PASSI E PERCORSI
In nome di Diogene, per un lavoro che restituisca dignità
Nata dall’esperienza dei disoccupati over 50, la cooperativa sociale Diogene di Offida ha trasformato l’ esclusione in un’opportunità di riscatto. Oggi cura il verde in diversi Comuni, dimostrando che esperienza, competenza e volontà hanno ancora spazio nel mondo del lavoro
di Serena Tabani e Yuri Valori
Quando il lavoro viene meno dopo i quarant’anni o i cinquant’anni, spesso non si perde soltanto uno stipendio. Si rischia di perdere un ruolo sociale, una prospettiva, perfino una parte della propria identità. È da questa consapevolezza che nasce la cooperativa sociale Diogene, con sede a Offida: una realtà del territorio piceno che da quasi un decennio rappresenta una risposta concreta al problema dell’esclusione lavorativa delle persone considerate troppo avanti con l’età per essere ancora appetibili sul mercato.
A raccontarne la storia è il presidente Stefano Abrugia, che di quella esperienza è stato promotore e ancora oggi anima operativa. Un’esperienza nata non da una teoria, ma dalla vita reale di tante persone accomunate dalla stessa condizione.
«La cooperativa Diogene si occupa dell’inserimento delle persone over 50 che fuoriescono dal mercato del lavoro», spiega Abrugia. Un concetto che negli anni si è persino allargato, perché oggi l’età dell’esclusione si è abbassata sensibilmente. «Se prima erano gli over 50, in quest’ultimo periodo è sufficiente essere un over 40 per essere già un “fuori quota” dal punto di vista del lavoro».
L’idea prende forma all’interno del Movimento dei disoccupati piceni, un gruppo di uomini e donne che si rivolgevano alle istituzioni per chiedere attenzione e ascolto. «Andavamo a chiedere alle amministrazioni del Piceno di aiutarci nel risolvere il nostro problema lavorativo. Non andavamo a fare minacce, ma a chiedere aiuto, formalmente, in maniera molto pacata, esponendo le nostre legittime speranze e aspettative. Ad un certo punto, però, una costola di questo gruppo cominciò a chiedere di essere collocata a tutti i costi in maniera stabile mentre un altro gruppo, a cui appartenevo, era dell’idea che non si potesse andare a chiedere lavoro sotto forma di recriminazione o di obbligo istituzionale. Già il fatto stesso che venivamo ricevuti, che le autorità davano una disponibilità di ascolto e di attenzione, era un risultato positivo. Allora ho preferito utilizzare questa forma di disponibilità in un altro modo, proponendo di creare una cooperativa attraverso il progetto relativo alle start up che la Regione finanziava».
Il progetto prende corpo e viene presentato a un bando per nuove imprese. Il risultato è incoraggiante: «Il progetto è stato la terza migliore idea della provincia di Ascoli Piceno». Un riconoscimento che conferma la validità dell’intuizione e dà ulteriore forza al percorso. Fondamentale, in quella fase, è il sostegno del territorio. Abrugia presenta il progetto alle diocesi di San Benedetto del Tronto e di Ascoli Piceno, allora separate e autonome, ottenendo un aiuto concreto per la fase di avvio. «Sia per l’una che per l’altra la risposta è stata pronta e sono stati presenti e coerenti nel rispettare le promesse fatte».
Anche il momento della costituzione della cooperativa racconta una comunità capace di stringersi attorno a un progetto dal forte valore sociale. Nel 2018, quando viene firmato l’atto costitutivo, il gruppo è nutrito e motivato. «Eravamo quasi una decina, perché tante persone avevano fiducia in questo progetto». Un gesto particolarmente significativo arriva dal notaio incaricato dell’atto. «Ci fece un grandissimo regalo: non ci chiese nulla e ci regalò proprio l’atto costitutivo come forma di aiuto».
Fin dall’inizio Diogene non nasce come un semplice strumento occupazionale. L’obiettivo è offrire una possibilità di riscatto e una nuova centralità a chi rischia di essere considerato ai margini. «La mia idea era quella di dare una sorta di comfort zone per delle persone che appartenevano a quel target». Negli anni la cooperativa si è ridotta di numero ma non di motivazioni. «Di quei dieci siamo attualmente quattro visto che alcuni hanno trovato un’altra collocazione, altri non si sono sentiti di continuare. Però facciamo ben fronte alla situazione e, anzi, recentemente abbiamo assunto una persona perché ne avevamo necessità”.
Il settore di attività è quello della manutenzione del verde pubblico e privato. Un lavoro concreto, spesso faticoso, ma capace di restituire immediatamente il senso dell’utilità sociale. «Ci occupiamo prevalentemente di giardinaggio privato e pubblico». I primi incarichi arrivano grazie alla fiducia di alcune amministrazioni locali. Il Comune di Folignano è il primo a offrire una piccola collaborazione. Successivamente si aggiunge Grottammare, che nel tempo diventa il principale partner della cooperativa. «Siamo prossimi ai sette-otto anni di collaborazione continua con il Comune rivierasco». A questa esperienza si affiancano collaborazioni con altre realtà pubbliche del territorio: il Comune di Monsampolo del Tronto, il Comune di Ripatransone e la società Multiservizi di San Benedetto del Tronto. Una rete di rapporti costruita sul campo, attraverso la qualità del lavoro svolto.
Proprio il lavoro rappresenta il vero biglietto da visita della cooperativa. Un episodio rimasto particolarmente impresso riguarda un concorso televisivo dedicato ai borghi italiani. Quando una nota trasmissione della Rai raccontò Grottammare, le immagini mostrarono, prendendola ad esempio, un’area verde dell’incasato curata direttamente dalla cooperativa. Per Abrugia quel momento ha il sapore di un riconoscimento professionale. «È una sorta di medaglia che ci siamo presi. Forse per alcuni una medaglia di legno, ma per noi sicuramente qualcosa di più».
Dietro quei risultati c’è una squadra che lavora ogni giorno. Abrugia non ama il ruolo del dirigente distante dal lavoro operativo. «Presidente, capo operaio, operaio e quant’altro. Io non sto lì a dettare i tempi. Partecipo con il mio contributo a livello fisico». Accanto a lui ci sono Maurizio, presente fin dall’inizio dell’avventura e definito affettuosamente «una sorta di eminenza grigia», Walter e Adriano, il più giovane del gruppo, simbolo di un fenomeno che ormai coinvolge anche persone con meno di quarant’anni.
L’esperienza di Diogene racconta soprattutto il valore del lavoro come strumento di dignità. Non assistenzialismo, ma opportunità. Non attesa, ma partecipazione. Non richiesta di privilegi, ma desiderio di mettere a disposizione competenze ed esperienza. È un principio che emerge con forza dalle parole di Abrugia quando parla delle persone che fanno parte della cooperativa. Ognuna ha caratteristiche, capacità e limiti differenti, ma tutte meritano rispetto e considerazione. «Una persona vale una persona e deve essere presa per quello che è in quel contesto».
Certo il desiderio di crescere resta vivo. «Il sogno sarebbe quello di diventare più grandi, questo non lo nego. Mi piacerebbe tanto partecipare ad alcuni bandi, però abbiamo anche dei limiti fisici dei soci che si devono rispettare e possiamo arrivare solo fino ad un certo punto, muovendoci in uno spazio che offre condizioni sostenibili ai lavoratori. Nei miei desideri vorrei fare qualcosa di più grande, che ti fa crescere, ti presenta alle altre realtà. Però al momento è un sogno”. Un sogno che nasce dalla consapevolezza del valore costruito in questi anni e dalla volontà di ampliare le possibilità offerte ad altre persone escluse dal mercato del lavoro.
Guardando al percorso compiuto, prevale in ogni caso una soddisfazione che va oltre i numeri e i bilanci. La vera conquista è aver trasformato una condizione di fragilità in una risorsa collettiva. Aver dimostrato che l’esperienza maturata negli anni non è un peso, ma un patrimonio. Aver dato forma a una realtà che continua a credere nel valore delle persone quando il mercato tende a considerarle fuori tempo massimo. «Sono felice di quello che sto facendo, di quello che ho contribuito a creare», conclude Abrugia. È il bilancio più autentico di una storia che parla di lavoro, ma soprattutto di dignità. Una storia nata dal nulla e cresciuta grazie alla convinzione che nessuno debba essere considerato troppo vecchio per continuare a dare il proprio contributo alla comunità.
