CARTA CANTA
La “grazia” di un gesto quotidiano: se il lavoro ritrova la sua anima
Il volume di Massimiliano Pappalardo propone una profonda riflessione esistenziale sul lavoro, inteso non come mero strumento di profitto e performance, ma come un’opportunità sacra per esprimere la propria vocazione e ritrovare se stessi attraverso la cura del bene comune
di Yuri Valori
C’è un equivoco di fondo che attraversa la contemporaneità, un paradosso cresciuto all’ombra dei manuali di management anglosassoni e delle ricette in “dieci step” per scalare le vette della carriera. È l’illusione che il lavoro sia esclusivamente una questione di performance, un algoritmo sterile in cui l’essere umano è ridotto a mero fattore produttivo, pedina di un capitalismo bulimico che ha sostituito il “compiersi” con il “produrre”.
In un Occidente smarrito, che oscilla pericolosamente tra la retorica dell’efficienza stakanovista e la tentazione nichilista delle Grandi Dimissioni o del quiet quitting, una voce fuori dal coro ci invita a fermarci. È quella del filosofo e saggista Massimiliano Pappalardo che, nel suo volume “La grazia del lavoro. Crescere, prendersi cura e ritrovarsi nella propria professione” (Edizioni San Paolo), compie un’operazione culturale tanto urgente quanto controcorrente: sottrarre il lavoro alla dittatura dell’utile per restituirlo alla dimensione del sacro.
Non si parli, però, di spiritualità in senso strettamente confessionale o dogmatico. La prospettiva evocata, profondamente debitrice al pensiero di Simone Weil, è molto più radicale e laica. Riguarda la carne viva della realtà, il bisogno insopprimibile del cuore umano di non vivere “di solo pane”, ma di lasciare una traccia minima di sé nel mondo. Se il termine latino labor evoca intrinsecamente il peso della fatica e del travaglio, Pappalardo ribalta la prospettiva della condanna: la fatica, se orientata a un fine di senso, diventa il luogo sorgivo dell’esistenza, il canale attraverso cui l’uomo impara a conoscere se stesso in azione.
Il fulcro di questa riflessione risiede nella straordinaria metafora mutuata da Charles Péguy sul “culto del lavoro ben fatto”. Un tempo, ricorda il poeta francese, si impagliavano le seggiole con lo stesso identico spirito e con il medesimo cuore con cui si scolpivano le cattedrali. La gamba di una sedia doveva essere fatta bene in sé, per la sua stessa natura, e non in proporzione al salario o per l’occhio del padrone. È qui che si inserisce la figura, quasi antropologica, di Gesù falegname, un Dio che non sceglie l’ascesi ma si sporca le mani di segatura in una bottega, dimostrando che ogni professione, anche la più umile, ospita “nervature di sacro” se vissuta con responsabilità.
Oggi, invece, assistiamo al trionfo dell’autosfruttamento. L’individuo moderno, illuso di essere imprenditore di se stesso, è diventato al contempo servo e padrone, vittima di un imperativo della prestazione che espelle la cura e introduce la solitudine. Anche le evoluzioni più recenti, come lo smartworking, se sradicate da una dimensione comunitaria, rischiano di ridursi a freddi isolamenti digitali, a una “comunicazione senza comunità”. Contro questa deriva, Pappalardo evoca la necessità di riscoprire il limite non come penalizzazione, ma come soglia di consapevolezza, e di ritrovare la figura del leader come “maestro di bottega” rinascimentale: colui che non modella l’altro a propria immagine (autoritarismo), ma ne fa emergere il volto autentico (autorevolezza), trasformando i talenti in vocazioni e competenze.
Il profitto, allora, ritrova il suo etimo originario (pro-ficio): fare bene per fare il bene. L’orizzonte ultimo non può che essere un’ecologia della persona, in cui il lavoro torni a essere un pieno esercizio di libertà e un generatore di “valore di legame”, superiore al valore di scambio. In un’epoca dominata dal “segno meno”, che taglia il tempo interiore e la bellezza, la scommessa è trasformare la prestazione in relazione, il prodotto in opera. Ricordandoci, con le parole che Antoni Gaudí amava ripetere mentre edificava la sua cattedrale infinita, che “edificando la mia opera posso edificare me stesso”. Perché la fine del lavoro, inteso come via primaria di conoscenza del reale, non sarebbe la liberazione dell’uomo, ma l’inizio della sua superfluità.
