LA VOCE DEI GIOVANI
Soli o insieme?
Per gli adolescenti, l’amicizia è uno spazio esistenziale decisivo, capace di offrire riconoscimento, sostegno e appartenenza in un tempo segnato da ansia, solitudine e fragilità. Pur attraversata da delusioni, esclusioni e ferite, l’amicizia resta il luogo in cui i giovani cercano autenticità, fedeltà e la possibilità di essere se stessi. Essa assume infine anche una dimensione spirituale: diventa esperienza concreta dell’amore e della fiducia e, per alcuni, una via attraverso cui incontrare Dio
di Roberto Traini
è Parroco e Docente Irc nella scuola secondaria di secondo grado
Tra le parole presenti nelle risposte dei giovani, non poteva mancare l’amicizia. In un tempo spesso dominato dall’individualismo, dalla superficialità delle relazioni digitali e dalla difficoltà di costruire legami duraturi, i ragazzi raccontano invece qualcosa di diverso. Raccontano che gli amici sono fondamentali. Raccontano che senza di loro sarebbe molto più difficile affrontare la vita. Raccontano che, nonostante le delusioni e le ferite, continuano a credere nella possibilità di relazioni autentiche.
L’amicizia si delinea così come uno dei luoghi più luminosi dell’esperienza dei nostri ragazzi, pur conservando la sua dimensione di fragilità. Non è semplicemente una compagnia con cui trascorrere il tempo libero, ma un vero e proprio spazio esistenziale nel quale trovare ascolto, riconoscimento, sostegno e identità.
Parlando di felicità, agli intervistati è stata rivolta la domanda: «Che cosa ti rende felice?». La risposta è chiara: come prima scelta, l’81,5% degli intervistati indica «stare con gli amici». Il dato evidenzia in maniera inequivocabile che l’amicizia viene percepita come fondamentale per stare bene, sentirsi compresi e affrontare la fatica della vita quotidiana.
Un rifugio nella difficoltà. L’amicizia come salvezza
Riferendosi al proprio contesto di vita, molti adolescenti descrivono una realtà caratterizzata da ansia, solitudine e pressione costante, soprattutto a scuola e in famiglia. C’è chi racconta la paura di non riuscire a stare al passo con un mondo che corre troppo velocemente.
«Ho la costante ansia di non riuscire a rimanere al passo con il tempo che scorre, perché ormai è tutto troppo veloce e nessuno si ferma più a pensare o ad apprezzare quello che ha in quel momento. Non si riesce più a vivere il presente e non si è mai abbastanza per gli altri».
C’è chi, invece, pur vivendo proiettato verso il domani, fatica a immaginare il futuro.
Sentirsi incompresi è uno degli ostacoli che impediscono ai giovani di trovare il proprio posto nella scuola, nella famiglia e nella società.
Una ragazza afferma: «Sì, avevo bisogno di una casa, di un posto sicuro dove dormire, ma ciò che ritenevo molto più importante era avere accanto persone capaci di sostenermi e di volermi bene».
In questo scenario, l’amicizia diventa una delle poche certezze.
Non è un caso che alcuni ragazzi arrivino ad affermare: «Senza i miei amici non sarei qui». Dietro parole tanto forti non c’è soltanto l’affetto per il proprio gruppo, ma la consapevolezza che alcune relazioni possano diventare decisive per la sopravvivenza emotiva ed esistenziale di una persona.
Nel report emerge che, di fronte ai momenti difficili, il ricorso agli amici rappresenta per molti la via privilegiata. Alla domanda «Come reagisci nelle difficoltà?», «Mi confido con un amico/a» è la risposta scelta dal 28,8% del campione, seconda soltanto all’indefinito e incerto «Aspetto che passi».
Per molti giovani gli amici rappresentano la prima, e spesso l’unica, rete di sostegno. Sono le persone alle quali rivolgersi per confidare paure, sogni, fallimenti e fragilità. Sanno ascoltare senza giudicare, comprendere senza minimizzare e restare presenti quando tutto sembra complicarsi.
Una ragazza racconta di sentirsi spesso sola e di vivere con sofferenza il passaggio alla scuola superiore. Colpisce che ciò di cui avverte maggiormente la mancanza non siano le difficoltà dello studio o il cambiamento delle abitudini scolastiche, bensì la perdita di un mondo relazionale nel quale si sentiva riconosciuta: gli amici, i professori, la classe, i legami che per anni avevano rappresentato il suo luogo di appartenenza. Il suo racconto mostra come, nell’esperienza adolescenziale, il bisogno più profondo non sia semplicemente quello di stare con gli altri, ma di sentirsi conosciuti, accolti e custoditi da relazioni autentiche.
«In questo periodo mi sento spesso sola e incompresa e ogni tanto mi capita di piangere, nonostante io sappia di avere accanto persone che ci sono per me e che mi vogliono bene. Ho iniziato a settembre le superiori e sento la mancanza dei miei amici, dei miei professori e della scuola media. Mi hanno sempre amata e supportata e adesso che frequento una scuola e persone diverse mi sento “persa”. Ogni giorno mi sveglio ed entro in una classe che non sento mia, con delle persone che non mi conoscono davvero.
ono anche rimasta ferita da alcune persone a cui tenevo particolarmente, perché ho realizzato che non ci sono mai state davvero per me. Ho paura che questa situazione possa non terminare mai. Inoltre ho il costante bisogno di aprirmi a qualcuno e di poter esprimere liberamente i miei sentimenti, ma non ci riesco. Ho paura di non essere capita. Mi piacerebbe che qualcuno mi chiedesse come sto, come mi sento, e non semplicemente come sono andate queste prime settimane di scuola o altre cose di questo tipo. Sono una persona molto affettuosa e, anche se può sembrare banale, ho bisogno di un abbraccio, anche più di uno, che ormai non ricevo da un po’. Un semplice abbraccio. Una persona che mi dica: “Ehi, non sei sola. Ce la farai”».
In una società che valorizza il successo individuale e la prestazione, gli adolescenti sembrano ricordarci quanto sia decisiva l’esperienza delle relazioni per una felicità autentica, per una comunione che vale più di molte altre esperienze.
Nel dolore, nel fallimento, l’amico diventa una presenza salvifica: non giudica, ma ascolta e resta. «Un amico è chi ti resta accanto anche quando sbagli».
Il desiderio di essere visti. Ricerca di autenticità e fedeltà
Una delle richieste più profonde che emerge dalle testimonianze è quella di essere riconosciuti. Molti giovani parlano della paura di sentirsi invisibili, di non essere compresi o di non essere abbastanza per gli altri, ma soprattutto di non avere nessuno a cui mostrare la propria bellezza, qualcuno con cui condividere ciò che custodiscono dentro di sé.
Lapidaria ed emblematica è l’espressione usata da uno di loro: «Tanto da dire, ma nessuno a cui dirlo».
L’amicizia assume allora una funzione fondamentale: permette di sentirsi visti.
Essere amici significa avere qualcuno che riconosce il nostro valore anche quando noi stessi facciamo fatica a vederlo. Significa trovare uno sguardo capace di accogliere la complessità della persona senza ridurla ai suoi errori o alle sue prestazioni.
Racconta una ragazza: «Mi odiavo e non stavo bene con me stessa, ma solo recentemente ho capito quanto la vita possa essere bella. Anche attraverso tutte queste sofferenze ho iniziato ad apprezzarla. Ho capito che mi fa bene aiutare le persone, ed è proprio questo che vedo nel mio futuro».
Per questo motivo i ragazzi non sembrano accontentarsi di rapporti superficiali. Dalle loro parole emerge un ideale alto di amicizia: cercano autenticità, sincerità e fedeltà.
«Preferisco pochi amici veri che tanti falsi» è una delle espressioni che sintetizza meglio questa ricerca. Lo racconta bene un intervistato: «Un giorno una ragazza mi seguì su TikTok ed io ricambiai il follow, cominciammo a scriverci ogni giorno e a diventare amici pian piano, condividevamo interessi come la fede cristiana, avevamo lo stesso umorismo ed insomma mi ci trovavo bene. Dopo un po’ comincio a sentire qualcosa per lei ma non glielo dissi subito […] Andrò dritto al punto ed alla fine è stato tutto falso. Questa persona mi ingannò dall’inizio alla fine, illudendomi non so per quale motivo. Non mi diede troppo fastidio e non era così un problema per me, anche se faceva male saperlo».
In un’epoca in cui i social network moltiplicano le connessioni, i giovani sembrano distinguere con grande lucidità tra connessione e relazione.
In diverse testimonianze emerge un’immagine relazionale molto forte: gli amici vengono percepiti come una vera e propria famiglia: «sono la mia famiglia», leggiamo in una delle risposte.
Questa espressione non vuole sostituire la famiglia d’origine, ma evidenziare il ruolo affettivo che gli amici assumono nella vita degli adolescenti. Quando il dialogo familiare è difficile o quando alcune fragilità personali faticano a trovare spazio in casa, il gruppo dei pari diventa un luogo privilegiato di ascolto.
Come abbiamo già visto, molti ragazzi raccontano di confidarsi prima con gli amici che con gli adulti. Quando devono chiedere aiuto, i ragazzi indicano anzitutto gli amici (51,2%); meno di un terzo (28%) si rivolge invece ai familiari. Non tanto per sfiducia nei confronti dei genitori, quanto perché percepiscono nei coetanei una vicinanza emotiva che spesso non ritrovano nel mondo adulto. Qualcuno sostiene: «capisco che abbiamo modi di pensare diversi».
Da questo punto di vista emerge un dato incoraggiante: nei giovani permane una profonda nostalgia di legami stabili e sinceri, di relazioni capaci di far crescere.
Credono ancora nella bontà delle relazioni: «Vorrei persone che restano», «Il mio progetto è circondarmi di gente buona». È uno sguardo che rivela una notevole maturità relazionale. I ragazzi non cercano semplicemente compagnia, ma relazioni capaci di nutrire l’anima. L’amicizia diventa così una fondamentale palestra relazionale. Attraverso questi legami i giovani imparano la reciprocità, la gestione dei conflitti, l’empatia e la responsabilità verso l’altro. È anche il luogo nel quale possono rielaborare e riconciliare molte delle esperienze dolorose che hanno segnato il loro percorso di vita.
Le ferite dell’amicizia
Se, da un lato, l’amicizia rappresenta per molti un’esperienza di salvezza e la possibilità di vivere relazioni autentiche, dall’altro, proprio in ragione della sua importanza, le sue ferite diventano particolarmente dolorose.
Nel materiale raccolto emergono numerose esperienze di delusione, esclusione e tradimento. Una ragazza scrive: «Per tutta la mia vita ho avuto e vissuto solo delusioni, in amicizia, in amore e in tutte le persone su cui credevo di poter contare, di potermi fidare, e questo mi ha portato ad avere un attaccamento evitante, scappando non appena qualcuno cerca di trattarmi un minimo bene».
Un’altra racconta la sofferenza di sentirsi esclusa o non capita dal proprio gruppo: «Circa 6 mesi fa, dopo 3 anni, ho deciso di smettere di fare uso di erba perché ne abusavo per dimenticarmi di tutto, e arrivata al limite ho deciso di smettere di comprare. Ne ho parlato con molti miei amici ma non mi sono sentita compresa perché per me era un passo molto importante e tutti lo hanno sminuito nonostante io avessi spiegato i motivi. Così ho iniziato a bere, non regolarmente, ma sistematicamente ogni volta che mi succedeva qualcosa che mi faceva stare male. Ora ho ripreso a fare uso di erba, spero che distoglierà la mia attenzione dal mondo reale».
Sono parole dure, che mostrano quanto le relazioni siano, insieme, luogo di cura e di vulnerabilità. Dove c’è fiducia esiste anche la possibilità della ferita; quando manca la comprensione, la sofferenza diventa ancora più profonda, perché viene tradita proprio l’attesa fondamentale dell’amicizia: sentirsi accolti.
Le ferite dell’amicizia minano la precaria autostima dei giovani. «Ci sono periodi pieni di alti e bassi nelle mie giornate, ma nel mio caso sono più le volte in cui mi sento infelice o frustrata: magari in famiglia quando si sgrida o si fanno commenti inutili (o a volte cattivi) su cose di poco valore; in amicizia quando a volte vieni esclusa o non capita; nello sport quando vedi che tutti sono molto più avanti e in gamba di te; e poi con se stessi, nessuno si vede perfetto, tutti abbiamo dei punti di forza, ma non riesco mai a vederli o ad apprezzarli».
Accanto al tema della ferita emerge anche quello della solitudine. Alcuni di loro descrivono la sensazione di sentirsi soli persino quando si trovano in mezzo agli altri. «A scuola nessuno lo vede. Nessuno lo capisce. Mi sento trasparente, come se non esistessi. E non perché io non provi a farmi conoscere, ma perché c’è come una barriera tra me e gli altri. Mi basterebbe una parola, un sorriso, qualcosa che mi faccia sentire accettata e vista. È strano che succeda proprio a me, che sono quella che sogna più in grande, che ha mille progetti e vuole costruire qualcosa di importante. Eppure mi ritrovo qui, a sentirmi invisibile e lasciata fuori, come se tutto questo non contasse».
Si tratta di una forma di isolamento particolarmente dolorosa, perché non nasce dall’assenza di persone, ma dalla mancanza di un autentico contatto umano. Anche l’amicizia, talvolta, non è immune da questo rischio: «Pensavo fosse un amico, ma mi ha lasciato da sola», «mi sento invisibile anche tra i miei amici».
Una ragazza racconta la delusione dentro la fatica di costruire relazioni: «Per le amicizie sono molto gentile ma introversa. In classe non parlo molto, con nessuno, perché si sono creati dei gruppi in cui tu non puoi parlare con loro perché tanto per colpa tua devono cambiare discorso. Io sono introversa sì, ma sono anche molto estroversa ma la timidezza mi blocca sempre. In seconda ho fatto amicizie nuove e adesso sono più aperta con loro, ma sento sempre di ricevere odio per la gentilezza, anche quando faccio dei complimenti ad una persona, tanto so che dopo il mio parere non gliene frega niente. Il più delle volte mi sembra di essere un peso per loro e vorrei che questa situazione possa sparire».
Colpisce, tuttavia, un elemento: nonostante le ferite e le fragilità, i ragazzi non smettono di credere nell’amicizia. Continuano a considerarla una realtà preziosa, degna di essere cercata e custodita. Si delinea così una reciproca responsabilità di cura, vissuta all’interno di quel «noi ferito» che accomuna tante delle loro esperienze. I giovani non chiedono soltanto di essere aiutati; desiderano, a loro volta, prendersi cura degli altri.
«Ho sempre creduto di essere una ragazzina tranquilla e senza problematiche finché non ho capito che non importa solo di quello che succede a me. Ho amici che si fanno del male perché hanno genitori da me considerati crudeli, amici che bevono perché pensano che sia figo o perché vogliono davvero dimenticare. Ho degli amici che hanno paura di dire qualsiasi cosa ai genitori perché credenti e l’opinione del figlio va contro ciò che pensano. Amici con disabilità che non si accorgono di ciò che subiscono ed io sono troppo debole per dirglielo. E forse stare con i miei amici un po’ mi influenza perché non nego di aver bevuto, di aver pensato di provare a ferirmi, a credere che la gente ce l’avesse con me e avere paura di dire le cose ai miei genitori, anche se so di non essere nel torto. Ma questo non cambia perché come loro sono qui per me io devo essere lì per loro».
Accanto alla fragilità emerge però anche una sorprendente capacità di resilienza. Molti ragazzi raccontano di trovare proprio nell’amicizia la forza per rialzarsi e continuare a confidare nella vita: «Sono consapevole che ci sono persone che vivono situazioni molto più complicate della mia e che posso superare tutto trovando il coraggio di aprirmi agli altri, a me stessa e alla vita… spero di farcela al più presto».
La dimensione spirituale dell’amicizia
Tra le righe delle testimonianze affiora anche una dimensione più profonda, che può essere definita spirituale. Il termine non va inteso anzitutto in senso confessionale, ma come esperienza dell’amore ricevuto e donato, della fiducia, della gratuità e della cura reciproca.
L’amicizia sembra costituire, per molti giovani, il linguaggio più credibile dell’amore. Altri arrivano a identificare in Dio il proprio amico più grande, colui con cui poter parlare liberamente di tutto.
«Il mio unico e grande amico è Dio, con lui posso parlare di tutto, e per la mia infanzia triste (il cui mi dispiace di averla trascorsa così) non potrei mai essere così matura come sono adesso. Può sembrare che io stia bene, ma certe volte penso tanto e mi ritrovo alla conclusione che, per me, non ho ricevuto molto amore da piccola, ma adesso penso all’amore incondizionato che Dio mi dà sempre nonostante i miei peccati ma alla fine siamo tutti peccatori».
Queste testimonianze suggeriscono che l’amicizia non venga percepita soltanto come una risposta a un bisogno psicologico o sociale. Per alcuni giovani essa apre anche uno spazio di trascendenza: attraverso relazioni gratuite e affidabili diventa possibile intuire qualcosa dell’amore di Dio. L’amicizia può diventare la porta d’ingresso attraverso la quale alcuni giovani fanno esperienza di un amore gratuito e imparano a riconoscere Dio.
Lo si coglie bene nelle parole di un ragazzo: «Ora sono qui e volevo dire che sono riuscito ad attraversare tutto questo grazie a Dio e senza di lui non ce l’avrei mai fatta».
Dal punto di vista educativo e pastorale, questo dato appare particolarmente significativo. L’amicizia si rivela infatti uno dei linguaggi più credibili per parlare di Dio e dell’uomo, mantenendo unite fede ed esperienza concreta della vita.
Prima ancora di ascoltare discorsi su Dio, i ragazzi sembrano cercare relazioni riconciliate e credibili attraverso le quali poterlo incontrare.
Anche le esperienze di amicizia vissute nelle comunità ecclesiali contribuiscono a trasformare l’immagine della Chiesa: non più soltanto un’istituzione distante e criticabile, ma una trama di relazioni che la rende abitabile: «la mia parrocchia è come una famiglia», «l’oratorio è un luogo dove posso essere me stesso», «ho trovato nella Chiesa persone che mi hanno cambiato la vita».
Dal punto di vista pastorale questo costituisce un’indicazione preziosa: la via dell’amicizia può diventare anche una via del Vangelo, il luogo nel quale la prossimità rende visibile il volto di Dio. Per loro, credere nell’amicizia è un modo di credere nella vita, credere in Dio.
La consegna dei giovani
Le testimonianze raccolte ci consegnano un messaggio chiaro.
Gli adolescenti non chiedono relazioni perfette. Chiedono relazioni autentiche. Chiedono amicizie nelle quali valga la pena investire se stessi per poter essere felici.
L’amicizia non rappresenta un valore astratto, ma un’esperienza concreta attraverso la quale leggere molti dei bisogni profondi delle nuove generazioni: appartenenza, riconoscimento, fiducia e speranza.
Perché, come emerge chiaramente dalle loro parole, continuare a credere nell’amicizia significa, in fondo, continuare a credere nella vita: «Spero di non perdermi. Spero di fare qualcosa di buono con la mia vita. Spero di cambiare le cose, di sicuro ci proverò».
In un tempo segnato dalla solitudine, dall’individualismo e dall’indifferenza, questa è forse una delle speranze più belle che i giovani ci consegnano.
