VIVAVOCE
Il mio lavoro, il mio posto nel mondo
Per 34 anni alla fabbrica di Comunanza, attraversando cambi di proprietà, trasformazioni produttive e crisi aziendali. Operaio e rappresentante sindacale, Gianni Lanciotti racconta l’orgoglio di appartenere a una realtà che ha segnato il territorio, il cambiamento del rapporto umano in azienda e la paura di perdere il lavoro
a cura di Veruska Cestarelli
Lavora presso lo stabilimento Beko di Comunanza da 34 anni ma ricorda benissimo quel 5 novembre 1992 quando per la prima volta entrò in fabbrica, assunto come operaio. Era il suo primo giorno di lavoro in un sito che era punto di riferimento per il territorio e rappresentava una eccellenza.
Gianni Lanciotti, operaio e rappresentante sindacale parte da lì per raccontarci sogni e paura di una vita in tuta da lavoro.
Cosa ricordi del tuo primo giorno di lavoro nello stabilimento di Comunanza?
“E’ un giorno che ricordo benissimo. Arrivai in fabbrica con emozione e anche con un po’ di paura. Mi sentii subito a casa e fui orgoglioso di entrare a far parte di una realtà che rappresentava un’eccellenza per il territorio. Vengo da Marina di Altidona e per oltre trent’anni ho percorso ottanta chilometri al giorno per raggiungere il lavoro, spesso facendo i turni. In questi anni ho visto l’azienda crescere fino a superare i 700 dipendenti, con punte di 900 nei periodi di maggiore produzione. Oggi siamo circa 200 e questo fa capire quanto sia cambiato il contesto”.
Che cosa è cambiato maggiormente all’interno dell’azienda in questi decenni?
“Dal punto di vista del lavoro quotidiano non è cambiato molto: ho sempre lavorato alla catena di montaggio delle lavatrici e asciugatrici. Sono entrato con la qualifica di operaio semplice e poi l’azienda mi aveva anche proposto di fare una carriera da responsabile, però io non ho mai aderito. In quella fase della mia vita, non avevo molte ambizioni di crescita professionale e forse inizialmente pensavo addirittura di cambiare lavoro.
L’organizzazione della mia mansione non è cambiata tantissimo nel corso degli anni, ma a cambiare sono state le dinamiche interne. Con i vari passaggi di proprietà è venuto pian piano a mancare quel senso della famiglia che invece si sentiva chiaramente quando sono stato assunto. Protagonista del mondo industriale italiano, il fondatore Francesco Merloni, ha lasciato un segno profondo nell’economia e nelle sue aziende. Ero presente quando veniva in fabbrica a salutare i suoi operai. Oggi quel mondo non c’è più.
Questo non significa che io non ami più il mio lavoro e il mio ruolo, ma quel rapporto umano cercato e voluto non esiste più. Oggi mi sento più considerato come un numero che produce numeri e meno come persona. E’ cambiato il senso profondo del lavoro ma non da parte di noi dipendenti. Quelli che ci vedono in modo diverso sono i nostri superiori. Mettere gli operai al centro significa passare da una gestione basata sulla fredda logica dei numeri a una cultura aziendale che valorizza il benessere, l’ascolto e la dignità delle persone.
Io credo che l’Italia, che ancora oggi, nonostante tutte le difficoltà, è il secondo paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania, abbia tutte le carte in regola per essere forte sul mercato e imporre la propria capacità produttiva. Non dobbiamo dimenticare che abbiamo lavoratori capaci, qualificati e motivati”.
Perché hai deciso di impegnarti nel sindacato?
“Dopo anni di esperienza in azienda sentivo il bisogno di fare qualcosa in più. Dal 2000 ho iniziato a interessarmi all’attività sindacale e sono diventato Rsu. È un ruolo che continuo a svolgere con convinzione, nonostante l’età sia abbastanza avanzata, perché mi permette di rappresentare i colleghi e difenderne i diritti. Ho sempre sentito un forte attaccamento verso questa realtà produttiva e ho pensato che la mia esperienza potesse essere utile anche sotto questo aspetto”.
Che cosa ha rappresentato e rappresenta il lavoro nella tua vita?
“Questo lavoro mi ha permesso di diventare un uomo capace di assumersi responsabilità, crearsi una famiglia, comprare casa, far studiare mia figlia, che oggi ha 27 anni. Tanti piccoli progetti che hanno preso forma con dedizione e amore. Questo è ancora il mio posto nel mondo, la mia dignità. Mi sento parte di qualcosa di importante. Il lavoro per me è una questione non solo economica ma rappresenta anche il sentirsi parte attiva di una società”.
Questo è ancora il mio posto nel mondo, la mia dignità. Mi sento parte di qualcosa di importante. Il lavoro per me è una questione non solo economica ma rappresenta anche il sentirsi parte attiva di una società
Quali sono state le emozioni vissute durante la crisi Beko e quale futuro immagini per il lavoro industriale?
“Ero a Roma al tavolo del Ministero quando è arrivata la notizia della chiusura dello stabilimento e ricordo benissimo che mi sono sentito mancare la terra sotto i piedi. La nuova proprietà con poche righe diceva che i numeri non c’erano, che i bilanci parlavano chiaro, che i dati non erano in linea e che la fabbrica sarebbe stata chiusa. Io e mia moglie lavoriamo entrambi alla Beko e per noi è stato peggio del terremoto. Ho visto 30 anni di vita spazzati via in pochi secondi, senza capire cosa sarebbe successo e cosa avremmo fatto. Fortunatamente la chiusura è stata evitata, ma le incertezze restano.
Oggi si parla molto di intelligenza artificiale e nuove tecnologie. A mio parere sono strumenti che possono essere governati a vantaggio delle persone e possono dunque essere una opportunità. Le innovazioni sono necessarie in ogni settore, però possono portare scompensi; si deve cercare di fare meno danni possibili cercando un dialogo aperto e costruttivo tra le controparti: oggi si direbbe “governare il cambiamento”. Credo che l’intelligenza artificiale cambierà sicuramente il modo di lavorare ma che potrà sostituire solo in parte le persone. Il lavoro in fabbrica oggi richiede un mix di manualità e competenze digitali. Gli operai specializzati e generici gestiscono macchinari complessi, assemblano prodotti e controllano gli standard di qualità. Questo settore offre stabilità e contratti regolamentati, con sfide legate principalmente ai ritmi serrati e ai turni.
Le nuove generazioni forse sono poco indirizzate ai lavori pratici. Mancano idraulici, elettricisti, falegnami ma anche operai specializzati che siano abili nel loro ruolo e conoscano bene il settore produttivo. Non esiste un solo percorso di realizzazione. Ognuno può dare il proprio contributo alla società attraverso il lavoro che meglio valorizza le sue capacità”.
