ART’E’
Tra fede e genio: così l’arte restituisce dignità alla fatica dell’uomo
Dalle radici bibliche di un Dio “operaio” alle raffigurazioni del Novecento, un viaggio iconografico celebra il valore spirituale e sociale del lavoro. Emerge il ritratto di un’attività umana nata come dono divino, ma troppo spesso ferita da sfruttamento e disuguaglianze che ne calpestano la dignità
di mons. Vincenzo Catani
Incaricato per la biblioteca e l’archivio storico della Diocesi di San Benedetto, Ripatransone, Montalto
La Bibbia inizia con Dio che lavora: “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Genesi 1,1). Dio si presenta come un instancabile operaio che crea il firmamento, separa le acque, dà forma alla terra, la riempie di ogni di creatura e al culmine del suo lavoro crea l’uomo. Solo alla fine “si riposa”. Sappiamo che tale racconto biblico racchiude simboli e significati da scoprire, ma rimane il fatto sorprendente di un Dio “operaio”.
E all’uomo appena creato Dio affida il suo bel “giardino” della creazione: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi 2,15). Ciò permette di trarre una conseguenza importante: il lavoro esisteva già prima del peccato e non è stato creato da Dio come un castigo maledetto (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”, Gn 3,19), ma diventa castigo duro, penoso e alienante solo quando viene colpito dal peccato dell’uomo, se lo trasforma in fonte di orgoglio, di dominio, di ingiustizia, di odio e di divisione, scollegandolo dal rapporto con Dio: “Guardati dal dire nel tuo cuore: la mia forza e la robustezza della mia mano mi hanno procurato questo benessere. Ricordati del Signore tuo Dio, poiché Lui ti ha dato la forza di procurarti tale benessere” (Deuteronomio 8,17-18).
E Gesù dona al lavoro il suo giusto posto, accogliendolo nella sua vita con la sua professione di falegname e carpentiere: “Colui il quale essendo Dio è divenuto simile a noi in tutto, dedicò la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra al lavoro manuale, presso un banco di carpentiere. Questa circostanza costituisce da sola il più eloquente “Vangelo del lavoro”” (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, n. 6).
Nella sua predicazione poi Gesù fa emergere sia l’aspetto positivo del lavoro (come nella parabola dei talenti di Matteo 25,14-30) che l’insegnamento a non lasciarsi asservire dal lavoro: la priorità va data al valore supremo della vita spirituale, perché guadagnare il mondo intero non è lo scopo della vita (Marco 8,36).
Quanto abbia ragione Gesù ce ne accorgiamo sempre più, noi immersi in una società dominata dal consumismo, dove si favorisce la modalità dell’avere, relegando l’essere a una dimensione marginale. Dovremmo rileggere il saggio del 1976 “Avere o essere” dello psicoanalista tedesco Erich Fromm. I cristiani invece hanno a cuore la dimensione spirituale del lavoro manuale o intellettuale, perché “il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso […] Per quanto sia una verità che l’uomo è destinato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è “per l’uomo”, e non l’uomo “per il lavoro”” (Laborem exercens, n. 6).
Dopo questa breve premessa vi propongo una rapida scorribanda sul tema del lavoro nell’arte.
Parto da due reperti “poveri” ma eloquenti situati nel nostro territorio.
Il Museo Sistino di Montemonaco (uno degli undici disseminati nella diocesi truentina) custodisce due lastre in pietra arenaria di notevoli dimensioni, dell’XI o XII secolo, provenienti dalla chiesa di S. Lorenzo di Vallegrascia, che hanno per tema la creazione, il peccato originale e la salvezza compiuta da Cristo. È interessante un particolare della seconda lastra: un uomo è intento al lavoro fra attrezzi che comprendono martelli e scalpelli e nell’alto si distingue la mano benedicente di Dio. Si tratta di Noè che sta costruendo la sua arca sopra le acque emergenti del diluvio, ma questa figura assurge a simbolo di tutto il lavoro umano benedetto e reso sacro dal Creatore e credo che volutamente gli autori della lastra, Guitonio e Atto, hanno inciso i loro nomi su questa figura perché li rappresentava in pieno, così come credo fossero coscienti della mano benedicente di Dio sul loro lavoro.
Il secondo reperto è una lapide funeraria di un anonimo Lorenzo del IV-V secolo d. C. e portata a Ripatransone dalle catacombe romane circa due secoli fa e collocata nella chiesa di S. Pastore delle Suore Teresiane. I parenti di Lorenzo hanno voluto ricordare non solo il giorno e mese della sua morte di un anno imprecisato (“Laurentius idus ienuras decessit”, Lorenzo è morto il 13 gennaio), ma hanno anche voluto ricordare la sua fede cristiana (con l’anagramma di Cristo X e P) e il suo mestiere (un martello e uno scalpello), perché evidentemente Lorenzo andava fiero sia del suo essere cristiano che del suo duro lavoro di artigiano specializzato nel taglio, nella squadratura e lavorazione della pietra per scopi architettonici o decorativi.
E che dire del Cristo lavoratore? Ci sono tante opere d’arte che rappresentano Gesù nella nascita e nella vita pubblica, ma non sono tante le opere che lo rappresentano sia bambino nella bottega di Giuseppe e tanto meno quando, dopo la morte di Giuseppe, è vissuto come artigiano nella bottega di Nazareth. È soprattutto nel Novecento (in cui tanto si esalta il lavoro) che compare Gesù operaio, quasi a contrapporre all’interpretazione materialistico-marxista della società la figura di Colui che con l’esempio ha redento la fatica umana.
Mi limito a due opere.
La prima è di Gerrit van Honthorst (Gherardo delle Notti), “Sacra famiglia nella bottega di Giuseppe”, 1610, Museo Ermitage, San Pietroburgo. In un forte contrasto di luce e ombra, si nota tutta l’attenzione di Maria e del bambino Gesù, che reggono insieme una lanterna per far luce a Giuseppe impegnato nel suo lavoro.
Modernamente è il Gesù lavoratore che comincia ad apparire, come fa Giorgio De Chirico che nel 1951 dipinge il “Gesù divino lavoratore”, della Galleria d’arte contemporanea della Pro Civitate Christiana di Assisi. Qui il tema del lavoro è interpretato attraverso una scena intrisa di quotidianità che vuole avvicinare Cristo alla realtà e alla fatica dei lavoratori e rispondere alla necessità di coniugare fede e mondo operaio nel secondo dopoguerra. Interessante il garzone appena al di sotto del Gesù lavoratore: ripropone lo stesso Gesù fanciullo di una tradizionale Sacra Famiglia raccolta nella bottega di Giuseppe sotto gli occhi di Maria, nell’atto di trasportare alcune tavole di legno: è un evidente presagio della sua futura passione in obbedienza al vero Padre.
Permettetemi di citare ancora alcune delle innumerevoli opere dell’Otto e Novecento sul tema del lavoro. Ognuno potrà trovarle con i vari motori di ricerca.
“Al mare”, dipinto del 1902 dell’artista finlandese Albert Edelfelt (1854-1905) presso il Museo d’arte di Göteborg. Le onde impetuose determinano l’ambiente di questa coppia di pescatori, pronti a gettare la rete in acqua.
“Le merlettaie a Pellestrina”, opera del 1899 del napoletano Vincenzo Caprile (1856-1936). Collezione privata. Pennellate di luce per ritrarre la quotidianità del lavoro con un approccio realistico.
“Alba dell’operaio”, opera del 1897 del milanese Giovanni Sottocornola (1855/ 1917). Milano, Galleria d’Arte Moderna. Corpi e anime solitarie che vanno in un’alba fredda verso il lavoro nella periferia di Milano.
“Le donne dei minatori della solfatara di Lercara, durante uno sciopero”, opera del 1953 di Renato Guttuso (1912-1987). Museo di Arte Moderna di Trento e Rovereto. Esplosione di rabbia delle donne di quello che era un importante centro minerario in provincia di Palermo.
“Le ragazze delle munizioni”, opera del 1918 di Stanhope Forbes. Museo della scienza, Londra. Mortificanti condizioni di lavoro e il tipico colore giallastro della pelle e dei capelli causato dallo zolfo.
In molti quadri moderni viene raffigurato il lavoro femminile, sfruttato e non adeguatamente remunerato all’interno di un sistema lavorativo pensato per gli uomini. Molto si è fatto su questo problema e molto si dovrà fare. “Un paese che non riesce a valorizzare la metà del proprio capitale umano non ha un problema femminile, ma un problema di sviluppo. Le diseguaglianze di genere non sono una struttura del passato destinata a dissolversi naturalmente ma vanno eliminate adottando una serie di correttivi” (Cinzia Arena, Donne lavoratrici: da invisibili a generatrici del cambiamento. Avvenire, 13 maggio 2026).
E non possiamo se non soffrire per tutte le odierne forme intollerabili di lavoro: condizioni disumane, salari da fame, discriminazione, sfruttamento minorile (su quest’ultimo vedi il murale-protesta del writer britannico Banksy del 2012 intitolato “Slave Labour”).
Certamente non scende la mano benedicente di Dio quando i diritti dei lavoratori non vengono rispettati e il lavoro calpesta la dignità dei suoi figli.
