CONNESSIONI
Rigenerare i margini. Architettura, città e dignità sociale
La povertà è anche nello spazio: nasce in luoghi trascurati che generano esclusione e fragilità. La rigenerazione urbana diventa un atto sociale e comunitario che restituisce dignità. Esperienze in Italia e nel mondo mostrano che progettare la città è un gesto etico.
di Ludovico Romagni
Professore associato in Progettazione architettonica presso l’Università di Camerino, Scuola di architettura e design “E. Vittoria” di Ascoli Piceno.
La povertà non abita soltanto nei redditi o nelle statistiche: prende forma anche nello spazio. È nei grandi vuoti urbani, nelle periferie trascurate, nei quartieri dove i servizi mancano e il tempo sembra essersi fermato. In questi luoghi la marginalità non è solo una condizione economica, ma una geografia del disagio. L’architettura e l’urbanistica, allora, diventano strumenti non soltanto tecnici, ma profondamente etici: perché progettare lo spazio significa, in fondo, decidere come viviamo insieme, chi includiamo e chi lasciamo ai margini.
Ogni città racconta una storia di opportunità distribuite in modo diseguale. Ci sono quartieri che offrono connessioni, cultura, verde, istruzione, e altri che sembrano esclusi dalla mappa delle possibilità. La povertà urbana nasce spesso qui, dove lo spazio perde qualità e i luoghi vengono destinati a soggettività fragili o in condizione di vulnerabilità. Qui anche le relazioni si indeboliscono. Eppure proprio lo spazio può diventare il primo strumento di riscatto. Una piazza ben disegnata, un mercato rinnovato, una scuola aperta al quartiere, un centro antiviolenza o una casa rifugio, possono generare fiducia e senso di appartenenza, antidoti silenziosi alla solitudine sociale.
Le città contemporanee sono spesso il riflesso delle disuguaglianze che le attraversano. La distribuzione dei servizi, la qualità dello spazio pubblico, la sicurezza o il degrado di un quartiere raccontano molto di come una comunità si prende cura dei propri membri. Henri Lefebvre parlava di “diritto alla città” come diritto a partecipare alla produzione dello spazio urbano: non solo ad abitarlo, ma a plasmarlo.
Quando questo diritto viene negato, nascono i margini – fisici e simbolici. Strade anonime, spazi abbandonati, edilizia senza identità, oggetti costruiti senza la più vaga idea di dover entrare in relazione con qualcosa, diventano il teatro di un’esclusione silenziosa. E’ il suburbio, la città degli spazi residuali, dei non luoghi, del terzo paesaggio, dello Junkspace Koolhaasiano, lo spazio spazzatura mirabilmente evocato dall’urbanista olandese.
Inversamente, la qualità dello spazio urbano può generare appartenenza, fiducia, sicurezza. L’ambiente costruito può educare alla convivenza o, al contrario, amplificare la solitudine.
Pasolini aveva colto tutto questo con una lucidità che ancora ci interroga. Nelle sue descrizioni delle borgate romane – tra baracche e campi incolti – non c’era solo denuncia, ma nostalgia per una forma di umanità che la modernità stava cancellando. In quelle periferie vedeva il confine tra due povertà: quella materiale e quella spirituale, la perdita di senso, di comunità, di linguaggio condiviso. La “mutazione antropologica” di cui parlava era anche una mutazione urbana: la città che cresceva senza misura smarriva la sua anima, sostituendo la solidarietà con il consumo. Le sue parole restano un monito per chi progetta oggi: la città non si salva solo con le costruzioni, ma con la cura.
Ripensare la città, oggi, è anche un modo di ridurre la povertà e restituire equità, perché lo spazio è il primo welfare. Renzo Piano ha concentrato il suo impegno da senatore a vita sul concetto di rammendo: basta con la costruzione di nuove periferie oggi dobbiamo trasformare ciò che c’è “Rammendare le periferie così salveremo le nostre città”.
Negli ultimi anni, il termine “rigenerazione urbana” ha sostituito quello, più tecnico, di “riqualificazione”. La differenza è sostanziale: non si tratta soltanto di recuperare edifici, ma di restituire senso e vita ai luoghi. Rigenerare significa intrecciare architettura, ambiente, cultura, welfare e partecipazione.
Le esperienze più riuscite mostrano che il cambiamento reale nasce dal coinvolgimento delle comunità locali. Gli spazi pubblici possono diventare piattaforme di inclusione: mercati coperti che ospitano anche laboratori sociali, cortili che tornano piazze, edifici industriali riconvertiti in centri civici. In questo contesto, l’architetto assume un ruolo nuovo: non solo progettista di forme, ma facilitatore di processi, interprete delle energie latenti nei territori. Come Adriano Olivetti a Ivrea o Giancarlo De Carlo a Urbino, l’architettura può farsi strumento di democrazia, mettendo in dialogo spazio e comunità.
In Italia, diverse città stanno riscoprendo la dimensione sociale del progetto urbano.
A Torino, l’area di Porta Palazzo – da sempre crocevia di culture e povertà – è diventata negli ultimi anni un laboratorio di convivenza. Il recupero del Mercato Centrale e la trasformazione della Piazza della Frutta hanno accompagnato iniziative culturali, progetti di inclusione e microimprese sociali. L’intervento non si è limitato alla forma architettonica, ma ha lavorato sulla fiducia e sulla presenza: rendere bello un luogo è, in fondo, restituirgli dignità.
A Napoli, nel rione Sanità, la rigenerazione è partita dal basso. La Fondazione San Gennaro, insieme ai residenti e ai giovani del quartiere, ha trasformato luoghi dimenticati – catacombe, chiese, cortili – in motori di rinascita sociale. Il turismo culturale generato dalle catacombe di San Gennaro e San Gaudioso finanzia oggi borse di studio, botteghe artigiane, laboratori musicali. Qui l’architettura diventa mediazione tra bellezza e giustizia.
A Bologna, il regolamento sui beni comuni urbani ha aperto una strada innovativa: i cittadini possono prendersi cura di spazi pubblici attraverso patti di collaborazione. Ex caserme, giardini e scuole dismesse sono tornati luoghi di incontro e di solidarietà. È un esempio di rigenerazione civica, dove la città non è più amministrata per i cittadini, ma con i cittadini.
Anche nei borghi delle aree interne, dalla Calabria all’Appennino umbro, si sperimenta una rigenerazione lenta e profonda: cooperative, associazioni e parrocchie ridanno vita a edifici vuoti come case comunitarie, ostelli sociali, centri di accoglienza.
Anche altrove, la rigenerazione ha mostrato la sua forza trasformativa.
A Medellín, in Colombia, una città un tempo simbolo di violenza, la costruzione di biblioteche, della grande funivia e degli spazi pubblici nei quartieri più poveri ha innescato un cambiamento profondo: l’infrastruttura è diventata veicolo di fiducia. Le “biblioteche-parco”, come quella di España, non sono solo edifici ma presidi civici, dove l’educazione e la cultura offrono alternative alla marginalità.
A Barcellona, con il Pla de Barris, la rigenerazione è pensata come politica di giustizia territoriale: scuole, centri civici, spazi verdi, interventi di edilizia pubblica e percorsi di formazione. L’obiettivo non è la bellezza formale – quella purtroppo non c’è ancora – ma l’equità: ridurre le disuguaglianze spaziali come si riducono quelle sociali.
Rigenerare, in fondo, significa prendersi cura. Non di un manufatto, ma di una comunità.
La città, come un corpo, vive della salute di ogni sua parte: se una periferia si ammala, l’intero organismo si indebolisce.
Pasolini, nelle sue visioni più amare, temeva che la nuova urbanità potesse cancellare i volti della gente comune, i dialetti, i gesti quotidiani che facevano comunità. Rigenerare oggi significa anche rispondere a quella profezia: ricostruire spazi che custodiscano umanità.
Come ricorda Papa Francesco nella Laudato si’ “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale”.
Progettare la città è, dunque, un atto morale: ogni scelta di spazio è una scelta di convivenza.
La rigenerazione urbana non è solo una pratica tecnica, ma un gesto di giustizia e di speranza: restituisce dignità, possibilità, bellezza condivisa. È un modo per dire che nessun luogo è condannato e nessuna persona è esclusa. Costruire città più giuste significa credere, con sguardo evangelico, che nessun margine è davvero periferia, finché la comunità si riconosce e si rigenera insieme.
