ART’E’
Quando l’arte racconta il dono scoprendo l’anima dell’uomo
Dal mito di Pandora alla carità di San Francesco, passando per Cristo e i Magi, l’arte rivela il dono come relazione profonda e non utilitaristica.
Dai vasi greci alle opere di Crivelli, da De Magistris fino a Orozco, un viaggio nelle opere che illuminano il cuore solidale del Terzo settore
di mons. Vincenzo Catani
incaricato per la biblioteca e l’archivio storico della Diocesi di San Benedetto, Ripatransone, Montalto
La parola dono implica in sé il concetto di gratuità relativa ad una azione verso l’altro, spinta non da una motivazione puramente utilitaristica, ma inserita nel valore della relazione. Donare o accettare un dono è un atto di profondo significato interiore, perché non si tratta solo del passaggio di un oggetto da una persona a un’altra, ma coinvolge emotivamente sia il donatore che il ricevente nella trasmissione all’altro di parte di sé stesso.
Viene spontaneo rifarsi a noti testi dell’antichità che hanno scandagliato il tema del dono e del suo legame non solo “politico” ma personale. Basti citare il dialogo “De Amicitia” scritto da Cicerone nel 44 a. C. o il trattato “De beneficiis” di Seneca. In queste opere si nota un desiderio di rapporti sinceri, oltre le convenienze imposte dalla vita pubblica nella quale ambedue erano immersi. Per i tempi moderni si rimanda al Saggio sul dono, edito nel 1924 dal sociologo e antropologo francese Marcel Mauss, il quale afferma che il dono svela il desiderio primordiale di quella reciprocità che sta alla base di ogni rapporto personale e sociale. Anche Carl Rogers (1902-1987), componente della corrente umanistica della psicologia, nella sua opera “Un modo di essere” esalta l’estendere dell’io personale nell’inclusione con il mondo esterno.
Ma ancor più profondo è il significato del dono all’interno della Bibbia, perché all’origine di ogni dno c’è l’invito a riconoscere sempre e comunque l’iniziativa divina: dalla creazione fino alla salvezza recata all’uomo è sempre Dio che prende l’iniziativa, perché la sua generosità è frutto di una potenza d’amore che è l’essenza costitutiva ed intrinseca del suo essere. “Dio è amore”, scrive Giovanni nella sua prima lettera al capitolo 4, per cui Dio “comunica” per sua natura il suo amore, cioè lo “rende comune” con la sua creatura, attraverso un vero rapporto interpersonale di donazione. Non per nulla il verbo “comunicare” proviene dalle due parole latine “cum” (con, insieme) e “munus” (dono).
Il dono d’amore per eccellenza di Dio è il dono di sé stesso nella incarnazione di Cristo, il “Figlio amato”, il quale, pur essendo di natura divina, spogliò se stesso assumendo la condizione umana e di servo, fino alla morte in croce (Filippesi 2,7). Cristo è il dono che Dio offre senza tornaconto e che l’uomo accoglie nella fede come atto di pura grazia.
Sperando di non avervi annoiato con questa premessa, ora tuffiamoci sulle tante immagini che l’arte ha prodotto sul tema del dono nel corso dei secoli.
Già nei vasi greci si rappresenta la pratica del dono particolare della ospitalità, che veniva definita xenìa (ξενìα), cioè accoglienza dell’ospite e dello straniero. Una bella scena di xenìa la si può vedere nella “Collezione di vasi greci del signor Le Comte de Lamburg”, pubblicata da Alexandre de Laborde tra il 1813 e il 1824.

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Interessante anche il mito greco di Pandora che ha ricevuto da Zeus un vaso contenente i vari doni degli dei, con la richiesta però di non aprirlo mai. Quando Pandora per la troppa curiosità aprì il vaso uscirono da quello tutti i mali del mondo. Per fortuna dal vaso uscì anche la speranza, che permise agli uomini di sopravvivere.

È evidente il contrasto fra gli dei arroccati nella loro lontananza e l’uomo abbandonato a tutti i mali terreni, a cui resta solo la flebile speranza.
Per il cristiano invece il dono di Dio non è avvelenato dalla gelosia, anzi, con la creazione l’uomo entra a far parte della simpatia stessa di Dio. L’affresco michelangiolesco della creazione di Adamo nella Cappella Sistina parla di “immagine e somiglianza” di Dio e la bellezza del corpo umano è vista come emanazione della stessa bellezza divina.

Ma la commozione sale ancor più nella raffigurazione del Dio fatto uomo, incarnato nel grembo di una donna e adagiato nato nella mangiatoia di Betlemme. Penso all’affresco del 1460 della Madonna incinta di Piero della Francesca a Monterchi

e alla dolcissima tavola di Maria che adora come Dio il suo figlio che ha generato, che Vittore Crivelli dipinse nella seconda metà del 400 per la chiesa di S. Basso a Cupra Marittima. Questo è il Natale e non le nostre paranoie consumistiche!

Ugualmente commovente è la risposta a tanto regalo di Dio manifestata nei doni dei Magi. Se Cristo è il più grande dono di Dio all’uomo, i Magi rappresentano il ringraziamento dell’umanità. È troppo facile scegliere le famose “Adorazione dei Magi” splendenti di magnificenza come quella che Gentile Fabriano ha dipinto nel 1423, conservata agli Uffizi di Firenze, o a quella di Benozzo Gozzoli del 1459 nella cappella del palazzo Medici Riccardi a Firenze.
Onestamente, però, mi incanta di più la non grande tavola, opera cinquecentesca di Simone De Magistris, che si trova nel Museo Sistino di Force (uno degli undici musei diffusi sul territorio della diocesi di S. Benedetto del Tronto, Ripatransone, Montalto). Osservate bene quella scena essenziale, sognante e un po’ visionaria dei personaggi e quel porgere i doni da parte dei Magi con un gesto di felice contraccambio. Sono i volti e gli atteggiamenti che parlano, da quelli dei Magi che sanno di umiltà e deferenza, al volto rassicurante e materno di Maria, allo sguardo e alla postura di Giuseppe che esprimono sorpresa, mentre la forte luce della stella taglia e aggetta dall’alto le figure.

L’emozione della accanita volontà di Dio nel voler restare accanto all’uomo la riviviamo in quel mistero impenetrabile dell’Eucaristia, dove contempliamo un Gesù che non ci dà “qualcosa”, ma dona sé stesso e vuole fare “comune-unione” con noi attraverso il segno povero ma eloquente del cibo, per dirci che lui può saziare e dare un senso alla nostra fame e sete di vita. Vi rimando a “L’ultima cena” dipinta da Peter Paul Rubens nel 1632 della Pinacoteca di Brera a Milano. Cristo è a tavola nell’atto di benedire il pane e il vino, circondato dagli apostoli che si stanno interrogando sul significato di quel gesto. In primo piano c’è Giuda, che guarda verso di noi e con uno sguardo accigliato esprime la sua agitazione interiore. Ma il senso del gesto di Gesù sta tutto in quel libro aperto in alto a destra sopra un leggio fra due ceri accesi, dove si legge in latino il testo del salmo 110 (111), 4-5: “Memoriam fecit mirabilium suorum, escam dedit timentibus”: “Ha lasciato un ricordo dei suoi prodigi: pietà e tenerezza è il Signore. Egli dà il cibo a chi lo teme”.

Nel medioevo San Martino, vescovo di Tours nel IV secolo, divenne il tipo cristiano del dono, a motivo del suo atto che fece nel condividere il suo mantello con un mendicante. La scena è stata dipinta e scolpita innumerevoli volte nel corso dei secoli, incarnando l’essenza stessa della carità cristiana verso ogni fratello nel bisogno.

Gesto simile, ma ancora più bello e applicato a S. Francesco, è stato affrescato da Giotto nella Basilica superiore di Assisi: il gesto di donare l’intero mantello (anziché dividerlo, come San Martino) sottolinea la radicalità evangelica della scelta di Francesco.

Spero non dispiaccia se faccio anche una breve scorribanda del tema del dono nell’arte laica.
Invito ad ammirare la delicatezza del quadro di Jules Breton, del 1864 intitolato “Compleanno del nonno”, dove si vede una famiglia contadina che festeggia il nonno, il quale abbraccia una nipote circondato da familiari e nipotini che portano doni, tra cui una torta e fiori.

E vi piacerà anche il dolcissimo quadro di Norman Rockwell, “Buon compleanno Miss Jones”, del 1956, dove viene dipinta una festa a sorpresa per l’insegnante Miss Jones, fatta dai bambini della sua classe, che hanno collocato sulla scrivania i loro doni: una mela, un’arancia, dei fiori e due pacchetti legati con lo spago.

E che dire di quella poesia che pervade il “Compleanno” di Marc Chagall, del 1915, conservato al MoMa di New York? Appena un bacio sulle labbra e un mazzo di fiori in un morbido fluttuare di forme.

Termino questo veloce viaggio del dono nell’arte con l’opera “My hands are my heart” (1991) dell’artista messicano Gabriel Orozco, che crea una vera e propria scultura, modellando il semplice materiale della creta a forma di cuore attraverso le sue mani, che ne lasciano la traccia delle dita. Nella prima immagine non vediamo cosa sta accadendo, mentre nella seconda Orozco apre le mani come ad offrirci il suo cuore.


In fondo è questo lo scopo anche del Terzo settore in Italia, che comprende quel vasto mondo di enti privati senza scopo di lucro e che vogliono perseguire finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, operando un prezioso dono di solidarietà tra Stato e mercato.
