Una pastorale che riparte dall’ascolto

Una pastorale che riparte dall’ascolto

Una proposta di conversione della pastorale giovanile: i ragazzi non chiedono anzitutto risposte, ma di essere visti, ascoltati e accolti nella loro ricerca di senso e di vita. La Chiesa è invitata a ribaltare la prospettiva, passando da una pastorale della proposta a una pastorale dell’ascolto, capace di valorizzare le domande prima ancora dei contenuti

di Ivo Seghedoni

Parroco e Pastoralista


La ricerca rivela come negli adolescenti che sono stati interpellati sia in atto quella trasformazione segnalata dagli studiosi della religione oggi: il passaggio dalla religione alla spiritualità, attraverso percorsi personali, inediti, talvolta dolorosi. Le loro testimonianze sono un appello alla generazione adulta, perché sappia vedere in loro la profezia che in loro lo Spirito dona a tutti.

Mi vedi?
Cecilia è un’insegnante di religione. Sposata, quattro figli, laureata in lingue, sta concludendo il percorso di studi per conseguire la laurea magistrale in Scienze Religiose. Nella sua bella tesi, che ho avuto la fortuna di seguire, scrive: «I giovani non hanno smesso di cercare; cercano autenticità, relazione, senso, una trascendenza che non si imponga ma che sorprenda. Cercano qualcuno che li guardi davvero e, aggiungerei, che si lasci guardare dentro da loro. La loro distanza dalla Chiesa, i loro silenzi, le loro forme ibride di spiritualità, non sono il segno di un’indifferenza, ma, come ha mostrato con precisione Pietro Busti, di una sensibilità alla risonanza che cresce insieme alla sensibilità all’alienazione. C’è in loro una fessura, una crepa tra sé e il mondo, e in quella crepa abitano le domande più vere. I giovani vedono qualcosa che a me spesso sfugge: vedono le crepe, le zone d’ombra, i luoghi dove le risposte preconfezionate non arrivano. E proprio in quei luoghi, se so ascoltare, Dio mi sta dicendo qualcosa, si sta rivelando a me attraverso loro. Per ascoltare davvero, occorre però innanzitutto tacere e lasciare che quel vuoto silenzioso che di conseguenza si crea, dentro di noi, finalmente si riempia di significati nuovi, sia pure inizialmente incomprensibili e per questo mai, fino a quel momento, davvero presi in considerazione».

Inizio questa mia riflessione sulla relazione tra gli adolescenti e la Chiesa con le parole di questa insegnante perché cioè che ella esprime indica con chiarezza la posizione pastorale richiesta oggi alla Chiesa per incontrare i giovani e diventare compagna di viaggio della loro ricerca di vita e di senso.

A conferma di ciò, una delle ragazze che hanno partecipato alla ricerca nel Piceno afferma: «Mi sento trasparente, come se non esistessi. E non perché io non provi a farmi conoscere, ma perché c’è come una barriera tra me e gli altri. Mi basterebbe una parola, un sorriso, qualcosa che mi faccia sentire accettata e vista. È strano che succeda a me, che sono quella che sogna più in grande, che ha mille progetti e vuole costruire qualcosa di importante. Eppure, mi ritrovo qui, a sentirmi invisibile e lasciata fuori, come se tutto questo non contasse. A volte fa malissimo».

Questa adolescente si riferisce al mondo della scuola, ma le sue parole, in consonanza con quelle di tante ragazze e molti ragazzi valgono per tutta la società adulta e anche per la Chiesa, che essi – a parte poche rare eccezioni – percepiscono poco empatica, incapace di ascolto e accoglienza. Dicono: «la Chiesa non ci capisce», e «dice sempre le stesse cose», «non mi sento accolto, mi sento giudicato». Molti giovani percepiscono la Chiesa come un’istituzione distante dalla vita reale, incapace di parlare con linguaggi vicini alla loro esperienza: la percepiscono come un luogo “per altri”, spesso per gli adulti o per chi “crede davvero”. non per chi è in ricerca, pieno di domande.

Che cosa significa tutto questo per noi? Che cosa ci stanno dicendo i tantissimi adolescenti che hanno liberamente partecipato a questa ricerca? Si tratta forse di un atto di accusa rivolto al mondo adulto e alla Chiesa o piuttosto di una presa d’atto dolorosa che questi ragazzi ci riconsegnano con la ruvida e immediata schiettezza che caratterizza la loro età? Nelle loro parole non c’è aggressività, non c’è rivendicazione. Quello che stupisce nella lettura di quanto emerge dalla ricerca è la loro invocazione educata, la loro voce rispettosa che chiede aiuto. La loro domanda è di essere “visti”, di non essere sbrigativamente giudicati, ma piuttosto ascoltati e compresi nel loro cammino faticoso.

Porsi in ascolto di questa loro invocazione cosa significa oggi per la Chiesa e la sua azione pastorale rivolta ai giovani?

Ribaltare la prospettiva
I ragazzi dunque, molti tra loro, si percepiscono “invisibili”, “trasparenti”. Tra sé, le loro domande, la loro ricerca di vita e il mondo adulto percepiscono “una barriera” che crea incomunicabilità e solitudine. Vengono condannati, quindi, in un certo modo, a vivere una ricerca solitaria e piena di incertezza, senza sentirsi accompagnati e sostenuti nel loro difficile percorso.

Segno esplicito e inquietante di questa solitudine: il 49,7% afferma di non chiedere aiuto a nessuno quando si trova in difficoltà, nemmeno agli amici. Le figure adulte di riferimento – insegnanti, preti, educatori di parrocchia – raccolgono percentuali molto basse. Questo mostra che la Chiesa e le istituzioni educative non sono percepite come luoghi immediati di ascolto e sostegno. Tutto questo ci parla non tanto della diffidenza dei ragazzi verso la Chiesa, ma piuttosto della difficoltà a trovare in essa riferimenti credibili e realmente disponibili per il loro viaggio solitario alla ricerca di sé e del senso della loro vita.

Ma come è possibile che noi, gli uomini e le donne “della via” (cfr. At 9,2), non siamo percepiti da questi ragazzi e ragazze come compagni di viaggio? Forse non siamo disponibili ad accompagnare il loro cammino? Siamo forse da troppo tempo vittime di altre preoccupazioni, convinti che sia altro il nostro compito educativo nei confronti dei giovani? Io temo che questa solitudine, la nostra percepita distanza, la loro diffidenza nei confronti della Chiesa voglia dirci che forse siamo da troppo tempo impigliati – per così dire –- in iniziative, occupazioni, attività che progettiamo per loro ma senza tener conto di loro, della loro vera domanda, del bisogno che emerge con tanta immediatezza e sincerità dalle risposte raccolte da questa ricerca. Siamo impigliati in qualcosa che ci occupa e ci impedisce, perciò, di raccogliere il grido o il sussurro della loro solitudine, una solitudine che i ragazzi non cercano, non vorrebbero, ma che tuttavia, anche a causa nostra, «a volte fa malissimo».

Sostare nella riflessione su quanto emerge da questa ricerca ci aiuta ad aprire gli occhi su noi stessi e sulla nostra azione pastorale nei confronti dei giovani per accorgerci che, con tutta probabilità, stiamo percorrendo una strada sbagliata, inutile, che non solo comporta un vano dispendio di energie, ma che soprattutto non è di reale aiuto ai giovani nella loro ricerca.

Leggendo il report della ricerca, anche io ho pensato, come Cecilia «Dio mi sta dicendo qualcosa, si sta rivelando a me attraverso loro». Sostare e ascoltare quanto ci consegnano questi ragazzi ci invita ad accogliere con urgenza una conversione della postura pedagogica e pastorale. Prima di proporre contenuti, prima di difendere posizioni, prima di spiegare la dottrina, emerge la necessità di offrire tempi, spazi, relazioni in cui le domande dei ragazzi possano risuonare, senza essere soffocate dalla nostra ansia di trasmettere loro i nostri contenuti, senza essere zittite dal nostro giudizio: occorre imparare ad ascoltare il cuore e a guardare il volto di questi e queste giovani.

Per ascoltare davvero si tratterà di diventare una comunità del silenzio ospitale per questi ragazzi: un silenzio che abita anzitutto dentro di noi e che permetta un ascolto così intenso e attento – come quello esercitato dai ricercatori che hanno condotto questo progetto – da lasciare che questo vuoto silenzioso «finalmente si riempia di significati nuovi, sia pure inizialmente incomprensibili e per questo mai, fino a quel momento, davvero presi in considerazione».

Si tratta di operare, pertanto, un vero e proprio ribaltamento di prospettiva, di vivere una conversione pastorale, cioè un riorientamento di 180° della nostra proposta: da una pastorale della parola ad una pastorale dell’ascolto, da una pastorale della proposta ad una pastorale della ricerca, da una pastorale delle risposte ad una pastorale della valorizzazione delle domande. In tal senso questa ricerca è già il primo passo di questa nuova postura pastorale. Non si tratta e non sarà, quindi, un cambiamento di strategia, una modifica del nostro modo di gestire la relazione con i ragazzi e le ragazze di oggi: quello che ci è richiesto è un profondo cambiamento di mentalità, un nuovo modo di intendere non soltanto la missione verso i giovani, ma anzitutto di comprendere noi stessi, la nostra identità e la nostra vocazione cristiana e il servizio alla loro vita. I ragazzi non ci chiedono di “cambiare il modo di rapportarci a loro” – una superficiale lettura sembrerebbe comunicare questo e già potrebbe sembrare tanto –, ma piuttosto essi ci chiedono di ripensare noi stessi, il nostro modo di essere adulti e di vivere la nostra scelta di fede.

Una Chiesa che si ripensa
I ragazzi che hanno partecipato alla ricerca – ma è così per tutti i giovani a cui le varie ricerche scelgono di dare voce – chiedono agli adulti e alla Chiesa empatia, autenticità, capacità di accoglienza, credibilità. E forse è proprio questa ultima esigenza – la credibilità – che potrebbe trarci in inganno. Di quale credibilità, infatti, i giovani sono assetati? Forse della credibilità del testimone, del cristiano adulto e “maturo”, di colui che fatta la sua scelta non ha dubbi?

Non è così, a me sembra, perché questi ragazzi non sono ingenui. In lotta con la vita e con un presente che si mostra duro, dinanzi ad un futuro incerto, questi ragazzi e ragazze hanno affinato il loro sguardo. Prima che su sé stessi, sul mondo adulto, che studiano con attenzione. Sanno leggere questo mondo che sta loro di fronte, quello di genitori e insegnanti, sanno guardare il volto della Chiesa e riconoscerla per quella che è. I ragazzi e le ragazze riconoscono l’ipocrisia del mondo adulto e della Chiesa, ne intuiscono le contraddizioni, ne denunciano le povertà nascoste sotto il manto della rigidità delle pretese proiettate su di loro. Degli adulti affermano: «Dicono di volerci capire, ma fanno tutto il contrario». «Gli adulti parlano di rispetto, ma poi non rispettano noi». E qualcuno di loro chiude in modo perentorio: «Non voglio diventare come loro». E, come dicevo sopra, non c’è astio o rivendicazione in queste parole: questo non è il sentimento dominante. C’è una lettura delusa, certo, una consapevolezza ferita, un’interpretazione del modo di essere degli adulti che invoca un cambiamento, di cui essi sentono la necessità.

La credibilità richiesta agli adulti e alla Chiesa è quindi qualcosa d’altro rispetto a ciò che sempre abbiamo pensato, è di altra natura: si tratta di quella credibilità che nasce dalla veridicità, da quella sincerità di parole e gesti, di scelte e atteggiamenti che mostrano una Chiesa umana, fallibile, in cammino, curiosa di imparare e consapevole di sbagliare.

Questi ragazzi e ragazze non credono ad una supposta identità cristiana solida, fondata sui valori trascendenti della fede. Non credono ad una nostra testimonianza inossidabile. Non credono alla nostra sbandierata integrità. L’adulto affidabile che vanno cercando, la Chiesa affidabile a cui potrebbero consegnare le loro domande e la cui parola potrebbero ascoltare è quella di chi si riconosce imperfetto, interrogante. Cercano un adulto in ricerca e che sappia mostrarsi fragile nel percorrere il proprio cammino. Sanno bene questi ragazzi che dietro la facciata inscalfibile di genitori, insegnanti, preti, educatori si nasconde un adulto che ha più facce, un credente con le sue contraddizioni. Non chiedono una credibilità fondata su comportamenti perfettamente coerenti con quanto è proclamato, chiedono una credibilità che abbia come cuore un interesse: l’interesse per loro! Perché se c’è qualcosa di credibile che l’adulto possa comunicare al non adulto per sostenere una risposta di fiducia è solo questo: “tu mi interessi, sono attento a te, lo sono nonostante tutti i miei ‘pasticci’ di adulto e le mie cadute”.

Cercano e sognano, questi ragazzi, una Chiesa che non si ritenga perfetta, che non si mostri sicura di sé; preferiscono una Chiesa che si riconosca vulnerabile, ma che non neghi l’affetto per loro, nemmeno quando sembrano voler affermare la loro distanza. Ci invitano, quindi, ad accogliere per noi questo “vangelo”: puoi essere, possiamo essere adulti significativi, Chiesa interessante, proprio perché vulnerabili. Una Chiesa bella lo è proprio perché si scopre imperfetta e ferita. Proprio perché riconosce liberamente di esserlo. Ci invitano ad essere noi stessi e a metterci in rapporto a loro non a partire dalla nostra sicurezza, ma proprio riconoscendo la nostra vulnerabilità. Forse la distanza che i giovani oggi vivono nei confronti della Chiesa è una parola di vangelo rivolta a noi, una parola che va letta con attenzione perché pronunciata per via negationis: i giovani ci stanno dicendo che, fintanto che tentiamo di “raccontargliela”, alla nostra storia non credono! Fintanto che vogliamo fargliela credere – la nostra supposta coerenza – non vi crederanno.

Forse la fiducia nella Chiesa non è del tutto venuta meno nonostante l’allontanamento, nonostante la mancanza di comprensione. I ragazzi percepiscono un’autentica nostalgia di tanti momenti vissuti nei suoi spazi. Questo rapporto – riflette ancora Cecilia – «è molto simile a quelli che talvolta si vivono in famiglia, quando i figli adolescenti si confrontano con i genitori e non si sentono capiti, pur sentendosi amati ed amando a loro volta. La situazione è complicata, dolorosa, ma aperta al confronto e in cerca di una relazione più sincera e adulta. Nella seppur difficile comunicazione i ragazzi stessi sembrano cercare di mantenere aperta la possibilità di un ritorno, di un rapporto nuovo, di un nuovo inizio. E forse questo è anche il desiderio profondo di tanti giovani che non si rispecchiano più negli schemi e nelle istituzioni ecclesiali ma pur cercano ardentemente, e spesso inconsapevolmente, Dio».

Tre posture differenti
Conoscenza, silenzio, dialogo. Ecco, in poche battute, le tre azioni pastorali necessarie per riallacciare una relazione che sia di aiuto a questi ragazzi nelle loro ricerche di vita, nel loro cammino di scoperta di sé e, forse, di Dio: un Dio nascosto nelle pieghe della loro ricerca spirituale e disponibile nelle fratture e nei crepacci della loro esperienza quotidiana.

I ragazzi e le ragazze chiedono di essere visti, ascoltati, accolti, accompagnati e non giudicati: questa loro necessità di riconoscimento snuda la nostra indisponibilità ad un incontro che ci esponga al rischio della relazione. Denuncia la distorsione della nostra postura ecclesiale e pastorale. Prima di tutto i ragazzi chiedono di essere conosciuti, riconosciuti. Come possono raccontare di sé o desiderare di ascoltare un adulto, una Chiesa che “non li vede”? Occorre che noi accettiamo la fatica di disporre tempi e spazi perché loro possano entrare in relazione con noi, secondo i tempi e i modi che appartengono loro e non secondo le tappe e gli orari che scegliamo noi. Si tratta di vivere relazioni “in perdita”: perdita di tempo, perdita di controllo, perdita di potere. Nella fiducia che il tempo perso con loro e per loro sarà ampiamento ritrovato in una fiducia che consentirà quel dialogo senza il quale ogni azione educativa è svuotata di senso e di efficacia.

I ragazzi e le ragazze chiedono il nostro silenzio. Non la nostra assenza, né il nostro disinteresse, ma il silenzio. La capacità, cioè, di non tappare loro la bocca con le nostre sentenze, con i nostri consigli, con le ricette che già abbiamo a disposizione, con le risposte a domande che non hanno avuto il tempo di porre, di esplicitare a sé stessi, di consegnare a qualcuno perché le custodisca. Non è quindi un silenzio disinteressato, ma un silenzio pieno: pieno di attenzione, carico di rispetto. Un silenzio che si lascia inquietare dalle loro domande, che dichiara che il problema è difficile anche per noi. Che non siamo una Chiesa che sa le risposte. È il silenzio della loro elaborazione che consentiamo perché – conosciamo o non conosciamo la risposta – diamo loro il tempo e accompagniamo una ricerca fatta per scoperta, non per risposte prevedibili. Un silenzio che dichiara che abbiamo fatto fatica anche noi… e che l’incertezza, la paura, la vulnerabilità sono una condizione che ci accomuna tutti, abitando le quali possiamo cercare insieme le vie della speranza cristiana.

I ragazzi e le ragazze chiedono dialogo. Un dialogo che non sia unidirezionale, che sia apprendimento reciproco, mosso dalla curiosità di capire il nuovo che è in loro per attizzare la curiosità del patrimonio che è in noi. Una Chiesa che dialoga non è una Chiesa che rinuncia alla sua dottrina, alle certezze su cui si fonda la sua fede, alla tradizione che nel suo ricco patrimonio conserva una miriade di esperienze, risposte, linguaggi, simboli. Una Chiesa che dialoga è una chiesa che accetta l’invito a cercare insieme cosa può essere utile nel ricco tesoro dell’esperienza per illuminare dubbi, incertezze, per rischiarare paure e vergogne, per riscaldare un cuore impigliato in conflitti, fatiche e domande irrisolvibili. L’incontro con Gesù sboccia solo in questo dialogo rispettoso e si propone come risposta imprevista, come varco che si apre proprio là dove non avresti sospettato e si affaccia nelle situazioni alle quali tu non avevi dato alcun credito. Non si programma lo sbocciare di un amore o di un’amicizia: essi nascono nei contesti più imprevedibili, quando scocca la scintilla di una magia. Non è forse così che si riceve il dono della fede?

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