La mia scelta di servizio? Colpa delle ragazze

La mia scelta di servizio? Colpa delle ragazze

Come si diventa volontari? Che strada di consapevolezza si percorre? E soprattutto quali sono le motivazioni che spingono ad impegnarsi con spirito di gratuità per gli altri? Parla Mimmo Bianchini, presidente dell’associazione Betania di Ascoli Piceno

a cura di Yuri Valori


“Eravamo il gruppo giovane della parrocchia del Carmine. Il parroco, figura storica, emblematica di Ascoli, don Quinto Piermarini, insieme a don Franco Petrucci, ci spingevano, ci stimolavano ad occuparci di solidarietà, di volontariato. Io mi ricordo i campi Emmaus, le varie raccolte cittadine di materiali vari, per poi utilizzare le risorse raccolte per attività e campi scuola. La mia storia da volontario nasce qui”. Mimmo Bianchini, classe 1953, è presidente dell’associazione Betania, “braccio operativo” della Caritas diocesana di Ascoli.

Quindi quella al volontariato è una sensibilità che nasce già da ragazzo. Dopo quei primi anni parrocchiali dove incontra una dimensione più matura?
Di fatto sono diventato un vero volontario nel soccorso alpino, dagli anni 70 in poi. Ho visto rinascere il soccorso alpino ascolano, di cui io ero un componente. Sono andato avanti per molti anni, credo fino al 1996-1997. Poi sono stato “catturato” da don Mauro Bartolini, parroco di Monticelli, che mi ha chiesto di fare tutto il percorso di formazione nello scoutismo fino a diventare capogruppo di Ascoli 4. Lo scoutismo ha come particolarità che è un’attività tra pari, ragazzi che accompagnano altri ragazzi. Quando si diventa anziani si perde questa caratteristica di relazione anagrafica, per cui è arrivato il momento in cui mi è sembrato opportuno lasciare.

A quel punto sono entrato in un mondo che non conoscevo: il mondo della povertà, del disagio, della vulnerabilità, della fragilità. All’inizio sono stato coinvolto solo da un punto di vista tecnico in quanto la mia esperienza lavorativa mi ha permesso di mettere a disposizione alcune competenze sulla gestione degli avanzi, sulla legislazione legata al mondo alimentare, queste cose qui. Poi, però, piano piano sono entrato dentro al cuore del mondo Caritas. All’inizio ho fatto difficoltà: rincorrevo, cercavo di dare una risposta ai bisogni. Poi questo paradigma è cambiato: più che ai bisogni oggi c’è bisogno di avere un occhio alle persone, perché dietro ad ogni bisogno ci sono realtà umane, ci sono persone che a vario titolo hanno diritto di avere riconosciuta la dignità umana.

Questo cambiamento di visione mi interessa molto dal punto di vista del volontario: cercare di tamponare il bisogno, fare il passaggio di prendersi carico dell’intera persona, questo dal punto di vista dell’attività di un volontario, è proprio un cambiamento anche dal punto di vista dell’approccio culturale.

Lo scoutismo mi ha aiutato a capire e a fare mia la differenza tra volontariato e servizio. Volontariato è una cosa buonissima, fatta da persone per bene: sicuramente decidere di dedicare del proprio tempo per tutte le attività, le più disparate, dagli amanti della natura al soccorso alpino fino alla pulizia delle spiagge, è una cosa buonissima, ce ne fossero. Cosa diversa è però essere pronti quando qualcuno in difficoltà ti dice, o ti palesa in maniera più o meno esplicita, “ho bisogno che qualcuno si prenda cura di me”. Lì la risposta deve essere un’altra, non può essere “se ho tempo”…

Il nostro direttore della Caritas parla sempre di un’accoglienza “di qualità”: qualche volta non basta soltanto dare un letto, da mangiare, cose importanti e necessarie, ma occorre proprio collocarsi in una dimensione più complessa: cercare di portare su di sé le difficoltà di qualcuno, ognuno con le proprie capacità, con le proprie peculiarità, con i propri talenti.

Ricorre il tema delle motivazioni, giustamente, perché alla base di tutto questo c’è una dimensione di generosità, di volontà di rendersi utili, di gratuità. Secondo lei oggi la motivazione è di per sé ancora sufficiente, oppure sempre più spesso viene richiesta anche una dimensione di competenza, di attenzione, di specializzazione?
Le difficoltà che si stanno incontrando sono proprio queste. La trasformazione sostanziale, secondo me, è che oggi non è più sufficiente la buona volontà, qualunque sia la motivazione più o meno solida che ci sta dietro. Per le sfide di oggi è richiesta la competenza, la conoscenza. Faccio un esempio molto semplice: la conoscenza delle lingue. Gli immigrati che arrivano oggi da noi sono tutti francofoni e pochissimi anglofoni, sono di lingua araba o del sudest asiatico o parlano le diverse lingue africane. Dobbiamo ricorrere a mediatori linguistici e se non ne hai uno disponibile non riesci a comunicare.

Ancora, è richiesta anche la conoscenza dei processi e delle procedure: per l’ottenimento dei permessi di soggiorno, per la conoscenza dei percorsi sociali tramite cui indirizzare qualcuno nel posto dove è possibile reclamare un diritto. Senza contare che oggi, in generale, è richiesta al volontario una capacità di linguaggio e una capacità di comunicazione perché si deve anche poter interloquire con figure istituzionali come un assessore, un responsabile di ambito, un dirigente della Questura o della Prefettura. Per non parlare dello scrivere: un conto è scrivere due righe su un pezzo di carta, un conto è scrivere una relazione o un progetto o un’istanza. Poi ci sono le competenze tecniche, la conoscenza dei sistemi informatici, la conoscenza dei social, tutte queste cose oggi sono un grosso limite.

Detta così c’è il rischio di provare talvolta un senso di difficoltà, di inadeguatezza o di disagio…
Ah tutti i giorni! Tant’è che ricorro senza mezzi termini a professionisti. Nessuno di noi può essere un tuttologo. Oggi come ente mi faccio aiutare e metto nell’organizzazione delle figure professionali. Faccio un esempio: mentre fino a ieri per la contabilità bastava prendere qualcuno che magari aveva la capacità di scrivere su un foglio di partita doppia l’entrata e l’uscita e il saldo, oggi c’è bisogno di professionisti che siano in grado di portare avanti una contabilità ordinaria, di preparare un bilancio, di scrivere una relazione di missione, di predisporre una revisione contabile, di rendicontare correttamente un progetto.

Diciamoci la verità: fino a qualche tempo fa il mondo del volontariato era una sorta di terra di mezzo, ma con provvedimenti come la legge sul Terzo settore si è entrati in una dimensione, secondo me giusta anche se forse ancora non del tutto completa, di necessaria trasparenza e correttezza.

Poi, ovviamente, c’è anche la percezione di inadeguatezza nei confronti delle problematiche. Oggi c’è sempre più bisogno di figure professionali come un psicologo, un sociologo, un assistente sociale, perché i bisogni emergenti sono sempre più complessi: pensiamo alle povertà educative o sanitarie o abitative, ai lavoratori poveri, al disagio minorile. Queste si aggiungono a quelle più conosciute ma non per questo meno difficili: problemi di natura psichiatrica o problemi di salute. Ultimamente approcciamo anche le difficoltà di tutto quel mondo che sta intorno alle pene alternative al carcere, soprattutto in caso di minori, dove c’è un importante ma impegnativo spazio di lavoro.

L’età media del volontariato caritativo, immagino anche dei volontari di Betania, è piuttosto alta. Perché non si riesce ad attrarre o a stimolare i giovani? La sua motivazione di quando era giovane oggi non la rintraccia più oppure pensa che ci sia proprio un cambiamento di tempi?
Perché non lo so. So che però non facciamo abbastanza, ci proviamo ma manca qualcosa di strutturato nelle scuole, nelle parrocchie, nel mondo sociale, nelle attività sportive.

Io sono del 53, ho fatto le scuole superiori negli anni 70 e la mia fortuna è stata approcciare una realtà parrocchiale. Venivo da altri ambienti, sono andato in un gruppo parrocchiale perché c’erano le ragazze… Ho avuto fortuna perché l’animatore era una persona significativa, che ci ha aiutato a camminare, non ha preteso nulla, ci faceva fare con piacere quelle attività che piano piano mi hanno portato qui. Era un cammino ed un ambiente educativo. E’ stato quasi automatico, naturale, impegnarsi nel volontariato.

C’è un discorso di radici. Radici che si sono piantate e che poi, alla fine, producono il salvataggio in montagna piuttosto che lo scoutismo, piuttosto la povertà o l’immigrazione. Alla fine questa è stata la mia esistenza: questo filone ha avuto diverse sfaccettature ma è stato sempre su questo solco. Io sono sempre stato qui dentro.

Non ho competenze specifiche per parlare delle motivazioni per cui oggi questi sentimenti, questi valori sembrano annacquati. Mi devo fermare perché è un terreno sociologico, però ogni tanto qualche conto mi torna.

La differenza tra un ragazzo “perbene” e un ragazzo capace di “fare il bene” sta nel fatto che, purtroppo, non ci si lavora. Oggi i ragazzi sono tutti perbene. Quelle poche cose che ci fanno vedere ragazzi problematici rimandano ad una dose di rabbia e di angoscia che qualcuno dovrebbe analizzare. Se coltiviamo queste sensibilità, il bene può diventare la solidarietà, la capacità di avere le antenne alzate, di ascoltare, di guardare.

Una frase mi ha molto colpito prima, sul fatto che “non possiamo fare tutto noi”, come organizzazione e come volontari. Una delle dimensioni che si è più sviluppata in questi anni è quella del lavoro di rete e quindi della necessità di rapportarsi con altre reti, altre organizzazioni, altri volontari…
Ha toccato un tasto che nel 2015 ci ha portato a creare il Pas. Il Polo accoglienza e solidarietà. Era la volontà di fare una rete ed è ancora oggi un lavoro in progress che sta producendo i suoi effetti ma che ancora non ha dispiegato tutte le potenzialità. Abbiamo le associazioni aderenti, abbiamo il supporto della Bottega del Terzo settore, abbiamo la Fondazione, Carisap che ha nelle corde questi temi, abbiamo la diocesi sensibile e attenta. Stiamo facendo tantissimo? Sì. Potremmo fare di più? Sicuramente sì.

Ma dal punto di vista del volontario quanto è più faticosa la rete? Sicuramente è faticoso, sicuramente ci devo mettere la faccia, sicuramente devi impiegare risorse umane e anche risorse di tipo economico. Poi c’è anche la dimensione del misurarsi, della capacità di fare o non fare. Se anche io faccio bene “il mio”, devo capire che “il mio” talvolta è un po’ di più di quello che sto facendo. Indipendentemente dalla capacità poi di farlo realmente, intanto devo sapere che “il mio” non comincia e finisce lì. E’ un tema su cui il Terzo settore deve interrogarsi seriamente.

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