ART’E’
La povertà nella pittura sacra barocca tra realismo e dignità
Nel Seicento la povertà entra nella pittura sacra attraverso il realismo barocco e la nuova attenzione della Chiesa verso gli ultimi. Alcune opere locali raffigurano poveri in scene quotidiane, rendendo il sacro più vicino al popolo
di don Elio Nevigari
Incaricato per i beni culturali ecclesiastici della Diocesi di Ascoli Piceno
Quella barocca è un’epoca che si apre storicamente con vari fattori di crisi: le carestie dei primi decenni, la disastrosa Guerra dei Trent’Anni, le ricorrenti pestilenze, fra cui quella tra il 1661 e il 1668, il conseguente crollo demografico. Di conseguenza le scene di povertà costituiscono un panorama consueto del momento storico, comune alle campagne e alle città. La miseria e la tragedia finiscono col far parte della quotidianità.
In tale contesto e di fronte al dilagare della povertà e della miseria, si fa strada in vari settori della Chiesa una particolare sensibilità per le condizioni degli strati più deboli della società.
Con l’espressione “pittura di genere” si indica un’ampia fascia di opere pittoriche caratterizzate dalla rappresentazione di scene di vita quotidiana; poiché la povertà costituiva un aspetto drammaticamente evidente del quotidiano e l’oggetto di una nuova sensibilità religiosa, la “pittura di genere”, che in Italia si afferma nel corso del Seicento, si rivolge in particolare alla rappresentazione dei poveri, dei “pitocchi” (dal greco ptokós, “mendico”). Il pitocco è il povero mendicante, che vive ai margini del tessuto sociale.
L’arte che lo ritrae segna così un distacco dai tradizionali soggetti religiosi ed esprime invece una attenzione verso la realtà sociale del tempo, accompagnata da uno sguardo pietoso. Nel sec. XVII irrompono nell’arte e nella letteratura italiana i poveri e, in genere, le categorie sociali subalterne, con la rappresentazione della loro vita quotidiana.
Nella pittura sacra barocca, la povertà non è tanto un tema, ma uno strumento per coinvolgere emotivamente i fedeli, mostrando la santità nelle figure umili e quotidiane come la Madonna con i piedi nudi o i pellegrini, attraverso effetti di chiaroscuro drammatico e realismo crudo, tipici della “pittura di genere” che ritrae i “pitocchi” e i poveri del popolo, in forte contrasto con lo sfarzo generale, per avvicinare il divino alla realtà terrena e sottolineare la compassione e la fede umile.
I veicoli espressivi possono così riassumersi:
- Maria e Gesù Bambino sono spesso rappresentati come popolani, a piedi nudi, vestiti semplici e in contesti umili e scrostati, simboleggiando l’umanità e l’accessibilità del divino;
- i pellegrini e i fedeli sono raffigurati come gente comune, spesso mendicanti con piedi sporchi e bastoni, sottolineando il loro viaggio spirituale e la loro umiltà, suscitando forte impatto emotivo;
- la pittura sacra barocca, pur essendo spesso sfarzosa e spettacolare per la Riforma Cattolica, usa la povertà nei soggetti sacri per creare un forte contrasto e rendere il messaggio più diretto e toccante per il popolo;
- l’uso del forte chiaroscuro (luce e ombra) enfatizza la drammaticità delle scene, mettendo in risalto la fisicità e la vulnerabilità delle figure povere, creando un legame empatico con lo spettatore;
- la rappresentazione di scene di vita quotidiana con soggetti poveri diventa un mezzo per trasmettere temi religiosi, distaccandosi dal classicismo e focalizzandosi sulla realtà sociale.
Nella pittura sacra barocca, la povertà viene quindi rappresentata con un nuovo realismo e una forte enfasi sulla dignità e l’umiltà dei soggetti, in contrasto con la magnificenza e l’opulenza dell’epoca. Queste le caratteristiche principali: - gli artisti barocchi, utilizzano modelli tratti dalla vita quotidiana, spesso persone comuni o mendicanti, per raffigurare santi, apostoli e la stessa Sacra Famiglia; questo approccio naturalista e realista rende le scene sacre più accessibili ed emotive per i fedeli;
- i poveri non sono semplicemente ritratti per suscitare pietà, ma vengono spesso investiti di una “dignità stracciata”; la loro accettazione della vita miserabile è vista come un segno di virtù e un’imitazione della vita umile di Cristo;
- indirizzata dalla Chiesa della Riforma Cattolica, la pittura sacra barocca ha un forte scopo educativo e morale; le immagini dei poveri e degli atti di carità servono da esortazione ai fedeli benestanti a praticare l’elemosina, sottolineando l’insegnamento cristiano che i poveri sono gli eredi del Regno dei Cieli;
- l’ampio contrasto tra ricchi e poveri nell’Europa del sec. XVII, ma anche dopo, esacerbato da guerre e carestie, fornisce il contesto sociale per queste rappresentazioni; sebbene le opere mostrino la realtà della povertà, raramente mettono in discussione la rigida gerarchia sociale dell’epoca, servendo piuttosto a rafforzare la struttura esistente incoraggiando la carità individuale;
- temi iconografici specificatamente popolari includono la Sacra Famiglia nella sua umile stalla, la Fuga in Egitto (dove la famiglia viaggia come poveri migranti) e santi noti per la loro carità, come San Rocco, che distribuisce l’elemosina.
Questo stile rappresentativo si trova in uno dei massimi protagonisti della pittura del primo Seicento, ossia nel Caravaggio. Il pittore lombardo porta quasi “prepotentemente” i poveri nella pittura maggiore di argomento religioso. Successivamente una folta schiera di artisti attinge ampiamente al quotidiano popolare. Per fare qualche esempio nella produzione locale, si possono considerare alcune opere.
“L’adorazione dei pastori” di Ludovico Trasi (1634-1694), al Museo Diocesano di Ascoli Piceno, in cui nella paglia sotto al Bambino, nei piedi nudi e sporchi in primo piano dei pastori, uno dei quali a torso seminudo, nel pastore con l’agnello sulle spalle e nella donna sbracciata con in testa il cesto con i colombi, ritroviamo ampiamente i canoni sopra esposti.
Ne “La morte di S. Francesco Saverio” di Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccio (1639-1709), il famoso santo missionario gesuita si trova morente, assistito da un indigeno, di fronte alla costa cinese, che può solo vedere, giacente sulla paglia, con la tonaca in parte sbottonata e, in primo piano, i piedi nudi con gli alluci deformi per le fatiche apostoliche.
“Il Beato Marco da Montegallo”, in una tela centinata d’ignoto autore del sec. XVII nella chiesa di S. Maria in Lapide a Montegallo e in altre raffigurazioni posteriori, in cui la povertà è evocata dalla figura stessa del Beato, istitutore nel sec. XV dei “Monti di Pietà” a sollievo dei poveri.
Arriviamo poi al pieno ‘700 con due opere dell’ascolano Nicola Monti (1736-1795), entrambe al Museo Diocesano.
“La moltiplicazione dei pani e dei pesci”, in cui la folla scalza e stanca fa da cornice al gesto che Gesù sta per compiere perchè tutti siano sfamati, prefigurato in basso dalla donna che allatta il proprio bambino;
“San Giovanni Battista che predica alle turbe”, con in primo piano un uomo che mostra torso e piedi nudi e, in basso a destra, una ciotola vuota, simbolo dell’impegno quotidiano per sopravvivere, in cui l’artista pone la sua firma.
Anche se il tema della povertà non è ex professo il soggetto della rappresentazione, tuttavia emerge da tutta una serie di particolari che la esprimono come presenza costante nella società e nell’attenzione della Chiesa.
Come detto, in Italia gli artisti-chiave sono: nel sec. XVII il Caravaggio per il suo uso rivoluzionario del naturalismo, che utilizza persone del popolo come modelli per le sue figure sacre, suscitando talvolta polemiche e rifiuti dalla committenza per la loro eccessiva “volgarità” e nel sec. XVIII Giacomo Ceruti (Il Pitocchetto), che porta la pittura di genere (cioè la vita quotidiana dei poveri) a livelli eccelsi; le sue opere, spesso commissionate da aristocratici, offrono ritratti intensi e realistici di mendicanti e contadini.
