CAPIRE CHE COSA SUCCEDE
La fatica di diventare adulti
In un contesto sociale e familiare che rende più complessa la costruzione dell’identità, del desiderio e del futuro, gli adolescenti conservano la possibilità di scegliere, assumere il proprio desiderio e costruire un progetto di vita personale. Agli adulti e alla comunità educante spetta il compito di accompagnarli senza sostituirsi a loro, offrendo fiducia, limiti, testimonianza e spazi di responsabilità
di Daniele Luciani
Dirigente psicologo-psicoterapeuta del Dipartimento di prevenzione Ast Ascoli Piceno
L’adolescenza costituisce da sempre un passaggio critico dell’esistenza: un tempo di esperienze intense e talvolta laceranti, contrassegnato dalla necessità di reperire gli strumenti più idonei per separarsi dalla famiglia d’origine e costruire una posizione soggettiva in grado di transitare dall’infanzia all’età adulta.
Il lavoro dell’adolescenza: identità, desiderio e corpo
Il lavoro adolescenziale trova la propria ragione strutturale in una riorganizzazione profonda del rapporto con l’identità, il desiderio e il corpo che investe tre registri: l’immaginario, il simbolico e il reale.
Sul piano immaginario, le domande che attraversano un adolescente riguardano l’identità, l’immagine, l’apparenza: come regolarsi dinanzi a ciò che rimanda lo specchio? Quale immagine si deve assumere per reggere lo sguardo degli altri? Quali modelli possono orientare la strada verso la mascolinità o la femminilità? In questo senso, ogni soggetto è chiamato a ricercare delle identificazioni al di fuori del contesto familiare che gli consentano di sostenere il legame con i suoi simili.
Non è un caso che, di fronte a un’identità fragile – non più sostenuta dagli attributi alimentati dal narcisismo genitoriale – l’attenzione si concentri sull’aspetto fisico, sul make-up, sull’abbigliamento e, soprattutto, sul giudizio dei pari. Analogamente, il ricorso a figure mitizzate da cui attingere tratti identificatori – stili, linguaggi, posture – come attori, sportivi, cantanti, avatar, influencer o youtuber, rappresenta un tentativo di colmare la distanza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere a livello ideale.
Sul piano simbolico, la questione centrale riguarda il desiderio: che cosa fare del proprio desiderio? Cosa desiderare al di là delle aspettative dei genitori? Come passare dall’essere “oggetto” del loro desiderio al divenire “soggetto” di un desiderio proprio? Da questa prospettiva, l’adolescenza è il tempo in cui ciò che nell’infanzia ruota attorno al desiderio genitoriale viene disorganizzato per essere riorganizzato ad un altro livello. A cadere, deve essere l’illusione di essere “tutto” per i propri genitori, così come la fantasia speculare che i propri genitori rappresentino “tutto”.
Se da bambini si è inevitabilmente oggetto delle aspettative dei genitori, in adolescenza si è chiamati a prenderne le distanze e a mettere alla prova un desiderio autonomo. Ogni giovane è sollecitato a trovare un proprio modo di stare nel mondo sociale, senza limitarsi ad aderire in maniera puntuale alle aspettative del padre e della madre, ma neppure a rigettarle completamente.
Si può comprendere così l’affermazione di Jacques Lacan circa la necessità, per il soggetto, di «fare a meno del Nome-del-Padre, a condizione di servirsene». Con questa formula, egli mette in evidenza l’esigenza di abbandonare l’illusione dell’onnipotenza genitoriale – riconoscendo al contempo l’influenza e i limiti dei valori trasmessi nell’infanzia – per poter dare origine a un desiderio “in proprio”, attraverso cui orientare la ricerca di soddisfazione nella vita.
Sul piano reale, infine, si impone il tema della sessualità: che cosa fare del proprio corpo? In che modo organizzare il “più” di godimento che lo attraversa, ma che fatica a essere riconosciuto come proprio? Come trovare modalità di soddisfazione che non risultino dannose per sé o per l’altro?
L’incontro con la pulsione sessuale ha un carattere traumatico, perché costringe a riorganizzare l’economia del piacere e a confrontarsi con l’assenza di formule garantite. Da un lato, si tratta di reggere l’urto della metamorfosi di un corpo attraversato da una corrente sessuale potente e radicalmente diversa da quella “perversa e polimorfa” tipica dell’età infantile. Dall’altro, è necessario prendere atto che, se nell’infanzia – attraverso il complesso edipico – la relazione tra madre e padre offriva un senso e un ordine rispetto all’enigma dell’amore e della sessualità, nell’adolescenza il soggetto scopre che quella configurazione rappresenta solo una tra le tante possibili.
Ogni soggetto è dunque chiamato a inventare una propria modalità di incontro con l’altro, sapendo che nessuna norma può eliminare l’angoscia legata al desiderio, all’amore e alla sessualità. Si tratta di costruire un nuovo circuito di soddisfacimento, compatibile con quello dell’altro; una formula singolare che permetta di contenere la spinta sessuale, così come quella aggressiva a cui è strettamente intrecciata.
Potremmo così affermare che la cosiddetta “crisi adolescenziale” consiste nel mettere alla prova il proprio assetto soggettivo nell’incontro con l’altro, assumendo fino in fondo l’impossibilità di conseguire la propria immagine ideale, l’incompletezza delle risposte genitoriali e l’irriducibile eccedenza dell’amore e della sessualità – del corpo tout court – rispetto a ogni tentativo di controllo. Essa rappresenta il modo singolare attraverso cui ogni soggetto è chiamato a confrontarsi con una mancanza strutturale che si manifesta – per la prima volta in modo inequivocabile – a livello dell’essere, del sapere e del piacere, al fine di individuare uno stile personale per abitarla.
Per ogni adolescente si tratta, allora, di trasformare tale mancanza nella realizzazione di un desiderio “in positivo”, piuttosto che in una giustificazione per la propria infelicità.
La difficile transizione verso l’età adulta
Nella modernità l’adolescenza rimaneva una fase di transizione che, pur attraversata da crisi e conflittualità fisiologiche, proiettava la maggior parte dei giovani verso l’età adulta. Nell’epoca postmoderna, invece, l’aumento del fenomeno del binge drinking, dei disturbi alimentari, del ritiro sociale, dell’ansia, della depressione, dell’autolesionismo e delle dipendenze tecnologiche costituiscono il segnale di un disagio che dilata la fine dell’adolescenza e sfocia sempre più spesso in un campo che va al di là del principio di piacere. La psicologa Jean M. Twenge ha definito tale disagio come “la più grande emergenza di salute del nostro tempo”.
Ma anche quando non si configura come una patologia conclamata, l’adolescenza contemporanea rivela una difficoltà generalizzata nella costruzione di un desiderio capace di separarsi dai propri genitori e di orientare un progetto di vita. Per la prima volta nella storia recente – salvo per una parte purtroppo esigua di adolescenti – l’accesso alla posizione adulta non appare più come esito desiderabile, ma come evenienza differibile o addirittura evitabile.
Come comprendere l’inedita fragilità con cui gli adolescenti post-moderni affrontano la più delicata delle transizioni evolutive? Quali ferite – sociali, familiari e individuali – incidono oggi sul processo di soggettivazione al punto da ritardare, quando non da impedire, il raggiungimento di una piena maturità psicologica?
Possiamo sostenere che da un lato, i ragazzi crescono all’interno di una società che non ha a cuore le istanze più autentiche dell’essere umano: una società in crisi di valori, che promuove stili di vita orientati alla soddisfazione immediata e illimitata e che, allo stesso tempo, impoverisce le condizioni necessarie alla costruzione del desiderio. È una società che li sollecita a essere consumatori permanenti, allontanandoli dalle relazioni interpersonali e avvicinandoli a forme diffuse di nichilismo. Assistiamo così ad un crescente attaccamento agli oggetti di consumo – in particolare, a quelli tecnologici – che finiscono per consumare gli adolescenti nello sforzo di raggiungere una felicità che si sposta come la linea dell’orizzonte.
Dall’altro lato, il contesto familiare contemporaneo appare segnato da instabilità multiple: crisi di coppia, allargamento o impoverimento di nuclei familiari, variazione delle figure di riferimento, assetti relazionali fragili. Molte famiglie finiscono per proporre modelli educativi privi di una funzione normativa chiara e in contrasto con quelli della scuola e delle altre istituzioni educanti. I genitori – talvolta in disaccordo persino tra di loro sui dettami pedagogici da impartire – faticano sempre più ad offrire un’educazione che valorizzi l’esperienza della mancanza, dell’attesa e del limite; esperienze fondamentali attraverso cui un soggetto può interrogarsi su ciò che desidera davvero.
In questo quadro, l’adolescente contemporaneo è chiamato a costruire l’identità, i legami, le modalità di accesso al piacere e il futuro stesso, muovendosi tra modelli contraddittori che rendono più complesso il lavoro di diventare grandi.
Le contraddizioni dell’adolescenza contemporanea
C’è chi teme l’incontro con l’altro e cerca protezione rifugiandosi in mondi artificiali e chi, al contrario, attribuisce un senso alla propria esistenza solo grazie allo sguardo altrui, fino al rischio di iper-esporsi. Alcuni assimilano con cinismo la retorica della competitività e della performance, mentre altri rivendicano implicitamente il valore delle emozioni, dell’empatia e dell’altruismo. C’è chi si identifica con modelli apparentemente privi di mancanza e chi, invece, riconosce nella vulnerabilità una dimensione legittima dell’esperienza umana.
L’adolescente si muove oggi tra legami affettivi superficiali e il bisogno inconscio di essere amato da qualcuno; tra una sessualità senza obblighi e il timore di esserne comunque deluso. All’espansione dell’intelligenza artificiale e dei social network si affiancano fenomeni di iperconnessione e, paradossalmente, di solitudine. Allo stesso tempo, vive una tensione costante nel modo di comunicare: da un lato si muove con apparente naturalezza negli spazi digitali, dove tutto è rapido e accessibile; dall’altro sperimenta la difficoltà di costruire un confronto autentico, ritrovandosi spesso intrappolato in dinamiche di scontro, giudizio e semplificazione del pensiero.
Le sue questioni riguardano anche altre contraddizioni del nostro tempo: il desiderio di successo e il senso di ingiustizia verso chi resta indietro; l’entusiasmo per le possibilità offerte dalla tecnologia e l’ansia per le sue conseguenze (soprattutto ambientali); il bisogno di consumare oggetti e la crescente consapevolezza dei costi psichici e sociali di uno stile di vita sempre più insostenibile.
Anche nel rapporto con gli adulti emergono contrapposizioni profonde: alla contestazione di figure autoritarie che a volte sfociano in atti delinquenziali si accompagna la denuncia di una diffusa perdita di riferimenti credibili, alla spinta verso l’autonomia si affianca la sensazione di essere iper-controllati dai propri genitori – oltre che dagli algoritmi dei social. Mentre affermano la voglia di essere protagonisti nella società civile, constatano di non avere potere e quando espongono il proprio disagio per chiedere aiuto, spesso non si sentono realmente ascoltati e valorizzati.
Diventare soggetti del proprio desiderio
Tuttavia, il disagio adolescenziale non può essere ridotto alla “liquidità” del legame sociale globalizzato, né alla disgregazione della famiglia tradizionale. Allo stesso modo, non è sufficiente spiegarlo attraverso la crisi delle istituzioni, l’ambiguità dei mass media, la pluralità dei riferimenti educativi, la disponibilità di sostanze, l’onnipresenza del web, l’avvento dell’intelligenza artificiale o la pervasività dei social network e dei videogiochi.
Nessuna di queste prospettive è esaustiva se non si tiene conto della posizione soggettiva che ciascun adolescente assume rispetto al proprio desiderio e al proprio modo di stare nel mondo. In questa direzione, il tempo dell’adolescenza rappresenta una possibilità di scelta per tutti i giovani, indipendentemente dal contesto sociale, culturale, economico e familiare di provenienza. Si tratta di una “seconda” scelta – dopo quella effettuata inconsciamente nell’infanzia – che obbliga a prendere una posizione definitiva rispetto alle aspettative genitoriali (e alle pressioni sociali).
Dobbiamo ricordare, infatti, che l’essere umano è capace di scegliere anche nelle condizioni più difficili, persino quando sembra che il suo destino sia segnato in maniera irreversibile. Ciò significa che l’adolescente non è soltanto un oggetto del desiderio dei propri genitori – o una marionetta nelle mani “anonime” del mercato –, ma un soggetto che può rivendicare il proprio desiderio. Come scrive Evelyne Kestenberg: «se tutto si prepara nell’infanzia, tutto si gioca nell’adolescenza».
Si può affermare che, se da un lato la sua esistenza è inevitabilmente caratterizzata dalle offerte di significato e di piacere provenienti dall’altro – che ne limitano la libertà, orientando i loro desideri –, dall’altro egli conserva la possibilità di metterle in discussione, per esprimere il proprio desiderio “al singolare”. È il potere della scelta – «insondabile decisione dell’essere», la definiva Lacan – che consente ad ogni adolescente di modificare il proprio destino, nonostante i traumi, gli incontri e le sofferenze attraversate nel corso dell’infanzia.
È proprio in questa tensione, tra l’alienazione prodotta dal desiderio dell’altro e la possibilità di separarsene, tra l’iscrizione di ciò che l’altro ha stabilito e la riscrittura della propria storia, che si apre la costruzione di una posizione soggettiva originale – sempre possibile, ma mai garantita.
Scegliere di diventare adulti
Come si può facilmente constatare, non tutti gli adolescenti scelgono di rinviare ad libitum l’elaborazione simbolica della propria dipendenza dal desiderio genitoriale, ritrovandosela poi in forma sintomatica. Non tutti si rifugiano nell’abuso di alcol o nelle sostanze, utilizzano in maniera compulsiva i social o i videogiochi, sviluppano disturbi alimentari, adottano comportamenti sessuali a rischio, mettono in atto condotte autolesive, manifestano aggressività o ricorrono al ritiro sociale.
C’è chi, pur esposto a molteplici fattori di vulnerabilità, riesce a investire con passione nello studio, nello sport, nelle relazioni affettive e amicali, nella creatività artistica, nel volontariato, nell’impegno civile, nella politica, nel mondo digitale e nella costruzione progressiva di un progetto di vita autentico e sostenibile.
Questi ultimi sono i giovani che scelgono di scegliere, di non fuggire dinanzi alla vertigine della scelta, di esporsi alle incertezze incluse nel passaggio dalla scena familiare a quella sociale, di riconoscere le proprie mancanze e quelle dell’altro, di cercare con decisione un posto nel mondo. È una scelta che implica affrontare la paura di non farcela, accettare le mille contraddizioni della vita, assumersi la responsabilità dei fallimenti incontrati senza imputarli alle insufficienze degli altri (genitori, docenti, pari, società).
Non va dimenticato, inoltre, che ogni adolescente dispone di un proprio tempo per attraversare la crisi che lo abita, elaborarla e trovare lo slancio necessario per diventare adulto. Questo tempo non è lineare: può essere fatto di accelerazioni improvvise, di arresti, di esitazioni, di ritorni indietro. Ogni percorso segue una traiettoria singolare – e mai scontata – che non può essere misurata secondo criteri uniformi o confronti con gli altri.
Il processo di crescita non avviene quasi mai in modo simultaneo: si procede sempre in maniera eterogenea, secondo ritmi differenti, spesso imprevedibili. Ciò che conta, però, non è la precocità né l’aderenza a tappe prestabilite, ma la possibilità, per ciascuno, di accettare delle perdite riconoscendole come parte integrante del processo di crescita e non come qualcosa da evitare. Non è decisivo arrivare per primi, ma riuscire ad arrivare – cioè, riuscire a desiderare a partire dalle proprie mancanze per reperire una forma sostenibile di soggettivazione.
La questione dell’adolescenza si configura, allora, come profondamente etica: che cosa fare della libertà – anche se parziale – che la vita offre? Assumere questa libertà come propria, accettandone le conseguenze e le implicazioni? Oppure, sottrarsi ai rischi che essa pone, delegando la responsabilità delle proprie scelte alla società, alla famiglia o alla cattiva sorte?
In gioco non c’è la libertà di “fare tutto ciò che si vuole”, ma la possibilità concreta di diventare soggetto del proprio desiderio: rispondere di ciò di cui si è mancanti e delle risorse di cui si dispone, senza ridursi né a vittima delle circostanze né a consumatore passivo delle opportunità offerte. La libertà concessa dall’adolescenza non coincide con l’assenza di vincoli, ma con l’impegno a sostenere nel tempo la propria posizione di desiderio, a iscriversi nei legami sociali e trarre piacere senza farsi male (o fare male agli altri) – anche quando questo impegno espone all’incertezza, al fallimento e alla perdita del proprio narcisismo.
Adulti credibili per riaccendere il desiderio
In tal senso, diventa fondamentale che l’adolescente possa incontrare degli adulti – genitori, in primis – che lo aiutino ad assumere questa libertà, anche se limitata, e ad esercitarla senza percepirla come un peso di cui avere paura. Non si tratta di indicare percorsi già tracciati, né di sostituirsi alle sue scelte, ma di offrire una presenza capace di testimoniare che scegliere “per conto proprio” – esercitare la propria libertà con responsabilità – è difficile, ma non impossibile.
Gli adulti sono chiamati non ad eliminare gli ostacoli dell’adolescenza, ma ad incoraggiare a superarli; non ad imporre risposte predefinite, ma a mantenere aperto lo spazio delle domande; non a garantire per la loro libertà di scelta, ma a spronarli a conquistarla dentro un percorso inevitabilmente accidentato.
Ma qui emerge una domanda inevitabile: quanti adulti hanno oggi il coraggio di mostrare con il proprio esempio – al proprio figlio, ma anche a quelli degli altri – che è possibile attraversare le difficoltà dell’adolescenza senza soccombere? Quanti hanno voglia di testimoniare che diventare adulti veramente liberi significa sostenere il proprio desiderio senza cedere agli insuccessi personali, alle delusioni dei legami e all’impossibilità di ottenere tutto ciò che si vuole? Quanti sono davvero disposti ad incarnare un punto di riferimento che possa orientarli nella costruzione di un desiderio personale che prescinda dalle influenze della famiglia e dalle pressioni della società?
La questione dell’adolescenza contemporanea, allora, non riguarda soltanto gli adolescenti. Essa interpella profondamente l’intera comunità educante, chiamata ad individuare risposte coerenti con le criticità strutturali incontrate dai nostri giovani.
Si tratta di costruire contesti di ascolto e di risposta – psicologici, familiari, scolastici e comunitari – al fine di accompagnare tutti loro nello sviluppo di risorse, competenze e progettualità. Questo significa, su un versante, offrire degli strumenti con cui interpretare i mutamenti repentini della nostra società affinché possano sostenere l’angoscia che ne deriva e adattarsi ad un’epoca segnata da crisi sociali, economiche, ambientali e politiche continue. Su un altro versante, significa metterli alla prova, responsabilizzarli, invitarli a prendere in mano il proprio desiderio e ad effettuare delle scelte compatibili con l’incompiutezza dell’esistenza e la complessità dei nuovi legami sociali.
Accompagnare un adolescente non è un’operazione unilaterale: implica la disponibilità degli adulti a mettersi in gioco, a riconoscere la necessità della propria funzione, senza rifugiarsi dietro ruoli prestabiliti e risposte superficiali. Significa accettare che l’incontro con i giovani possa trasformare anche loro: rinunciare a qualcosa di sé per poterlo donare.
Significa mostrare in che modo se la sono cavata nel loro percorso di crescita: come si sono rialzati dopo una caduta, come hanno trovato la forza di innamorarsi di nuovo dopo la fine di una storia, come hanno continuato a costruire legami dopo l’abbandono di un amico, come hanno ritrovato energie dopo il fallimento di un progetto. Significa offrire un esempio concreto di come sia possibile realizzare una sintesi tra la singolarità della propria storia e le richieste del discorso sociale, tenendo a bada la spinta a farsi male (e a fare male) che abita l’essere umano.
Significa essere disposti, con pazienza, a non cedere di fronte alle provocazioni, incarnando un senso del limite che sia fermo ed autentico. Ma significa anche, e soprattutto, trasmettere passione: per il lavoro, per la cultura, per lo sport, per l’amore, per i legami, aprendo la strada alla possibilità di cogliere nuove opportunità.
Solo così, a mio avviso, è possibile ricostruire un legame di fiducia tra le generazioni – divenuto oggigiorno necessario per rilanciare l’urgenza di una società a misura d’uomo – e mobilitare le risorse dell’adolescente affinché possa sviluppare una buona stima di sé, coltivare la speranza contro le derive dell’odio, del cinismo e dell’impotenza, attraversare le proprie crisi evolutive e scegliere di separarsi dalla famiglia, assumendo il rischio del proprio ingresso nel discorso sociale.
È nell’incontro con adulti credibili che i ragazzi possono misurare il proprio progetto di vita, trovare riferimenti da cui differenziarsi e immaginare un futuro – per sé e per la collettività – migliore del presente ricevuto. È grazie a ciò che gli adulti possono offrire – in termini di opportunità, fiducia e spazi di potere – che i giovani possono riaccendere il desiderio di assumersi responsabilità, rischiare e fallire fino a conseguire una maturità autentica.
È un’utopia? Forse. Ma in un’epoca segnata da trasformazioni epocali rapide e spesso imprevedibili, mi sembra l’unica utopia che valga davvero la pena coltivare.
