La scelta della partecipazione per uscire dal post-industriale

La scelta della partecipazione per uscire dal post-industriale

Tra deficit infrastrutturali, imbuti culturali sullo smart working e il peso delle microimprese, il territorio piceno affronta una transizione complessa. Necessari co-progettazione, reti d’impresa e formazione continua dei lavoratori

di Maria Teresa Ferretti

Responsabile territoriale della Cisl di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto


Se volessimo aprire un album di fotografie partendo dal secolo scorso, ci renderemo conto di come il lavoro nel territorio piceno sia cambiato.

Il “lavoro delle mani” dei nostri nonni e delle nostre nonne era il fondamento di vita nel quale trovavano anche momenti di svago. Il racconto della raccolta delle sementi in agricoltura che terminava sempre con una festa finale dopo il duro lavoro è ricorrente nei nostri anziani.

Sfogliando le tante foto, con il passare degli anni, notiamo che c’è stato un tempo in cui la vallata del Tronto era una specie di Eldorado manifatturiero. Erano gli anni della Cassa per il Mezzogiorno, delle fabbriche che sorgevano come funghi, del passaggio repentino e quasi violento dalla mezzadria alla catena di montaggio.

Ascoli Piceno e la sua provincia hanno vissuto il loro Novecento industriale con l’intensità di un boom che sembrava eterno. Poi, la clessidra si è girata. Le multinazionali hanno delocalizzato, i capannoni si sono svuotati e quel modello di sviluppo ha lasciato dietro di sé scheletri di cemento e una domanda sospesa: e adesso?

Oggi, raccontare il dopo-industriale nel Piceno significa guardare in faccia una transizione complessa. Non siamo più la terra della grande fabbrica fordista, ma non siamo ancora pienamente una data valley o un hub dell’innovazione globale. Siamo nel mezzo. E in questo limbo, la sfida del lavoro – per i giovani, ma anche per i cinquantenni espulsi dai vecchi cicli produttivi – si gioca su una delicata fune tesa tra la cura dell’oggi ed il senso di posterità.

L’istantanea scattata ora, vede un territorio molto cambiato, anche se alcune aziende storiche sono sempre nello stesso luogo e alimentano l’economia locale. Il tempo però ha iniziato a portare innovazione soprattutto tecnologica, anche attraverso agevolazioni disponibili, che ha mutato l’ambiente di lavoro: sono state inserite macchine altamente avanzate, i robot nelle linee, gli esoscheletri cominciano ad essere utilizzati. Di recentissima adozione è il badge di cantiere nell’edilizia legato all’introduzione di molta tecnologia nei cantieri edili.

La fotografia evidenzia anche un aumento di presenze nei settori del commercio e servizi nonché nella logistica, attività molto spesso non visibili dall’esterno ma che si muovono con strumenti innovativi come e-commerce.

Il Piceno ora, rispetta a pieno l’andamento Italia riportato dall’Istat: il terziario assorbe oltre il 70% degli occupati, l’industria manifatturiera copre circa un quarto dei lavoratori, mentre l’agricoltura è scesa al di sotto del 4%.

I dati più di dettaglio ci dicono che il sistema industriale del Piceno vede in termini di imprese il commercio fare da padrone seguito dall’agricoltura, dalle costruzioni, dalla manifattura e dall’alloggio e ristorazione.

Se dessimo una vista agli addetti ci rendiamo conto che la manifattura dimostra una straordinaria resilienza nonostante i nodi strutturali del post industrialismo e le ferite non del tutto rimarginate del sisma 2016.

Accanto a dati che ci gratificano non possiamo non inserire il nanismo aziendale e quindi la bassa capitalizzazione del territorio.
Il tessuto economico è polverizzato in micro e piccole imprese. Se da un lato questo garantisce flessibilità, dall’altro limita la capacità di investire in ricerca e sviluppo (R&S), di digitalizzare i processi e di affrontare con forza i mercati internazionali in modo autonomo.

Una scelta di coraggio sarebbe lo sviluppo di economie di rete in settori come agricoltura, turismo e cultura, per la crescita dimensionale delle attività e per creare massa critica per investimenti in ricerca e sviluppo delle piccole e medie imprese, con progettualità integrate finalizzate ad esempio alla “destagionalizzazione” dell’offerta turistica; e valorizzare, dove è possibile, le reti d’impresa.

Il fatto di avere un sistema industriale composto da Pmi viene accompagnato da un rilevante punto di debolezza che sono le carenze infrastrutturali, materiali o immateriali.

Il Piceno sconta storici deficit di collegamento. La ferrovia Adriatica e la rete viaria interna (con i cronici cantieri e disagi dell’autostrada A14 e della superstrada Ascoli-Mare) limitano l’attrattività logistica per le grandi imprese e penalizzano il flusso turistico, specialmente verso le aree montane. Non si hanno collegamenti diretti con l’aeroporto di Falconara.

Sul lato delle infrastrutture immateriali il problema è presente partendo dalla costa sino alle aree interne, dove i collegamenti sono molto problematici e di non immediata risoluzione. Questi sono elementi base sia per la tenuta del sistema imprenditoriale sia per sviluppare forme di lavoro innovative come il lavoro agile.

Secondo gli ultimi report Istat, le Marche registrano una diffusione dello smart working pari al 9,2% della forza lavoro totale (un dato inferiore rispetto alla media nazionale del 13,8%, posizionando la regione nella fascia medio-bassa in Italia).

Si stima che in provincia di Ascoli Piceno ci siano circa 7.300 – 7.800 persone che usufruiscono dello smart working o del lavoro da casa (sia in modalità ibrida che full-remote) su circa 70.000 lavoratori e lavoratrici complessivi del 2025. Il tasso di occupazione complessivo però risulta essere positivo nonostante un calo rispetto al 2024.

Ritornando allo smart working il vero collo di bottiglia, non solo nella provincia di Ascoli Piceno, ma in gran parte del tessuto imprenditoriale italiano risulta essere molto spesso non solo il limite tecnologico (la fibra ottica c’è, i pc anche), ma un blocco culturale della dirigenza; quando i manager e i titolari d’azienda sono privi di esperienza con il lavoro da remoto, tendono a rifiutarlo. Questa resistenza nasce da dinamiche psicologiche e culturali ben precise.

Per decenni, per alcuni lavori, il valore di un dipendente è stato misurato sulla base del tempo passato alla scrivania, la cosiddetta “sindrome del controllo visivo” (presenzialismo). Per un manager abituato alla gerarchia classica, l’ufficio fisico è il teatro in cui esercita il proprio ruolo. Dobbiamo tener conto che lavorare in smart working richiede il passaggio dal controllo del tempo alla gestione per obiettivi (management by objectives) che presuppone una forte relazione di fiducia tra le parti. Nelle aziende tradizionali, la fiducia non è un prerequisito, ma qualcosa che si concede solo sotto stretta osservazione.

La Cisl di Ascoli Piceno ritiene che per creare fiducia ci voglia la partecipazione. Per il sindacato, la partecipazione non è solo un modello organizzativo, ma un vero e proprio volano per costruire fiducia reciproca tra imprese e lavoratori, superando la vecchia logica della contrapposizione frontale. E’ questa una delle sfide più importanti del momento per agire sul cambiamento del mondo del lavoro.

Gli studiosi ci dicono che è arrivato il momento di concentrarsi sui cambiamenti dei modi di lavorare, i cambiamenti dei contenuti delle professioni e l’andamento della produttività; nasce il bisogno di co-progettare il cambiamento.

Si deve costruire uno spazio di dialogo (partecipazione) utile allo scambio delle informazioni e all’esame delle soluzioni tra tutti gli attori, come i comitati paritetici, i tavoli, gli incontri periodici. Sono importanti occasioni di formazioni congiunta.

La formazione è intesa come una delle leve strategiche per la competitività e la qualità del lavoro, fondamentale strumento per la gestione del cambiamento. Riteniamo necessario affermare un vero diritto universale alla formazione dove lavoratori e lavoratrici, occupati e non occupati, abbiano diritto di proseguire i percorsi di formazione per tutto l’arco della vita, per accrescere conoscenze, competenze tecniche, specialistiche e trasversali.

Ecco che diventa importante anche il cambiamento per il mondo dell’istruzione ed educazione. La scuola non può fermarsi all’obbligo scolastico deve accompagnare le persone nei diversi cambiamenti a cui sono chiamate. Essa dovrà ineludibilmente concorrere a qualificare i percorsi di life long learning, assumendo un ruolo più incisivo nella formazione degli adulti come strumento fondamentale per il lavoro.

Per i giovani che escono da percorsi di istruzione, per le donne che soffrono ancora una forte disparità, soprattutto quelle impegnate nei lavori di cura a livello familiare, ma in generale per tutte le persone con i diversi ruoli nel mondo del lavoro, nasce la necessità di aver cura dell’oggi per costruire il domani.

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