FOCUS
Lavoro insufficiente, salari bassi. Perché è necessario cambiare
Il modello produttivo locale necessita di una riforma radicale. Meno della metà dei lavoratori ha un impiego stabile a tempo pieno, spingendo i giovani qualificati ad emigrare per mancanza di opportunità adeguate
di Daniele Lanni
Segretario generale della Cgil provinciale di Ascoli Piceno
Viviamo in un territorio bellissimo, cullati tra il mare e la montagna, tra l’Aso e il Tronto. Un territorio nel quale abbiamo deciso di vivere per la sua bellezza, per la sua capacità di emozionarci in maniera sempre diversa, e offrendoci panorami e paesaggi diversi ed eterogenei. Siamo un territorio figlio allo stesso tempo dell’agricoltura e della pesca, liberato dai nostri eroi partigiani, e indelebilmente legato al valore del lavoro, come strumento di costruzione ed emancipazioni di sé stessi e di tutta la propria comunità.
Un modello, quello mezzadrile che con le grandi trasformazioni degli anni 70 è cambiato in maniera profonda. La nostra provincia, ultima verso nord, nella cassa del mezzogiorno, si è riempita gradualmente di aziende multinazionali, che hanno cambiato gradualmente il tessuto produttivo, ma troppo spesso senza legarsi in maniera definita al territorio, al suo tessuto sociale. In quegli anni la nostra provincia è riuscita anche a crescere in maniera importante, sulla spinta dell’occupazione e le opportunità che la grande industria multinazionale aveva portato nel territorio.
Il termine della crescita industriale, la fine della Cassa per il Mezzogiorno, hanno portato già dalla metà degli anni novanta alle prime delocalizzazioni e le prime difficoltà di un sistema produttivo che aveva beneficiato in maniera importante degli sgravi e benefici della Cassa, senza né trovare, né forse cercare un proprio modello economico o una propria vocazione industriale.
Un declino che continua sino ai giorni d’oggi. E seppur parlare di territorio deindustrializzato probabilmente è forse troppo, non sbagliamo nulla a dire che viviamo oggi un territorio che dal 2006 in poi ha perso gradualmente pezzo pezzo la maggior parte delle aziende più importanti in termini economici ed occupazionali. Un processo che non è di certo stato arrestato dalle misure messe in campo negli anni successivi, e che ci proietta in maniera molto negativa rispetto alla situazione odierna, a cui è giusto sommare un contesto nazionale ed internazionale molto grave, e la completa assenza dal governo nazionale di politiche industriali ed energetiche serie.
Ecco, questo è il contesto nel quale oggi siamo. Un territorio in grande difficoltà, con la cassa integrazione in crescita esponenziale, tantissime aziende in fortissima difficoltà nell’industria, e sempre meno stabilità e certezze per chi inizia un proprio percorso di lavoro qui, magari cercando di non finire espulso dal mercato del lavoro e dover scegliere – spesso controvoglia – di cercare lavoro e una vita altrove.
Siamo in una provincia in cui meno di una persona su due, solo il 48%, ha un lavoro a tempo indeterminato full time, tutti gli altri si barcamenano tra part time, volontari o meno, e la miriade di contratti precari: somministrati, a tempo, a chiamata, tirocini, e chi più ne ha più ne metta. Questo è il lavoro che il nostro territorio offre oggi a nostri giovani, e meno giovani. Ci appare del tutto evidente che senza una svolta chiara in termine sia di politiche nazionali, ma anche di capacità di confronto istituzionale tra forze sociali a livello territoriale, la situazione che abbiamo di fronte sarà tutt’altro che in miglioramento.
E in questo contesto si inserisce con grande forza l’avvento dell’Intelligenza artificiale, che cambierà radicalmente i nostri modi di produrre, sostituendo tanta parte di lavoro non solo di manodopera, ma anche intellettuale. Una vera e propria rivoluzione in termini economici, che vi è la forte necessità di governare.
Nonostante lo scenario sia tutt’altro che roseo e le prospettive appaiano assolutamente scure, non è nella nostra natura quella di arrenderci, e combattiamo quotidianamente per immaginare un futuro differente. Servirà la forza delle lavoratrici e lavoratori per far comprendere che un territorio in cui i salari sono bassi e il lavoro è insufficiente e precario, diventa per forza di cose un territorio che si spopola e la cui economia va in difficoltà. Del resto è del tutto evidente che per rafforzare l’economia di un territorio la prima leva da usare è quella di mettere in circolo maggiori risorse economiche, attraverso la contrattazione di secondo livello, che possano rimettere in moto il consumo e l’acquisto di beni e servizi legati al territorio. Meccanismi di redistribuzione della ricchezza, e sperimentazioni di riduzioni dell’orario di lavoro a parità di salario, sono per il Piceno assolutamente necessari.
Certo, questi non sono sufficienti, ma comunque assolutamente necessari. D’altra parte c’è da ripensare il modello, a partire dalle filiere che già abbiamo, penso a quella del carbonio o quella del freddo, o ancora allo sviluppo di nuove filiere legate all’innovazione. Un lavoro che necessita assolutamente, però, di politiche integrate energetiche sul territorio, e di un coordinamento forte della politica e delle istituzioni.
Il terziario rappresenta oggi una larga parte dell’occupazione del territorio, e non possiamo di certo trascurare questa prospettiva che, sappiamo bene, essere in grande crescita. Anche il terziario deve rappresentare una prospettiva occupazionale che garantisca stabilità e salari alti, e questo sarà possibile soltanto promuovendo meccanismi di integrazione tra le attività che già operano, promuovendo una contrattazione territoriale, rafforzando l’attività ispettiva e punendo le aziende che non rispettano le regole arrivando addirittura ad applicare contratti pirata, solo per ridurre i costi.
Riteniamo questa la direttrice principale su cui ricostruire l’economia del territorio: alzare i salari, redistribuire la ricchezza che si crea nel territorio, non permettere l’abuso e l’utilizzo del lavoro precario che non permette stabilità e investimenti privati, costruire coordinamento di filiere integrate, che creino un nuovo e maggior valore aggiunto da redistribuire per tenere sempre in moto la circolazione di risorse anche nei settori del commercio e del terziario.
In questo immaginario, di cui ci facciamo da anni promotori, il ruolo delle competenze dei giovani del Piceno è centrale, e sarà sempre più centrale in un mondo della produzione ma in generale del lavoro, che sarà stravolto dall’utilizzo dell’Intelligenza artificiale. Oggi, chi si forma fuori spesso è costretto a rimanere fuori. Il Piceno non offre posizioni lavorative a sufficienza, e non adatte a riattrarre alcune professionalità. Non offre né stabilità né salari sufficienti per competere con altre aziende. Questa è la prospettiva che dobbiamo cambiare.
Un ruolo di grande importanza, in un territorio nazionale che già spopola, dovrà essere giocato dai migranti che il territorio attrae. La destra in questi anni ha costruito una narrazione di contrapposizione e razzismo, quando invece è sotto gli occhi di tutti che siamo in un Paese che invecchia e in piena emergenza demografica, e la nostra provincia non fa eccezione. Giusto per dare qualche numero: in 15 anni abbiamo perso 15 mila abitanti. I migranti da questo punto di vista rappresentano una risorsa, per questo ci sarebbe bisogno di politiche serie di integrazione, formazione e solidali, invece che le politiche messe in campo oggi che cercano di ghettizzare su base etnica per spingere all’emarginazione sociale eppoi soffiare sul peggior razzismo.
In conclusione immaginiamo, per il territorio che amiamo e ci siamo scelti, un futuro diverso, di possibilità concrete per giovani, donne e per chi qui sceglie di vivere, costruito sulla stabilità occupazionale, su salari degni di questo nome, in una economia che vorremmo in crescita. Un futuro però, che sarà possibile soltanto con un profondo cambio di rotta da parte della politica, e la ripresa di un confronto con chi rappresenta lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati.
