Una spiritualità in ricerca

Una spiritualità in ricerca

L’indagine descrive una ricerca spirituale giovanile personale ma non solitaria: i ragazzi cercano spazi e interlocutori con cui condividere domande, fragilità e desiderio di senso. Alla comunità cristiana chiedono soprattutto ascolto e accoglienza prima del giudizio e delle risposte, insieme a una fede capace di abitare il dolore e l’intera esperienza umana senza anestetizzarla

di Luca Censori

Parroco e Responsabile del Servizio pastorale giovanile Diocesi di Ascoli Pieno


San Benedetto apre la sua Regola con un invito all’ascolto che, a ben vedere, è l’invito rivolto da sempre all’umanità da Dio, attraverso tutti coloro che ne hanno comunicato la Parola al popolo radunato, non senza fatica, perché conosca, osservi e annunci la Legge inscritta dal Creatore nel cuore di ogni creatura.

La comunità cristiana, in ogni sua forma, prende da sempre parte a questo dinamismo. Se si assume come chiave di lettura delle evoluzioni e delle crisi interne a tale comunità la domanda su chi sia effettivamente il portatore di questa Parola nei diversi contesti storici, essa appare come un punto nodale della vicenda e come criterio interpretativo di numerosi fatti.

Il tutto si fa ancora più complesso se si considera che la Parola di Dio non ci raggiunge come un distillato puro, ma è sempre veicolata da una parola umana che, mentre la svela, al tempo stesso può anche adombrarla. Non a caso parliamo di Ri-velazione: uno svelamento che non è mai totale né dato una volta per sempre.

In fondo, il discernimento al quale gran parte del magistero recente ci rimanda continuamente consiste anche — e forse soprattutto — nella capacità di distinguere ciò che è Parola tra le parole, ciò che è soffio dello Spirito in mezzo ai venti della storia.

Se gli autori biblici non fossero stati capaci di questo discernimento, avremmo tra le mani un testo certamente più breve e più agevole, ma anche molto meno impregnato di quella umanità che tanto ci attrae e ci fa sentire visti, accolti e riconosciuti ogni volta che ci immergiamo, nella preghiera, nelle pagine della Scrittura.

Questa premessa, che a molti — e non senza ragione — può apparire superflua o ridondante, diviene invece necessaria per raccontare con quali sentimenti e con quale atteggiamento di fede mi è sembrato opportuno accostare i dati della ricerca e, soprattutto, il corpus di oltre quattrocento contributi testuali liberamente scritti con cui numerosi ragazzi e ragazze del nostro territorio hanno raccontato sé stessi, il proprio desiderio di felicità e la propria ricerca spirituale.

La tentazione di trattare questi dati e queste condivisioni secondo una prospettiva puramente analitica è stata costantemente presente, ma è stata mitigata dal desiderio di comprendere quale novità le voci raccolte da questo studio potessero consegnarci.

Al lettore che si accosti a queste pagine è richiesto il medesimo atteggiamento scelto dallo scrivente: evitare la facilità con cui l’adulto derubrica le lotte e le cadute dell’adolescenza a questioni di poca importanza, poiché ha ormai perso la capacità di ricordare quanto proprio quelle lotte, vissute anni addietro, abbiano contribuito — più di quanto egli stesso voglia ammettere — a plasmare l’adulto che oggi è diventato.

Personale non significa da soli
C’è qualcuno che voglia cercare Dio assieme a me?

«Tanto da dire ma nessuno a cui dire». Quella che apre questa sezione non è una sintesi, ma una risposta riportata integralmente. Chi l’ha scritta ha scelto di concludere così il proprio contributo, senza aggiungere altro.

Scorrendo le risposte raccolte dal questionario, il richiamo al bisogno di compagnia, di amicizie sane e di sostegno reciproco è onnipresente, anche quando questo desiderio, forse a causa di ferite pregresse, viene mascherato dalla falsa convinzione di bastare a sé stessi.

Non mancano giovani che si sentono profondamente diversi e distanti dai propri coetanei: «Mi sento spesso solo. Ho già idee chiarissime, anche sul mio futuro; mi alleno ogni giorno e ogni giorno cerco di costruire al meglio la mia vita. Ma, guardando e provando a stare con i miei coetanei, noto una grande superficialità. Si divertono, escono, fumano e bevono… Mi sembrano tutti spenti, si accontentano di tutto e di tutti, del minimo. […] Non riesco ad aprirmi con nessuno, perché non vedo in loro lo stesso fuoco che ho io. Ovviamente non mi sento migliore di loro per questo; ho però l’impressione che si rifugino da una realtà che oggi è oggettivamente difficile, senza trovare quella spinta che io, invece, sento di avere già trovato».

La solitudine raccontata non nasce dall’assenza di compagnia, ma dalla mancanza di interlocutori ritenuti degni di stima e di fiducia. «Vorrei che noi ragazzi, durante l’adolescenza, non fossimo lasciati soli con le nostre emozioni, paure e insicurezze. Gli adulti non possono capire quanto possa essere utile uno psicologo o anche solo un adulto che, durante la nostra crescita, ci ascolti e si prenda cura di noi, della nostra salute mentale; qualcuno che ci aiuti a combattere tutte le paure e le insicurezze che teniamo dentro e che non raccontiamo a nessuno».

Lo stesso bisogno si esprime anche all’interno della famiglia: «Sarebbe bellissimo se molti genitori potessero venire a conoscenza dell’impatto che ha il silenzio in casa sui loro figli. Così, magari, meno persone si sentirebbero in questo modo. Se solo i miei genitori mi avessero ascoltata senza rabbia quando mi veniva da piangere davanti a loro, adesso mi sentirei meno sola».

E c’è persino chi arriva a rivolgere un appello ai propri insegnanti: «Mi dispiace estremamente per tutti quei professori che si atteggiano in modo acido con i propri studenti. In questi comportamenti non vedo cattiveria, ma un’infinità di tristezza e una frustrazione inimmaginabile. Professori, sappiate che noi vi vogliamo bene. Sento spesso miei compagni rivolgere contro di voi insulti pesanti; alcune cose fanno davvero dubitare dell’umanità. Vi assicuro che, il più delle volte, all’amore rispondiamo con l’amore».

Il bisogno di confronto è così radicato che persino la compilazione di un questionario online può trasformarsi in un’occasione di sollievo: «Inaspettatamente è stato liberatorio scrivere queste risposte».

Intrecciare queste parole con i dati emersi dalla ricerca restituisce l’immagine di una realtà giovanile in ricerca — basti pensare all’elevata percentuale di «non so» registrata alla domanda relativa al sentirsi credenti o non credenti — ma priva di contesti e di interlocutori con cui condividere tale ricerca.

La percezione di una diffusa solitudine è evidente, al punto che oltre il 40% del campione analizzato sembra considerarla una condizione strutturale della propria generazione. Eppure non viene meno una richiesta, discreta ma costante, di spazi nei quali poter ascoltare ed essere ascoltati, cercando insieme.

Il bisogno di appartenenza non si è spento: «Non capisco perché, alle volte, mi sento come se non appartenessi davvero a nulla».
Se le domande aperte relative all’appartenenza a una fede istituzionalizzata sembrano confermare il bisogno di una fede personale, meno strutturata e predeterminata, non si può ridurre la domanda di fede a un fatto puramente privato.

Al contrario, l’indagine consegna l’immagine di una generazione che manifesta un bisogno ancora più forte di abitare contesti nei quali la ricerca possa essere condivisa.

«Abbiamo bisogno di persone vicine che possano davvero aiutarci a superare le nostre difficoltà. Sapere che, se ho un problema, posso parlare con qualcuno che effettivamente può aiutarmi».

Accogliere prima di spiegare
C’è qualcuno disposto ad ascoltarmi davvero?

«Parlate di noi più di quanto ci ascoltiate». Leggere questa frase, insieme alle molte varianti con cui lo stesso concetto ritorna nelle risposte al questionario, mi ha restituito ancora una volta la consapevolezza che accoglienza e ascolto sono due dimensioni che devono rimanere unite come elementi centrali del rapporto educativo con i giovani.

Norma e giudizio, al contrario, diventano spesso, nelle parole degli intervistati, l’unica modalità con cui l’adulto appartenente a un contesto religioso istituzionale si rapporta a loro: «Ho degli amici che hanno paura di dire qualsiasi cosa ai genitori perché credenti, e l’opinione del figlio va contro ciò che pensano».

L’esperienza educativa conferma come oggi ci si trovi di fronte a una generazione che, prima ancora di esporsi, cerca di cogliere i pregiudizi dell’adulto che ha davanti, così da capire in anticipo con chi sia possibile dialogare e con chi, invece, sia meglio non farlo.
L’immagine dell’adolescente combattivo, pronto a sfidare l’adulto che la pensa diversamente, appartiene ormai a un modello lontano nel tempo.

«Intanto grazie per quest’opportunità. Da quello che ricordo, non mi è mai capitato di avere la possibilità di esporre le mie idee senza sentirmi giudicata. L’unica cosa che voglio dire è: stateci vicini. Per quanto la vita possa essere difficile per tutti, vi assicuro che in questa fase della nostra vita alcune emozioni le sentiamo il doppio, proprio perché ci sentiamo spaventati da molte situazioni, incompresi e continuamente sotto giudizio».

L’idea che si possa sfidare il giovane perché emerga nella propria individualità risponde a una visione ormai superata. Ci troviamo di fronte a una generazione che tende facilmente a estremizzare la differenza di vedute con chi le sta accanto e che, più che cercare lo scontro, desidera allontanarsi nella speranza di mettere da parte il problema.

«Vorrei essere apprezzata da persone che io stessa stimo. Sono stanca dell’odio della società. Un giorno me ne andrò in un Paese in cui possano accettarmi senza dovermi sentire sbagliata. Voglio vivere liberamente, senza essere costantemente messa in discussione».

La risposta di una ragazza ci consegna, forse meglio di qualunque trattato specialistico, lo sguardo che dovremmo imparare a maturare: «Ho sempre creduto di essere una ragazzina tranquilla e senza problematiche, finché non ho capito che non importa solo quello che succede a me. Ho amici che si fanno del male perché hanno genitori che considero crudeli; amici che bevono perché pensano che sia figo o perché vogliono davvero dimenticare».

La giovane scrivente mostra l’atteggiamento di chi sa uscire da sé stessa, sospendendo il proprio punto di vista per provare ad abitare quello dell’altro. Non vi è alcuna pretesa di risolvere il problema, né atteggiamenti pietistici o moralizzatori, proprio quelli che critica un ragazzo: «Apprezzo l’idea di fondo del questionario e spero che le mie risposte vengano lette. Non so se sono riuscito a mettere sufficiente enfasi sul fatto che le persone che hanno bisogno di aiuto devono chiedere aiuto spontaneamente. Spesso gli adulti tartassano questi poveri ragazzi nel goffo tentativo di aiutarli. Bisogna semplicemente far capire che si è disponibili e poi aspettare che siano le persone in difficoltà ad aprirsi autonomamente. È fondamentale accogliere i loro sentimenti nel momento in cui si confidano, indipendentemente dalle circostanze».

Credere senza anestetizzare
Esiste una fede che possa insegnarmi ad abitare la mia umanità tutta intera?

«Sono una ragazza ex musulmana, senza essere stata battezzata, convertita al cristianesimo. Ho iniziato a conoscere davvero Dio all’inizio di luglio 2025. Il mio percorso di fede era iniziato alla fine del 2024, ma allora non ero così fedele come adesso. Lui mi ha salvata dalla depressione e mi ha fatto risplendere di luce. Oltre che per quello che ha fatto per noi, gli sono grata anche per questo. Quando sono in difficoltà, invece di chiedere aiuto agli altri, lo chiedo a Dio e, al momento giusto, Lui mi dà la risposta, anche se io non merito il suo aiuto. […] Il mio unico grande amico è Dio: con Lui posso parlare di tutto».

L’entusiasmo spontaneo che potrebbe accompagnare una lettura frettolosa di questa testimonianza non dovrebbe impedirci di cogliere il rischio insito in una fede così profondamente separata dalla relazione con gli altri, così vicina, per certi aspetti, proprio a quella forma di religiosità che gran parte dei partecipanti alla ricerca sembra rifiutare.

Siamo figli di una spiritualità che, non di rado, diventa l’anestetico di un dolore che molti preferiscono non conoscere né abitare. Forse è anche per questo che la franchezza con cui tanti giovani scelgono di attraversare il proprio dolore, senza pretendere soluzioni immediate, ci mette profondamente in discussione.

«Voglio tenere la mia tristezza per me. Mi accompagna da anni e non ho bisogno che qualcuno me la ricordi. Voglio solo vivere bene e che le persone intorno a me siano felici e in salute. Avrei voluto, però, condividere le mie gioie anche con chi mi ha lasciato».
È particolarmente illuminante questo passaggio tratto dal lungo contributo di una ragazza che racconta il difficile percorso della separazione dei propri genitori. Le sue parole ci consegnano l’immagine di un Dio che non si sostituisce all’uomo e che non impedisce il dolore generato dalle scelte umane: «Ho anche pregato, ma Dio non mi ha mai ascoltata. Non perché non voglia farlo, ma perché ho capito che, per quanto sia grande il potere della preghiera, io non posso fare nulla per i miei genitori. Non è la mia vita: è la loro».

Il dolore che emerge con forza da questa ricerca appare spesso come qualcosa da eliminare rapidamente, limitando il più possibile ogni forma di sofferenza. Mi permetto, invece, di suggerire che proprio da quel dolore possano nascere alcune delle domande più profonde, domande che molti ragazzi non sanno ancora di custodire dentro di sé.

«Non saprei cosa scrivere. So solo che mi manca un pezzo nella mia vita e sapere che è tutto finito mi distrugge».

Certe situazioni di isolamento e di fatica nell’integrazione vengono spesso interpretate come condizioni da contrastare immediatamente, quasi dovessero essere semplicemente rimosse. Per questo sorprende la lucidità con cui una ragazza legge la propria solitudine come occasione e condizione per scoprire davvero sé stessa.

«Io vivo di musica, è la mia casa, la mia anima. È ciò che mi tiene viva. Ma a scuola nessuno lo vede. Nessuno lo capisce. Mi sento trasparente, come se non esistessi. […] A volte fa malissimo. Ma ho imparato a non vergognarmi più di questa solitudine, perché è da lì che nasce tutto: le idee, le parole, la forza. Non è solo sentirsi diversi. È essere unici. […] Sto costruendo qualcosa che ancora non si vede, ma quando salirò su un palco chi oggi mi ignora forse capirà chi ero davvero e che cosa avevo dentro».

Sia chiaro: a questi giovani non manca la consapevolezza di vivere immersi negli anestetici del nostro tempo, probabilmente più di quanto l’abbiano avuta le generazioni che li hanno preceduti. Proprio per questo una spiritualità capace di parlare all’uomo contemporaneo non può limitarsi a riproporre lo stesso schema.

«La nostra generazione è piena di disagi. Non giudicateci, ascoltateci. Non è colpa nostra: è il mondo che ci hanno lasciato le generazioni passate. Alcuni di loro sono ancora al potere e non fanno altro che peggiorare le cose per noi. Però ci tengono buoni con i cellulari, progettati per portarci via ore e ore della giornata, riempiendoci di propaganda e uniformando il pensiero comune. Smettetela di giudicarci, di credere di essere migliori di noi, e iniziate a vederci veramente, uno per uno. Siamo terrorizzati e, ogni volta che incontro qualcuno che non lo è, che non si è ancora reso conto del disastro in cui siamo, mi viene voglia di scuoterlo per farlo svegliare dall’illusione nella quale ci convincono a vivere ogni giorno».

La paura del futuro evocata da questa ragazza costituisce, in fondo, il rumore di fondo dell’intera ricerca: la consapevolezza di ricevere in eredità dalla generazione adulta un mondo complesso, segnato da problemi sempre più grandi e difficili da affrontare.
Quando, però, questa paura viene portata fino alle sue estreme conseguenze, genera una delle domande più autentiche dell’esperienza umana: «Ho paura della morte, perché tutto ciò che costruisco scomparirà. Se da una parte mi rassicura sapere di essere soltanto un granello di sabbia in un’enorme spiaggia, dall’altra questo mi spaventa e mi porta a chiedermi se davvero conto qualcosa».

Una fede adulta capace di futuro?
L’idea che il tempo proprio del giovane sia il futuro può facilmente essere liquidata come una banalità. La ricerca, però, mostra qualcosa di diverso: per molti ragazzi l’unico tempo realmente abitabile è il presente, un hic et nunc che spesso risulta difficile da vivere e che rende ancora più faticoso immaginare le possibilità racchiuse nel domani.

L’appello rivolto agli adulti, oltre alla costante richiesta di accoglienza e comprensione — espressa talvolta con parole così essenziali da togliere il fiato («Voglio un abbraccio», «Voglio essere capito», «Voglio che nella mia famiglia parliamo tutti con calma») — contiene anche una domanda implicita: ricevere strumenti e visioni per abitare questo tempo.

Questa richiesta ricorda quanto, nell’adulto maturo, risieda la capacità di futuro, cioè la possibilità di guardare il presente intuendone non solo i rischi, ma soprattutto le opportunità.

Molti contributi insistono sul bisogno di adulti capaci di assumersi responsabilità e di compiere scelte coraggiose. I giovani non accettano l’idea che siano proprio gli adulti a trasferire su di loro il peso di risolvere problemi che essi stessi hanno contribuito a generare.

«Quelli che prendono le decisioni sono gli adulti, ma quelli che porteranno avanti il mondo siamo noi giovani e, secondo me, dovrebbero interpellarci molto di più».

Se, per secoli, una certa spiritualità ha sentito il bisogno di ricordare agli uomini che sarebbero morti, oggi abbiamo forse bisogno di qualcuno che ricordi a questi ragazzi che sono ancora vivi. Anzi, che c’è un Dio che li vuole vivi per sempre. E, prima ancora, è chiesto a noi adulti di vivere così: lieti di essere vivi.

Forse è proprio questo il Vangelo della Risurrezione che siamo chiamati ad annunciare. Lo esprime con straordinaria semplicità l’augurio conclusivo di uno dei giovani che hanno partecipato alla ricerca: «Spero che chiunque riesca a percepire la bellezza della vita».

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