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Perché l’algoritmo ha bisogno del senso umano
Abbracciare la prospettiva della “conoscenza aumentata” permette di considerare la tecnologia come un amplificatore del pensiero, dove la persona resta l’unica figura centrale in grado di attribuire senso e responsabilità
di Maurizio Sorcioni
Docente al corso di Etica dell’Intelligenza artificiale del Pontificio Ateneo Antonianum
Secondo l’Ocse, nei prossimi anni una quota rilevante delle professioni oggi esistenti subirà trasformazioni profonde per effetto dell’Intelligenza artificiale e dell’automazione avanzata. Non significa necessariamente che milioni di lavori scompariranno da un giorno all’altro. Significa qualcosa di più radicale: cambierà il contenuto stesso del lavoro. Cambieranno le competenze richieste, le modalità organizzative, il rapporto tra conoscenza e produzione, tra uomo e decisione.
Per anni abbiamo pensato all’automazione come a un fenomeno destinato prevalentemente al lavoro manuale. Robot industriali, linee produttive automatizzate, sostituzione delle attività ripetitive. Oggi questa realtà ci appare in una nuova luce: l’automazione entra nel lavoro cognitivo. Scrivere testi, generare immagini, tradurre documenti, produrre codice, analizzare dati, organizzare informazioni: attività considerate fino a pochi anni fa esclusivamente umane vengono svolte da sistemi di Intelligenza artificiale con velocità e qualità crescenti. Per la prima volta nella storia gli esseri umani si trovano a collaborare con “macchine” capaci di apprendere, produrre contenuti, interagire in linguaggio naturale e suggerire soluzioni innovative. E non si tratta – per citare il Censis – di una fase di passaggio ma di un vero e proprio passaggio di fase. Nella quarta rivoluzione industriale cambia radicalmente il rapporto tra uomo e lavoro.
Ma la domanda decisiva non è se le macchine sostituiranno gli esseri umani. L’interrogativo prioritario è quale ruolo resterà all’uomo in un’economia popolata da intelligenze artificiali. La risposta dipenderà dalla direzione che sceglieremo, da come la nostra “intelligenza collettiva” saprà indirizzare la tecnologia verso il bene comune. Non a caso l’enciclica “Magnifica Humanitas”, presentata recentemente dal Santo Padre, si concentra su questo tema decisivo, fornendo – soprattutto alla scienza – un serie di temi e di indirizzi per evitare che “il progresso materiale si traduca in una regressione antropologica”. Ma siamo in grado di accettare la sfida? Per cercare di rispondere a questa domanda occorre partire dai dati di realtà.
Un mercato del lavoro con criticità strutturali
Nel 2025 nei paesi dell’Ocse l’occupazione e la partecipazione alla forza lavoro hanno raggiunto livelli record, mentre la disoccupazione rimane storicamente bassa. Tuttavia, ci sono segnali di indebolimento dei mercati del lavoro, con la crescita dell’occupazione che rallenta nonostante persista una forte carenza di manodopera. Uno scenario controverso reso ancora più incerto dal calo della fertilità e l’invecchiamento della popolazione in gran parte dei paesi industrializzati. Guardando al futuro, le incertezze geopolitiche, le guerre ed i loro immani costi sociali ci appaiono come un incredibile controsenso di fronte alle opportunità esistenti perché, non va dimenticato che sullo sfondo emerge una certezza incoraggiante: le persone in tutto il mondo vivono più a lungo e in modo più sano che mai.
Anche in Italia il mercato del lavoro italiano si trova in una fase complessivamente positiva ma attraversata da segnali di rallentamento e da criticità strutturali. Negli ultimi anni, infatti, il nostro paese ha raggiunto livelli record di occupazione e minimi storici di disoccupazione e inattività, nonostante il rallentamento della crescita economica globale. A maggio 2025 il tasso di disoccupazione si attestava al 6,5%, in calo rispetto al periodo pre-pandemico ma ancora superiore alla media Ocse del 4,9%.
Parallelamente l’occupazione continua a crescere (+1,7% su base annua), anche se a un ritmo più contenuto rispetto al passato e trainata soprattutto dai lavoratori over 55. Ma il tema più rilevante anche per noi è l’invecchiamento demografico, che costituisce una sfida cruciale per la sostenibilità economica del Paese. Tra il 2023 e il 2060, la popolazione in età lavorativa è destinata a ridursi del 34%, mentre il rapporto tra anziani e persone attive aumenterà sensibilmente. Questo fenomeno comporterà una riduzione del peso degli occupati sulla popolazione totale e, in assenza di interventi, una contrazione del Pil pro capite pari a circa -0,67% annuo. La domanda di lavoro è in crescita ma si caratterizza per una elevata di difficoltà di reperimento che ormai ha ampiamente superato il 40% dei candidati ricercati dalle imprese (e per alcune figure tecniche e qualificate supera il 60%). Lavoro senza giovani e giovani senza lavoro: è questa forse la contraddizione più evidente del nostro sistema produttivo ancora incapace di valorizzare un enorme bacino di giovani neet (circa un milione), che restano ancora senza lavoro e soprattutto senza formazione.
Dall’intelligenza artificiale alla conoscenza aumentata
Opportunità e rischi anche da noi generano incertezza. Ma è dentro questa realtà, incerta e controversa, che va collocato il tema del futuro del lavoro evitando facili allarmismi ed inutili fughe in avanti, riflettendo invece con rigore scientifico ed etico sulla nuova fase del lavoro nella quarta rivoluzione industriale. Da un lato, c’è speranza per una rinnovata crescita della produttività, creazione di posti di lavoro e mercati del lavoro più inclusivi. Dall’altro, c’è la paura della perdita dei posti di lavoro e dell’aumento delle disuguaglianze, poiché gli algoritmi assumono sempre più non solo compiti di routine ma anche quelli complessi e gratificanti.
Per provare ad uscire da questo loop e ridare senso al concetto di “economia sostenibile” può essere utile provare a sostituire il termine “intelligenza artificiale” (per alcuni un ossimoro) con il concetto di “conoscenza aumentata”. Così facendo la prospettiva cambia. Quest’ultima, infatti, non è altro che una straordinaria capacità computazionale. Permette di elaborare enormi quantità di dati, individua correlazioni, produce output sofisticati, apprende da grandi masse informative. Funziona attraverso modelli probabilistici e statistici sfruttando algoritmi in larga parte sviluppati tra il diciottesimo ed il diciannovesimo secolo da eminenti matematici che non disponevano di altro se non della loro “conoscenza e coscienza umana”. Ed è proprio quello che la cosiddetta intelligenza artificiale non possiede: coscienza, esperienza vissuta, intenzionalità morale.
In questa accezione la “conoscenza aumentata” è uno strumento che amplifica il pensiero umano, sostiene e non sostituisce intelligenza umana. Non elimina la capacità critica: la rende ancora più necessaria. La macchina elabora informazioni; l’essere umano attribuisce senso. L’algoritmo suggerisce; la persona interpreta, decide, assume responsabilità.
Molti studiosi parlano già di de-skilling: una progressiva erosione delle capacità umane dovuta all’eccessiva delega cognitiva alle macchine. Se ogni problema viene risolto dall’algoritmo, l’essere umano rischia di disabituarsi alla fatica del ragionamento, della verifica, della ricerca autonoma. Ma “storicamente” non è così e lo dimostrano numerosi risultati finora raggiunti in campo sociale e sanitario (si pensi alla collaborazione scientifica internazionale nella corsa contro il tempo durante la pandemia per la messa a punto del vaccino anti-covid). Certo non mancano i rischi che le tecnologie marginalizzino ulteriormente ampie fasce della popolazione meno scolarizzata, ma la “conoscenza aumentata” incontrando l’intelligenza umana può ridurli.
Il ruolo decisivo della formazione
Sempre seguendo questa prospettiva il tema decisivo non sarà soltanto lo sviluppo tecnologico ma quello educativo. Da anni numerose ricerche internazionali indicano che una quota significativa dei lavoratori dovrà aggiornare radicalmente le proprie competenze. Non si tratterà soltanto di imparare acquisire competenze tecnologiche. Sarà necessario sviluppare nuove forme di alfabetizzazione cognitiva, relazionale ed etica e la vera differenza competitiva sarà l’acquisizione della capacità di apprendere continuamente e “criticamente”. Le imprese che sapranno integrare apprendimento continuo e innovazione tecnologica avranno un vantaggio enorme. Le altre rischieranno rapidamente l’obsolescenza organizzativa.
In questo scenario le tecnologie digitali e quelle della conoscenza aumentata potrebbero svolgere un ruolo straordinario anche nella formazione iniziale e continua dei lavoratori. Per la prima volta nella storia diventa possibile costruire percorsi di apprendimento altamente personalizzati che possono adattare contenuti, velocità, linguaggi e modalità formative alle caratteristiche specifiche di ciascuna persona. In questa prospettiva le tecnologie della conoscenza aumentata potrebbero trasformarsi in “tutor” cognitivi, capace di accompagnare le persone lungo tutto l’arco della vita professionale. La formazione potrebbe non essere più confinata a momenti separati dal lavoro. Potrebbe diventare continua, distribuita, immersiva. E, se accompagnata da relazioni umane solide, la conoscenza aumentata può valorizzare tutte le competenze, da quelle delle professioni meno qualificate a quelle impegnate nella ricerca e sviluppo e per il nostro paese questo potrebbe rappresentare una straordinaria opportunità democratica.
Ma se la trasformazione digitale non sarà accompagnata da una nuova cultura educativa, le disuguaglianze potranno ampliarsi. Scuola, università e imprese dovranno ridefinire profondamente la propria funzione. Occorrerà educare al pensiero critico, alla comprensione della complessità, alla gestione dell’incertezza, alla responsabilità nell’uso delle tecnologie. Le competenze decisive saranno sempre più ibride – tecniche, ma anche umanistiche, relazionali, etiche e creative – e già oggi è così, a guardare l’evoluzione del mercato del lavoro.
Paradossalmente più si rafforzerà la conoscenza aumentata più potrebbe aumentare il valore delle competenze profondamente umane. Creatività autentica, empatia, leadership, capacità di cooperazione, interpretazione dei contesti, giudizio morale, immaginazione strategica possono ridisegnare il lavoro umano che potrà trasformarsi dalla pura esecuzione alla capacità di attribuire senso e significato a ciò che facciamo. Ma tutto questo dipende da noi.
