LA VOCE DEI GIOVANI
Il noi ferito: mappe emotive e bisogni della nuova generazione
L’indagine sugli studenti del Piceno rivela una diffusa percezione di solitudine e ansia per il futuro, con una marcata fragilità emotiva soprattutto tra le ragazze. Di fronte al disagio o al conflitto, la maggior parte dei giovani tende a isolarsi, confidarsi solo con i pari o “aspettare che passi”, evidenziando una distanza dagli adulti e dalle istituzioni. Le risposte aperte sul dolore e l’autolesionismo esprimono un bisogno inascoltato di senso, ascolto e accoglienza
di Paola Bignardi
Pedagogista e pubblicista, già coordinatrice dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo
“Vorrei solo essere ascoltato” è il titolo che è stato dato alla ricerca realizzata tra fine 2025 e inizio 2026 tra gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado del Piceno. È parso che questo titolo ben rappresentasse la sintesi delle voci dei giovani: talvolta ritenuti passivi o indifferenti allo sguardo di adulti distratti.
Il campione
Al questionario hanno risposto in un primo momento 887 studenti; a questi si sono aggiunti in una seconda fase gli alunni dell’Istituto superiore “Fermi – Sacconi – Cpia” di Ascoli Piceno, raggiungendo alla fine il numero complessivo di 1.208.
Si tratta di una risposta importante; essa stessa, nella sua consistenza numerica, un dato rilevante dell’indagine.
La numerosità dei questionari raccolti e in particolare delle risposte alle domande aperte – ricche, talvolta lunghissime – parla dell’interesse che l’iniziativa ha avuto agli occhi degli studenti. Il risultato è tanto più interessante perché gli adolescenti hanno risposto al di fuori dell’orario scolastico, in assenza di qualsiasi forma di controllo. La consistenza e, in molti casi, l’ampiezza delle risposte aperte sembrano indicare una disponibilità a raccontarsi che merita di essere tenuta presente nella lettura dei dati. L’ultima domanda del questionario, come vedremo, offre ulteriori elementi in questa direzione.
Il campione è ben distribuito tra maschi e femmine: 48% maschi e 50% femmine. Da notare anche il 2% di ragazze e ragazzi che rispondono “altro”.
Le classi di età maggiormente rappresentate sono quelle dei diciassette/diciottenni, nel cuore del ciclo di studio del triennio.
La maggior parte dei rispondenti frequenta un liceo.
La felicità
Il 64,75% degli intervistati si ritiene molto o abbastanza felice. Da notare però anche che il 35,24% si ritiene poco o per nulla felice.
Che cosa ti rende più felice?
Tabella 1 – Motivi di felicità (vedi versione grafica sotto)
Queste percentuali non sommano a 100%, perché ogni intervistato poteva dare più di una risposta.
Cominciano ad emergere i tre soggetti da cui passa la felicità degli intervistati: amici, famiglia, scuola. Emerge in maniera particolare il peso che hanno le relazioni con gli amici. Benché la famiglia e la sua serenità siano al secondo posto, vi è tuttavia la distanza di 27 punti percentuali dagli amici come fonte di felicità.
Molto interessanti in questo caso le differenze di genere:
Grafico 1- livello di felicità tra maschi e femmine (vedi versione grafica sotto)
Le giovani donne sono per nulla o poco felici per il 39,5%, contro il 35,2 della media. Il 72,3 dei maschi dichiara di essere abbastanza o molte felice, contro il 64,7 della media. Si tratta di capire le ragioni per cui le giovani donne si sentono meno felici dei coetanei maschi.
Grafico 2 – Motivi di felicità, confronto tra maschi e femmine (vedi versione grafica sotto)
Le etichette permettono di vedere immediatamente le differenze relative al genere, evidenziando – ad esempio – che le femmine danno più peso alle relazioni familiari e scolastiche, mentre i maschi mostrano percentuali più alte sulla libertà personale e in quegli ambiti nei quali si sentono valorizzati nella capacità di prendersi responsabilità. Stare con gli amici costituisce per entrambi motivo di soddisfazione. Infine, da notare che pur nell’esiguità delle percentuali per entrambi i generi, la parrocchia è più importante per i maschi che per le ragazze.
La tristezza
Quasi specularmente alla risposta sulla felicità che vedeva lo stare con gli amici il principale motivo di felicità, il sentirsi soli costituisce il principale motivo di tristezza. Al primo posto, con il 64% delle risposte, vi è il sentirsi soli. Il sentirsi inadeguati e il non piacersi – cioè la questione dell’autostima – costituiscono motivi importanti di tristezza, così come l’andar male a scuola, che può essere una variante del sentirsi inadeguato.
Accanto alla solitudine compaiono dunque il senso di inadeguatezza, il rapporto con se stessi, la difficoltà scolastica e la paura del futuro: aspetti diversi che, come si vedrà anche nelle risposte successive, tendono spesso a presentarsi insieme.
Anche il non essere capiti dagli adulti o essere giudicati da loro rende tristi. La tensione generazionale comincia qui a prendere forma.
Che cosa ti rende triste?
Grafico 3 – Motivi di tristezza (vedi versione grafica sotto)
Vi sono frasi poi che compaiono una o due volte ma sono significative: «Mi sento esclusa» (3 volte), «mi sento diversa» (2 volte), «non mi sento ascoltato», «non capisco quello che sento».
Nella voce “altro” un ragazzo ha scritto questa lunga confessione: «Il fatto che vengo trattato da vittimista o esagerato se nomino il mio disturbo dell’attenzione. Il fatto che per colpa di eventi accaduti fuori scuola non riesco più ad avere a che fare con la maggior parte degli uomini adulti (anche mio padre). Il fatto non riesco più a fare le cose per cui ero apprezzato un tempo tipo aiutare le persone, essere di conforto, disegnare perché sono sovraccaricato. Tutto quello che sta accadendo nel mondo adesso. Pensare troppo mi spaventa. Ho paura di non riuscire a trovare l’amore. La mia famiglia mi manca di rispetto. Mi manca mia nonna. Non riesco più ad aprirmi con nessuno». Un vero grido di aiuto lanciato nel vuoto.
E questa è la voce di una ragazza: «Sentirmi diversa nel modo più brutto possibile, la diversità dovrebbe arricchire invece crea muri insormontabili. È stato sempre così per me, per quanto cerchi di cambiarlo non sono ancora riuscita a oltrepassare questa barriera che mi si para davanti, e ho paura di non riuscirci mai».
Grafico 4 – Motivi di tristezza. Confronto tra maschi e femmine (vedi versione grafica sotto)
Per quanto il sentirsi soli accomuni maschi e femmine, occorre notare che i maschi soffrono di più la solitudine; le ragazze mostrano una maggiore fragilità rispetto all’autostima. Come spiegare queste differenze?
In questa domanda il sentirsi soli come motivo di tristezza presenta un’incidenza maggiore tra i maschi. Come vedremo più avanti, quando la domanda riguarda invece la percezione della solitudine come condizione diffusa tra i coetanei, il rapporto tra maschi e femmine cambia. È una differenza che merita di essere approfondita.
Se è importante sapere che cosa crea dolore, ancor più importante è capire come si reagisce al disagio.
Grafico 5 – Modi di reagire al disagio (vedi versione grafica sotto)
Di fronte ai momenti di fatica o tristezza, la metà dei giovani (50,3%) sceglie di “aspettare che passi”, come se il disagio fosse qualcosa da sopportare in silenzio, finché non svanisce da solo.
Quasi quattro giovani su dieci (39,3%) si confidano con un amico e un terzo (33,4%) prova a guardare dentro di sé. Colpisce l’ampiezza della risposta «aspetto che passi», indicata da un giovane su due. Accanto ad essa compaiono soprattutto due strategie: confidarsi con un amico e guardare dentro di sé. Molto più contenuta è invece la percentuale di chi dichiara esplicitamente di chiedere aiuto. Il dato apre una questione importante sul modo in cui gli adolescenti affrontano e condividono le proprie difficoltà.
Solo un giovane su dieci (10,8%) dichiara di chiedere aiuto, e una percentuale minima (4,4%) si affida alla scrittura come forma di sfogo personale. È un ulteriore segnale di quanto la solitudine interiore e la difficoltà a comunicare il proprio vissuto restino forti.
Altri comportamenti mostrano strategie più quotidiane o compensative: il 26,3% mangia, l’11,4% beve, il 5,1% fuma una canna.
uesti dati, pur minoritari, indicano che una parte dei giovani tenta di gestire il disagio con mezzi che offrono sollievo immediato ma non risolutivo, rivelando una fragilità emotiva che merita ascolto e accompagnamento.
È molto interessante notare che tra le strategie per affrontare i propri momenti ‘no’ vi sono molti dei comportamenti problematici, che gli adulti sono portati a censurare ancor prima di averli compresi: bevo, mi faccio una canna; mangio. Il ricorso agli amici conferma il dato emerso anche in precedenza, confermato nel grafico successivo, dove gli amici sono per il 55,3% le persone cui si chiede aiuto nei momenti di difficoltà. Significativa la presenza dei familiari; al di fuori della cerchia affettiva, non vi sono dati significativi.
Grafico 6 – A chi si chiede aiuto (vedi versione grafica sotto)
Il grafico evidenzia con chiarezza che, quando vivono momenti di difficoltà, i giovani cercano aiuto soprattutto tra i pari: più della metà (55,3%) si rivolge agli amici, mentre solo un terzo (33,9%) si affida ai familiari. Questo conferma come la rete amicale sia oggi il luogo primario di fiducia e di ascolto: è lì che i ragazzi sentono di poter essere compresi senza giudizio e accompagnati nella loro esperienza concreta di vita.
Colpisce, tuttavia, che il 40,3% dichiari di non chiedere aiuto a nessuno. È un dato particolarmente rilevante, soprattutto se accostato a quelli precedenti sulla solitudine e sulle modalità con cui viene affrontato il disagio.
Le figure adulte esterne alla cerchia familiare – insegnanti, preti, educatori di parrocchia – raccolgono percentuali molto basse come destinatari di una richiesta di aiuto. Anche questo è un dato che merita di essere approfondito.
Grafico 7 – A chi si chiede aiuto. Confronto tra maschi e femmine (vedi versione grafica sotto)
Ragazze e ragazzi si comportano diversamente anche nella richiesta di aiuto. Gli amici restano per entrambi il punto di riferimento, ma dopo viene “a nessuno” che vede prevalere le ragazze. Altra differenza si coglie sul posto della famiglia; anche in questo caso, sono le ragazze che, meno dei maschi, si rivolgono a figure familiari. Complessivamente, le ragazze sembrano gestire in maniera più riservata le loro difficoltà. Perché?
La solitudine
È naturale essere soli? Una domanda del questionario intendeva verificare il grado di accordo con questa affermazione.
Grafico 8 – La percezione della solitudine tra i giovani (vedi versione grafica sotto)
Il grafico mostra che una larga maggioranza dei giovani condivide l’idea che la solitudine sia un’esperienza comune tra i coetanei. Sommando le risposte 3 e 4 (che indicano accordo medio-alto), si arriva infatti a oltre il 60% degli intervistati. Solo una piccola minoranza (7,1%) esprime un chiaro disaccordo.
Questo dato mostra quanto sia diffusa tra gli intervistati la percezione della solitudine non come un fatto personale, ma come una condizione collettiva, comune alla propria generazione.
Grafico 9 – Percezione della solitudine. Confronto tra maschi e femmine (vedi versione grafica sotto)
Vi è una differenza significativa tra maschi e femmine. Le ragazze citano la solitudine o l’isolamento nel 67,4% dei casi, mentre i ragazzi lo fanno nel 47,7%: ben 20 punti di differenza! La differenza è consistente e merita di essere approfondita, anche alla luce di quanto emerso precedentemente sulla solitudine come motivo di tristezza.
Il futuro
Quella del futuro è un’altra fonte di preoccupazione e di ansia. Come si può vedere dal grafico, il 71,2 % guarda al futuro con molta o abbastanza preoccupazione. È un dato confermato e commentato dalle risposte aperte.
Grafico 10 – Fiducia nel futuro (vedi versione grafica sotto)
Il futuro appare incerto e carico di preoccupazioni. Solo una minoranza (7%) esprime un netto disaccordo. Questo dato mette in luce un sentimento diffuso di incertezza e vulnerabilità: i giovani percepiscono il domani come qualcosa di fragile, difficile da controllare o da costruire con sicurezza. Il dato è netto: il futuro costituisce uno degli ambiti nei quali si concentra maggiormente la preoccupazione degli intervistati. Le risposte aperte consentono di cogliere alcune delle forme concrete assunte da questa inquietudine e, nello stesso tempo, la presenza di desideri e aspettative che non vengono cancellati dalla paura.
Accanto a questo, però, emergono anche desideri e speranze: non mancano giovani che, pur consapevoli delle difficoltà, esprimono voglia di mettersi in gioco, di seguire le proprie passioni e di costruire un futuro più autentico. È come se dentro l’incertezza covasse un bisogno di fiducia, un desiderio di credere che la vita possa avere una direzione buona.
Dio e la vita
Il questionario poneva ai giovani anche la questione di Dio, offrendo loro tre possibili risposte: credo in Dio; non credo, non lo so. I giovani che si dichiarano credenti sono circa la metà; nei restanti, la percentuale di coloro che sono incerti supera quella di chi dichiara di non credere.
Questo dato evidenzia una realtà complessa: la fede non è assente, ma non è più un dato scontato. Molti giovani credono, ma altrettanti si muovono in una zona di ricerca, di dubbio o di sospensione. Particolarmente interessante è la consistenza della risposta «non lo so», che suggerisce di non leggere il rapporto con Dio attraverso la sola alternativa tra fede e non fede. Che cosa contenga questa zona di incertezza è una questione che il solo dato quantitativo non permette di stabilire.
Resta il fatto che anche per chi crede in Dio, questa fede sembra non influire in modo significativo sul modo di affrontare i momenti di difficoltà: solo il 38,1% dichiara che la fede può costituire un aiuto, come si può vedere dal grafico successivo. Il grafico mostra che, anche tra chi dichiara di credere in Dio, il grado di aiuto percepito dalla fede è nel complesso moderato. Solo il 12,8% dei rispondenti afferma che la fede lo aiuta “molto” (valore 4), mentre oltre il 60% si colloca nei livelli più bassi della scala (valori 1 e 2).
Questo suggerisce che, pur essendo presente una dimensione di fede, essa non si traduce automaticamente in una forza interiore o in una risorsa vitale nei momenti di difficoltà. Si apre dunque un interrogativo sul rapporto tra fede dichiarata ed esperienza concreta della vita, soprattutto nei momenti di difficoltà.
Il questionario non prevedeva una domanda sulla Chiesa, tuttavia i giovani ne parlano nelle domande aperte. I giovani hanno un rapporto ambivalente con la Chiesa, segnato da distanza istituzionale ma anche da esperienze personali positive. Una parte significativa dei partecipanti percepisce la Chiesa come un’istituzione «lontana dalla vita reale», caratterizzata da linguaggi poco vicini al loro mondo e da atteggiamenti ritenuti giudicanti. Espressioni come «la Chiesa non ci capisce» o «mi sento giudicato» indicano che la frattura non riguarda tanto i contenuti della fede, quanto la mancanza di ascolto e di accoglienza.
Tuttavia, questa distanza non coincide necessariamente con una crisi di fede. Molti dichiarano di credere in Dio pur avendo difficoltà con l’istituzione, affermando ad esempio: «Credo in Dio, ma non nei preti» o «la fede è personale, non ha bisogno della Chiesa»
Le esperienze del dolore
A questo punto il questionario entrava in maniera più diretta su esperienze di dolore sperimentate dai giovani, a partire da una domanda riguardante in generale i giovani che si fanno del male, per cercare di raggiungere l’esperienza del male e del dolore vissuta direttamente dai soggetti interessati.
Le risposte alla domanda «Ci sono dei giovani che si fanno del male, che tentano di suicidarsi. Secondo te, perché lo fanno?» offrono uno sguardo importante sul modo in cui gli adolescenti interpretano la sofferenza dei loro coetanei.
Le risposte richiamano molto i temi del dolore, della solitudine e delle relazioni: «Perché si sentono soli e incompresi»; oppure «Non riescono a trovare una via d’uscita».
I giovani spiegano il dolore dei coetanei attraverso tre assi principali: emotivo, relazionale e sociale. La solitudine è la ragione più citata; ci si sente invisibili, nessuno ascolta davvero, nessuno capisce, nessuno accoglie. È l’esperienza di un dolore emotivo difficile da gestire, come si può leggere in queste testimonianze: «Perché provano troppo dolore e non riescono a gestirlo»; «Perché stanno male dentro e non trovano sollievo»; «Perché sono tristi e non vedono via d’uscita». Queste risposte descrivono un dolore silenzioso e interiore. I giovani riconoscono nei loro coetanei un malessere emotivo che non trova canali di espressione, una tristezza profonda che sfocia nel desiderio di porre fine alla sofferenza.
C’è la percezione che manchino vie di uscita: «si sentono in un tunnel» scrive uno degli intervistati, dando la percezione della mancanza di una direzione e di un blocco. La fragilità delle relazioni, che in alcuni casi raggiunge livelli drammatici di sopportazione come nel caso di gravi crisi familiari, costituisce un altro grave motivo di sofferenza. Le delusioni, i conflitti e i legami instabili generano sentimenti di abbandono e perdita di valore personale. Significativa questa affermazione: «Perché sentono di non essere importanti per nessuno».
Alcuni giovani collegano il malessere al peso delle aspettative esterne: la pressione per apparire, avere successo o soddisfare modelli sociali percepiti come irrealistici: «Perché viviamo in una società dove se non rispetti gli standard sei escluso»; «Perché si sentono costretti a essere perfetti» e se non sei perfetto, sei un fallito: «Perché si sentono falliti e inutili».
Letti nel loro insieme, questi dati e queste espressioni sembrano aprire anche una questione più profonda, che riguarda il senso attribuito alla propria vita. Il questionario non chiedeva direttamente «qual è il senso della tua esistenza?», ma alcune risposte sembrano avvicinarsi a questa domanda attraverso il linguaggio concreto dell’esperienza.
La questione del senso della vita e le domande esistenziali sembrano affiorare nello stato d’animo dei giovani interpellati, ma che non vengono formulate nei termini astratti di una domanda sul senso. I giovani non la formulano come una frase filosofica. Non dicono: «Qual è il senso della mia esistenza?»; la dicono in altri modi, più quotidiani, più nudi, più veri.
La dicono quando scrivono che «non vedono una via d’uscita».
La dicono quando confessano che «non c’è più luce», che «il futuro sembra vuoto», che «la vita pesa troppo».
La dicono quando si sentono “fuori posto”, quando si percepiscono invisibili, quando non sanno dove andare o perché andare.
La dicono quando la solitudine non è più un fatto sociale, ma un vuoto interiore insopportabile.
È ciò che accade quando il dolore prende il sopravvento e diventa difficile reggere ogni giorno.
È ciò che succede quando il futuro, invece di essere una promessa, diventa una minaccia; quando la propria storia sembra fermarsi; quando lo sguardo sul mondo si opacizza. E allora il senso scompare non perché viene negato, ma perché non si vede più.
La crisi del senso è fatta di piccole cose: una scuola che pesa, aspettative che soffocano, relazioni fragili, confronti continui con gli altri, il silenzio degli adulti, il rumore dei social che dice che non sei abbastanza.
E nel mezzo di tutto questo, un giovane si ritrova a chiedersi: «Che posto ho in questo mondo? Vale la pena provare ancora? A cosa sto andando incontro?».
Perché dietro ogni crisi di senso c’è un bisogno radicale di qualcuno che dica: «Io ci sono. Io ti vedo. Tu per me hai valore».
L’autolesionismo e addirittura il suicidio appaiono come modi per esternare il proprio dolore. La crisi di senso e la perdita di motivazione emergono come segni di una fragilità esistenziale. I giovani interpretano il gesto autolesivo come una risposta al vuoto e alla mancanza di prospettive significative. Eccone alcune espressioni: «Perché non vedono luce nel futuro»; «Perché non trovano uno scopo per cui valga la pena vivere»; «Perché la vita sembra vuota e senza direzione».
Tra il dolore degli altri e il proprio
Fino a che punto, parlando dei coetanei che soffrono, questi ragazzi stanno anche attingendo alla propria esperienza? Le risposte alla domanda «Perché alcuni giovani si fanno del male?» non si limitano a esprimere opinioni o ipotesi sulle cause dell’autolesionismo. Esse rivelano una forte componente di immedesimazione, attraverso la quale molti adolescenti proiettano nel racconto dell’altro un riflesso del proprio mondo interiore. In questa prospettiva, il discorso sul dolore altrui diventa anche un modo per parlare di sé.
Molte risposte contengono segni evidenti di proiezione empatica. I giovani descrivono i coetanei come «soli», «non capiti», «senza luce nel futuro», utilizzando un linguaggio che rimanda chiaramente a un’esperienza personale. Il confine tra osservazione e testimonianza si fa sottile: chi scrive non parla soltanto di altri, ma di sé stesso in forma indiretta; il dolore che viene attribuito ad altri diventa un modo accettabile per riconoscere la propria fragilità. Il lessico utilizzato dai rispondenti è fortemente emotivo e autoriflessivo. L’uso ricorrente di verbi al plurale («non si sentono», «non trovano», «pensano di non essere abbastanza») suggerisce una partecipazione collettiva al dolore descritto. In questo senso, le risposte assumono il valore di una confessione condivisa, dove il pronome implicito è il “noi”.
Nel complesso, le risposte mostrano che una parte significativa dei giovani proietta nel discorso sull’autolesionismo il proprio stato d’animo. La riflessione sull’altro diventa quindi una forma indiretta di autoriflessione. La sofferenza dei coetanei è sentita come vicina, condivisa e in qualche modo rappresentativa di sé stessi. Si può parlare di un «noi ferito», un orizzonte emotivo comune in cui le parole sul dolore altrui diventano parole sul proprio dolore.
Le relazioni difficili. Il bullismo
L’impressione è che i ragazzi abbiano avuto una certa resistenza ad affrontare questa domanda. Alcune risposte ironiche o disimpegnate («un croissant», «nooooooo») mostrano disinteresse o ironia difensiva.
Lo dimostra anche la risposta altro per rappresentare le proprie reazioni. La categoria altro riflette un’area grigia di reazioni emotive complesse, in cui molti giovani non reagiscono in modo netto ma oscillano tra resistenza interiore e isolamento, normalizzazione del dolore, e in alcuni casi, banalizzazione o rifiuto dell’argomento.
Complessivamente, le risposte alla domanda «Se sì, che cosa hai fatto?» mostrano che la maggior parte dei ragazzi vittime di bullismo ha reagito con silenzio o ritiro, mantenendo il dolore dentro di sé. Alcuni hanno cercato di banalizzare l’esperienza come strategia di difesa («me ne sono fregata»), mentre pochi hanno chiesto aiuto o reagito attivamente. Solo in casi isolati l’esperienza è stata rielaborata come occasione di crescita.
Le relazioni difficili. I conflitti
La domanda: «Quando hai un contrasto con una persona come ti comporti? Prova a pensare all’ultima volta che è successo…» aveva lo scopo di attivare la riflessione sul modo di vivere le relazioni conflittuali e di verificare quanto in esse vi fosse una componente di aggressività capace di giustificare episodi di violenza di cui sempre più frequentemente parla la cronaca.
Le risposte mostrano un atteggiamento in prevalenza riflessivo e contenuto: la maggior parte dei giovani tende a evitare lo scontro diretto, cercando soluzioni pacifiche o preferendo il silenzio.
Solo una minoranza manifesta reazioni impulsive o rabbiose.
Si può riconoscere una forte tensione tra due bisogni opposti: da una parte, farsi capire; dall’altra, non peggiorare la situazione.
Le strategie prevalenti di gestione del conflitto sembrano essere:
• ricerca del dialogo («Cerco di chiarire subito»; «Parlo con la persona e le dico come mi sento»;
• strategia di attesa («Mi chiudo in me stesso finché non mi passa»; «Aspetto che l’altra persona si calmi») che indica paura del conflitto diretto, ma anche un desiderio di non rompere i legami. Il silenzio è spesso un modo per proteggersi;
• reazione impulsiva, come arrabbiarsi, alzare la voce o chiudere i rapporti («Rispondo male e poi me ne pento»; «A volte urlo, non riesco a controllarmi»).
• Infine, vi è chi cerca un nuovo equilibrio («Provo a mettermi nei panni dell’altro»; «Se ho sbagliato, mi scuso»).
Il frequente utilizzo del verbo cerco (di chiarire, di capire, di risolvere) è il più frequente, e da solo racconta una tendenza generale: i giovani vogliono pace, ma non sempre sanno come ottenerla. Nel conflitto cercano pace più che vittoria, ascolto più che ragione.
Nelle reazioni impulsive quanto è forte la componente di aggressività e di quale aggressività si tratta? 10 risposte fanno riferimento ad aggressività fisica, come spinte, botte, mettere le mani addosso; 9 ad aggressività verbale: «Mi innervosisco e rispondo male o sto in silenzio»; «Mi viene da urlargli contro e poi mi passa»; «Perdo la pazienza e litigo». Vi sono poi 4 reazioni di forte emotività senza azioni dirette, ma con contenuto di rabbia: «Mi arrabbio subito, poi ci ripenso»; «Mi dà fastidio e mi chiudo in me stesso». 3 risposte esprimono un’aggressività controllata, una rabbia gestita: «Cerco di calmarmi prima di rispondere»; «Respiro e mi trattengo dal dire cose brutte».
Nel complesso, le risposte rivelano che i giovani non negano la rabbia, ma la percepiscono come una parte naturale del conflitto. La maggioranza mostra la tendenza a mediare e contenere l’impulso, piuttosto che agire in modo distruttivo. L’aggressività giovanile, in questo campione, appare quindi più espressiva che violenta, più verbale che fisica, e spesso accompagnata da un bisogno di riconoscimento e comprensione.
Le domande del questionario
La domanda finale del questionario riguardava il questionario stesso. Le domande sono viste come “utili” e “interessanti”. Molti dicono che le domande li hanno fatti riflettere o aiutati a esprimersi. Alcuni suggeriscono di approfondire o aggiungere più domande.
Ecco alcune citazioni dirette dai giovani sulla valutazione delle domande del questionario: «Utili, ho potuto togliermi dal petto tante ose che non avrei mai potuto dire ad un adulto»; «Molto utili e soddisfacenti»; «Interessanti poiché qualcuno che si chieda come noi giovani passiamo la nostra adolescenza mi fa sentire partecipe di qualcosa, e che non siamo solo quelli che dovranno risolvere i problemi delle vecchie generazioni che hanno trascurato e riversato su di noi. Caricandoci così maggiore responsabilità sulle spalle».
Alcuni riconoscono la pertinenza delle domande ma sottolineano anche la loro profondità o intimità, segno che il questionario ha toccato temi personali e sensibili.
Considerando la variabile di genere, emergono alcune differenze significative. Le ragazze manifestano una valutazione più positiva rispetto ai ragazzi: il 51% delle risposte femminili è di chiaro apprezzamento, contro il 45% dei maschi. Le risposte maschili si concentrano più frequentemente nella categoria “Altro”, che raccoglie giudizi di tipo riflessivo o neutro (giuste, semplici, invasive). Ciò potrebbe suggerire una diversa modalità di approccio al questionario: più esplicitamente valutativa e relazionale da parte delle ragazze, più riservata o sintetica da parte dei ragazzi.
Il gruppo che si identifica con un genere diverso da “maschio” o “femmina” presenta, pur in un numero ridotto di casi, una prevalenza marcata di giudizi positivi (73%), segnalando una particolare sintonia con le domande proposte.
Complessivamente, il questionario è stato percepito come coinvolgente, utile e significativo, capace di favorire la riflessione su sé stessi e di far sentire i giovani ascoltati e valorizzati. Alcune risposte definiscono le domande “profonde” o “invasive”, a indicare che l’indagine ha toccato ambiti intimi dell’esperienza giovanile, generando non solo gradimento, ma anche momenti di introspezione e confronto personale.
