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Per un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale
I salari reali crollano e le città espellono le fasce deboli, mentre l’intelligenza artificiale sfida l’umanità sul campo dell’etica. La via della dignità passa per un modello libero, creativo e solidale, capace di rimettere la persona al centro
di Bruno Bignami
Direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei
Il lavoro oggi sembra parlarci di una promessa tradita. La modernità ha illuso che la fatica e l’alienazione presenti nel lavoro fossero prezzi da pagare per raggiungere la dignità. Il patto si è rotto a causa del lavoro spesso precario, povero, frammentato, invisibile, sfruttato, non retribuito… Perciò, siamo figli di una promessa non mantenuta. La domanda radicale che possiamo farci è: il lavoro è riformabile in modo da dare dignità oppure bisogna cercare altrove (fede, cultura, affetti, tempo libero, vacanze…) quello che il lavoro non riesce più a offrire?
Vero è che il lavoro è in costante trasformazione. Ogni epoca deve ridirsi cos’è il lavoro, il suo senso e le sue prospettive future, a partire dalle crisi che attraversa. In Italia i dati sociologici ci parlano di crescita del costo della vita, mentre gli stipendi rimangono al palo. Le famiglie ne soffrono. Aumentano le rendite immobiliari e finanziarie; al contrario, i redditi da lavoro subiscono una pressione fiscale molto elevata. Sono premiate le rendite, si penalizza il lavoro. In più, si aggiungano situazioni di evidente precarietà, e il quadro è quello di “lavoratori poveri” che non arrivano alla fine del mese. Ci sono famiglie che vanno in crisi non appena si presentano spese straordinarie o una malattia imprevista. Un mutuo e un evento infausto sono sufficienti per non permettersi le cure sanitarie o gli studi dei figli. L’elevato numero di lavoratori poveri ha bloccato l’ascensore sociale. Il lavoro non consente spesso di uscire dalla condizione di povertà. I recenti dati Oxfam ci dicono che in Italia la ricchezza dei miliardari aumenta al ritmo di 150 milioni di euro al giorno, mentre arrancano le famiglie che devono pagarsi un mutuo o un affitto, soprattutto se di origine straniera. I divari di ricchezza sono sempre più insostenibili: il 5% più ricco delle famiglie italiane possiede la metà della ricchezza nazionale e negli ultimi 15 anni si è impossessato del 91% della ricchezza nazionale, mentre alla metà più povera è rimasto il 2,7%.
In questo contesto, i salari reali sono scesi e hanno diminuito il loro potere di acquisto del 7,1% in cinque anni, dal 2019 al 2024. Assistiamo a una stagnazione salariale che preoccupa: l’Italia è al ventesimo posto tra i 27 Paesi Ue dal punto di vista della distribuzione dei redditi. All’origine di questo andamento è la bassa produttività, che negli ultimi 30 anni è aumentata solo del 6%. Nello stesso periodo in Germania è cresciuta del 25%.
Chi paga il prezzo più alto
Siccome viviamo in un mondo in cui “tutto è connesso” (Laudato si’ 117), ci sono categorie di lavoratori che sono emarginate. Il costo della vita in alcune città è così elevato che non c’è posto per giovani o famiglie con stipendi bassi. Ma anche le aree interne soffrono del deserto demografico e dell’esodo dei giovani che cercano fortuna altrove. Gli affitti cari in alcune città bruciano la possibilità di poterci vivere, perché non lasciano margini di spesa ordinaria. Così le persone sono scoraggiate a fare alcuni lavori fondamentali per la società in quanto mal retribuiti. In tal modo, si mette a rischio il sistema welfare (educatori, caregivers…). Le metropoli si trasformano non in residenze di cittadini, ma in specchietti per turisti da spennare. Abitare in città diventa un privilegio, non un diritto. Il mercato (anche quello del lavoro) seleziona tra chi può rimanere e chi deve andarsene.
La casa diventa indicatore di disuguaglianze. Le metropoli sono attrattive per investimenti finanziari e per il turismo di massa, quello “mordi e fuggi” che arricchisce una parte di popolazione ma non migliora la qualità della vita cittadina. I lavoratori sono costretti a lasciare le città o, se va bene, a vivere da viaggiatori pendolari. In questo modo non coincidono più i flussi di denaro e i flussi di persone. La città non è a misura di lavoratori, ma di investitori. Le persone più vulnerabili diventano scarto. C’è bisogno di un nuovo pensiero sull’abitare. La questione è etica e culturale. Occorre immaginare le città per i bambini e le donne, per i lavoratori e gli anziani, per le famiglie e i giovani, per le persone migranti e disabili. La loro ricchezza non sono i flussi di denaro, ma le persone.
L’impatto delle tecnologie
Oggi c’è ansia anche circa l’impatto delle tecnologie sul lavoro. Esso può essere ricondotto a tre dimensioni: la creazione di nuove professioni, la sostituzione di attività esistenti e la trasformazione dei lavori grazie all’ibridazione tra persona e macchina.
Il rischio è di usare l’Ia per prendere decisioni scomode, come il licenziamento di un lavoratore, fidandosi di un algoritmo più che della contrattazione. Il paradosso di Moravec ci dice che le tecnologie realizzano meglio ciò che gli umani ritengono difficile (calcoli complessi, elaborazioni, statistiche), mentre è molto più complicato far fare alle macchine ciò che gli uomini fanno facilmente, come intuire il senso emotivo di un dialogo, gestire il movimento fisico su un terreno sconnesso, adattarsi a un imprevisto. Le macchine sono eccellenti in ciò che gli uomini ritengono ripetitivo e meccanico, mentre non sanno interpretare il vivere sociale. Insomma, la tecnologia non potrà annullare il lavoro, ma lo trasformerà: sarà sempre più importante il senso di responsabilità.
L’Ia cambia il modello di professionalità, che non è statica e applicativa, ma dinamica e creativa. Come sottolinea Marco Bentivogli, l’Ia “non è un soggetto morale. Non decide. Non licenzia. Non firma comunicati. Le decisioni sono umane, strategiche, finanziarie”. La questione vera non è se l’Ia toglie il lavoro, ma chi sta governando quest’epoca, chi è proprietario delle terre rare e dei satelliti, chi controlla la finanza, con quale visione industriale, con quale distribuzione delle risorse e dei benefici. Il problema è sociale ed etico, non puramente tecnologico.
C’è anche un problema di aziende che cercano lavoratori senza trovarli. Si cerca persino di creare opportunità di formazione professionale all’estero per portare in Italia lavoratori preparati e all’altezza dell’impegno professionale. In contemporanea, aumentano le dimissioni di giovani scontenti del loro lavoro o lavoratori demotivati che si fermano al minimo sindacale. Tutte esperienze che ricordano la crisi del senso.
Si tratta di rimotivare al lavoro, a partire dal suo riconoscimento, dalla sua umanizzazione e dalle sue prospettive di futuro. Permane anche una questione di genere: sulla carta le donne sono più studiose, si laureano più velocemente e con voti migliori ma hanno minori opportunità di carriera, retribuzioni più basse in media del 20% rispetto agli uomini.
Da ultimo, la crisi di alcune aziende favorisce la riconversione al settore bellico, in questo momento più fiorente e ricco di investimenti. Così il lavoro è finalizzato alla morte e alla distruzione, mentre dovrebbe promuovere la vita. Le guerre mettono in ginocchio l’economia di beni per la vita, che riguarda oltre il 90% delle aziende, mentre fa convergere i profitti verso poche imprese che producono sofferenza alle popolazioni civili. Occorre vigilare su queste trasformazioni.
Dignità del lavoro: cosa ci hanno detto i pontefici
Papa Francesco nei tredici anni di pontificato ha pronunciato discorsi bellissimi sul lavoro. Il suo magistero rimane tesoro ancora da scoprire. Basti pensare al meraviglioso discorso tenuto all’Ilva di Genova il 27 maggio 2017 oppure ai numerosi dialoghi con i movimenti popolari, invitandoli ad essere “poeti sociali”, protagonisti del cambiamento e seminatori di futuro. Dal basso possono nascere idee ed esperienze in grado di rimettere in piedi gli emarginati, di ridare speranza agli scartati e di sgonfiare l’egoismo dei potenti.
I quattro aggettivi usati da Francesco in “Evangelii gaudium” sono ancora attualissimi se si vuole parlare di dignità della persona che lavora.
Il lavoro chiede di essere libero, lontano cioè da forme di schiavitù come il caporalato o lo sfruttamento. Non è assurdo che tutti si preoccupino del petrolio che trasportano le navi ferme nel Golfo di Hormuz e nessuno chiede delle condizioni dei marittimi bloccati da settimane? Dov’è la centralità della persona e la tutela dei lavoratori?
Il lavoro, poi, è creativo perché coopera con l’azione creatrice di Dio. La fantasia che sprigiona dalle mani dei lavoratori costruisce un mondo migliore. Ha sempre dello straordinario ciò che l’uomo può realizzare ispirato dalla creatività.
Il lavoro è anche partecipativo in quanto esercizio di democrazia. Quando si lavora male è tutta la vita sociale a soffrirne, mentre quando viene riconosciuta l’attività di ciascuno, la partecipazione si materializza nel quotidiano.
Infine, il lavoro è solidale e non può essere diversamente. Ogni luogo di lavoro è una comunità che tiene insieme talenti diversi e li organizza per produrre beni. Il lavoro è esperienza comunitaria. Quante volte i lavoratori si sono resi protagonisti di gesti solidali nelle aziende, pur di non lasciare a casa nessuno! Solo i lavoratori sanno cosa significhi una vita da precario o da disoccupato. Famiglia e lavoro sono le assicurazioni a vita sociale. Patrimoni di umanità.
Anche papa Leone XIV ha rilevato il lavoro come fondamentale contributo per riconoscere la dignità della persona. Nell’esortazione apostolica “Dilexi te” ha scritto: “L’aiuto più importante per una persona povera è aiutarla ad avere un buon lavoro, perché possa guadagnarsi una vita più consona alla sua dignità sviluppando le sue capacità e offrendo il suo sforzo personale. Il fatto è che la mancanza di lavoro è molto più del venire meno di una sorgente di reddito per poter vivere. Il lavoro è anche questo, ma è molto, molto di più. Lavorando noi diventiamo più persona, la nostra umanità fiorisce, i giovani diventano adulti soltanto lavorando” (DT 115).
La dignità dei lavoratori e delle lavoratrici si manifesta nel venire incontro ai loro bisogni di costruire famiglia, di far crescere i figli, di prendersi cura degli anziani o dei malati, di accompagnare i sogni dei giovani. In una società sempre più potente dal punto di vista tecnologico, ma che soffre di solitudine e di anonimato, il lavoro è esercizio concreto di cittadinanza e continua a costruire comunità solidali e fraterne. C’è uno scambio reciproco tra il lavoro e il lavoratore: il lavoro degno consente al lavoratore di fiorire e il lavoratore con la sua creatività e passione rende ancora più degno il lavoro. Flora et labora.
