei singoli lavoratori, ma di un’istanza dei cittadini che vogliono quel modello migliore di intervento.
