Il dolore che non si vede. Fragilità, fatiche, silenzi

Il dolore che non si vede. Fragilità, fatiche, silenzi

Il dolore dei giovani è una sofferenza spesso visibile ma non riconosciuta, che fatica a trovare parole e può trasformarsi in silenzio, solitudine o gesti rivolti contro se stessi. Dietro questo disagio emerge soprattutto il bisogno di sentirsi parte, essere riconosciuti e trovare relazioni capaci di accogliere la vulnerabilità, senza la fretta adulta di cancellare o risolvere il dolore. Ma questa fragilità può diventare una “buona notizia

di Paolo Vagni

Parroco e Responsabile regionale per le Marche del Servizio di pastorale giovanile


Potrei iniziare con un’affermazione paradossale: il dolore che non si vede nei giovani è molto visibile. Ciò che vediamo, infatti, non dipende tanto da ciò che troviamo, quanto da ciò che cercano i nostri occhi di adulti.

Dolore e rabbia sono due emozioni molto visibili, che spesso non riusciamo a contenere. Il dolore emerge dagli occhi, dal viso, dal corpo che si accartoccia; la rabbia viene fuori dalle mani e dalla voce, dai pugni chiusi e dalla mandibola serrata.

Probabilmente è finita l’epoca in cui le giovani generazioni mostravano collettivamente la propria rabbia attraverso le proteste, rivolgendola frontalmente alle generazioni adulte. Oggi siamo di fronte a un modo inedito di protestare: una rabbia ingoiata, talvolta condivisa collettivamente, che si trasforma in tristezza e in dolore non espresso. È una protesta che non scende in strada, senza voce e senza pugni chiusi; un dolore che non si vede, senza lacrime.

A dire il vero, talvolta entrambe queste emozioni — rabbia e dolore — trovano vie opposte e violentissime per emergere, rivolgendosi contro gli altri o contro se stessi, fino a manifestarsi in atti di violenza gratuita, apparentemente inspiegabile. Si tratta delle espressioni più estreme di un malessere diffuso, che scandalizzano noi adulti e ci lasciano sbigottiti, interdetti. Eppure proprio questo scandalo rischia di impedirci di guardare al problema più profondo.

Siamo di fronte a una moltitudine di proteste silenziose, che ci consegnano un enorme patrimonio di dolore e di rabbia inespressi, spesso non percepiti nemmeno dai loro stessi protagonisti.

Sarebbe ingenuo, come adulti, chiamarci fuori da questo discorso e pensare che il problema riguardi soltanto i giovani, mentre noi saremmo al riparo. Ma questa sarebbe materia per un altro studio, per un altro capitolo da scrivere.

Forse è più semplice non vedere e affermare che il problema sia il loro, che debbano soltanto impegnarsi di più ed essere grati perché “hanno tutto”. Sarebbe una lettura banale. Ancora più subdolo sarebbe invitarli, almeno a parole, a essere se stessi, salvo poi non accettare ciò che sono davvero.

Quando il dolore non trova parole
Il questionario somministrato ai ragazzi nelle scuole mette bene in luce questo nodo. Vorrei partire proprio da una domanda sul dolore, che racconta la fatica a esternarlo, come se esistesse una spinta a trattenerlo dentro, quasi un divieto implicito che impedisce tanto al dolore quanto alla rabbia di trovare parola.

Leggendo una risposta del questionario — «Vorrei sparire», oppure «Vorrei addormentarmi e non svegliarmi più» — mi torna alla mente Noemi, una ragazza di quindici anni che un giorno si è presentata con un dolore immenso, che tuttavia non riusciva nemmeno lei a raccontare. Del suo dolore parlavano i tagli sul braccio, vicini alla spalla, nel tentativo di nasconderli. Ma le maniche corte la tradivano, così come i suoi movimenti impacciati nel cercare di coprirli.

Poi il tema è emerso spontaneamente, come se desiderasse insieme nasconderlo e mostrarlo, in una profonda ambivalenza di bisogni: sospesa tra il silenzio e il grido. Quasi che quei tagli fossero il trofeo della sua battaglia per restare viva. Mi racconta che, nell’ultimo periodo, va un po’ meglio: si taglia meno. Quando però sente che succederà, lo sa già dal mattino, anche se il gesto arriva sempre la sera.

Che cosa raccontano davvero i dati
Nello studio viene posta una domanda molto precisa sul dolore dei giovani: «Ci sono dei giovani che si fanno del male, che tentano di suicidarsi. Secondo te, perché lo fanno?».

Le risposte offrono uno sguardo profondo sul modo in cui gli adolescenti interpretano la sofferenza dei loro coetanei. Dall’analisi emergono soprattutto dimensioni di solitudine, dolore interiore e perdita di senso, più che riferimenti diretti a patologie o disturbi psichici. Le parole dei giovani restituiscono un linguaggio fatto di empatia, paura e ricerca di ascolto.

La loro percezione della realtà risulta sorprendentemente affidabile. Certo, in alcuni casi appare compromessa, ma, nel complesso, alla domanda «Che cosa potrebbe aiutare ad affrontare meglio il futuro?» le prime due risposte sono umanamente molto mature: supporto affettivo e relazioni sincere (20%) e certezze e sicurezza sul futuro (16%).

I giovani indicano come prioritari il bisogno di una stabilità emotiva personale, la fiducia in se stessi e la possibilità di appoggiarsi a relazioni solide, sia in famiglia sia tra gli amici.

Di fronte al dolore, noi adulti cerchiamo spesso un capro espiatorio esterno. Dal questionario emerge invece che i giovani tendono, prima di tutto, a guardare dentro di sé. Questo atteggiamento rivela una buona percezione della realtà. Più che attribuire la responsabilità alle circostanze, alle patologie o al comportamento degli altri, cercano di interrogare la propria vita. È un’attitudine sorprendente e, per certi aspetti, incoraggiante, in un mondo spesso segnato da un vittimismo che cerca continuamente colpe all’esterno.

Siamo però di fronte a un fatto tanto paradossale quanto preoccupante. Forse, per la prima volta nella storia, la generazione che dovrebbe guardare al futuro con maggiore slancio e fiducia sperimenta invece il peso di una persistente assenza di gioia, di senso e di speranza. Un dolore emotivo che, a tratti, diventa insopportabile, ma che il più delle volte rimane ingoiato.

È come se quella crisi che tradizionalmente associamo all’età adulta — la cosiddetta crisi di mezza età — si fosse progressivamente estesa fino a raggiungere la preadolescenza e l’adolescenza. Con una differenza significativa: i giovani, almeno qualche volta, riescono ancora a dire «stiamo male», invece di limitarsi a chiedere che cambino coloro che hanno accanto, immaginando che la soluzione sia sempre fuori di sé.

Il bisogno di sentirsi parte
Sfogliando il report mi colpiscono due risposte libere riguardanti il dolore: «Non mi sento parte di niente» e «Mi sento persa».
Queste parole mi riportano a Beatrice, una ragazza di diciotto anni che arriva da me dopo la fine di una relazione durata un anno. Mi racconta di non riuscire più a vivere, di non trovare più alcun motivo per sentirsi parte di qualcosa. La loro è stata una storia intensa, ma il ragazzo la tradiva continuamente. È stata lei a lasciarlo e, tuttavia, continua ad avvertirne profondamente la mancanza. Vive in uno stato costante di perdita di senso, tra pianto, chiusura e tristezza. Entrambi hanno ormai un nuovo partner. Eppure a mancarle è soltanto lui. Lui lo sa e, quando non ha altro da fare, spesso le scrive proponendole di vedersi. Lei accetta sempre. Si incontrano, trascorrono un’ora di tenerezza insieme e poi tornano a essere estranei, quasi nemici, come prima.

Un giorno le chiedo se, in quei momenti, abbia mai la sensazione di essere usata. Mi risponde: «Sì, sempre. Mi sento usata. Ma se gli dicessi di no, non riuscirei a respirare».

Non esistere oppure sentirsi esistere soltanto attraverso lo sguardo dell’altro: questo è il vero tema nascosto nella storia di Beatrice. Il bisogno che sia l’altro a confermare la propria esistenza. Il dolore più profondo non sta tanto nei gesti umilianti che subisce, quanto nella convinzione di non poter esistere senza il permesso o il riconoscimento di qualcuno.

La vulnerabilità come esperienza di vita
Un altro passaggio che vorrei portare alla luce riguarda un tema emerso ancora una volta dalle risposte aperte: l’esperienza di una vulnerabilità collettiva, così presente in questa generazione.

Questo mi fa pensare a Maria, diciannove anni. Una giovane in cammino, ma con tanta morte dentro. Proviene da una bella famiglia e ha alle spalle un significativo percorso ecclesiale. Eppure fatica profondamente a stare bene.

La sua storia è segnata da due fratelli maggiori, entrambi colpiti da un tumore infantile. Sono sopravvissuti, ma gli anni trascorsi tra ospedali e cure hanno inevitabilmente concentrato su di loro tutte le attenzioni dei genitori.

Maria cresce così: in funzione di chi sta male. Non sperimenta la possibilità di essere accolta semplicemente perché esiste, ma solo sullo sfondo di chi richiede cure più urgenti. Matura una particolare modalità di sopravvivenza. Durante la preadolescenza e l’adolescenza comincia a stare spesso male: una patologia, poi un’altra. Disturbi transitori, ma sempre tali da richiedere visite, controlli e attenzioni.

Oggi non sono più soltanto i familiari a prendersi cura di lei. Anche gli amici finiscono per organizzare continuamente la loro vita intorno ai suoi problemi fisici. E, persino quando questi non ci sono, il suo modo molto esigente di vivere le relazioni mette costantemente alla prova chi le sta accanto.

Qualche mese dopo aver iniziato il nostro percorso, conosce un ragazzo. È un giovane molto valido, ma con una storia clinica complessa. Alcuni anni prima aveva sofferto di gravi problemi neurologici, aveva rischiato la vita e subito un importante intervento chirurgico, che gli aveva lasciato molti interrogativi sul futuro.

Si conoscono e iniziano una relazione. Dopo circa un anno di fidanzamento, il ragazzo ricade improvvisamente in una crisi gravissima che, nel giro di pochi giorni, lo conduce al coma e poi alla morte. Di fronte alle tante sofferenze che hanno attraversato la vita di Maria, nasce spontanea una domanda: è davvero soltanto sfortuna? Oppure esiste una difficoltà più profonda a lasciarsi raggiungere dalla vita?

La risposta non è semplice.

Forse il dolore e la rabbia avevano trovato una strada che, inconsapevolmente, la faceva sentire a proprio agio proprio dentro il dolore, perché solo lì si sentiva finalmente curata e sostenuta. Può sembrare paradossale, ma la nostra psiche impara anche così a sopravvivere ai colpi ricevuti.

Grazie a Dio, un lungo e paziente cammino le ha permesso, poco alla volta, di sciogliere quel legame con il bisogno di stare male per sentirsi vista. Ha potuto finalmente aprirsi a una strada di gioia, costruendo una nuova vita insieme a un uomo, suo sposo.
Quanto dolore appariva esteriore. Eppure quello più pericoloso era nascosto dentro di lei: il bisogno di stare male per sentirsi amata. È un dolore che rimane silenzioso per anni, ma che, prima o poi, presenta il suo conto.

Quando il corpo prende la parola
Il corpo parla sempre. E, se non può parlare, se le parole non ci sono, allora grida. Grida silenziosamente, ma con una forza persino maggiore della voce. A volte queste grida silenziose sono come ultrasuoni: le nostre orecchie non riescono a sentirle, ma gli altri sensi sì, se sono allenati ad ascoltare la vita.

Non è detto, però, che siamo abituati a usare tutti i nostri sensi. Allora la domanda diventa: con quale parte di me ascolto chi ho davanti? Con la ragione, che cerca la quadratura del cerchio? Oppure con la mia paura, che non vuole sentire altro che rassicurazioni? O ancora con il mio bisogno di controllare e, quindi, di trovare a ogni costo una soluzione per chi ho davanti? Ma, se devo trovare una soluzione, il mio ascolto non sarà più libero: cercherà piuttosto di spegnere il dolore. E allora sarà quasi meglio che quel dolore non emerga.

A me capita, talvolta, che, quando le parole del dolore della persona che ho davanti non riescono a uscire, io possa ascoltare anche con la pelle: il primo strato del soma, direttamente in comunicazione con la psiche e con lo spirito che mi abita, in comunione con lo Spirito del Padre.

La pelle è la mia prima interfaccia. Ma la mia pelle conosce sempre attraverso mediazioni, frutto dell’intreccio di molteplici percezioni, traumi, gioie, paure, desideri e bisogni. Porta in sé la vita che vivo oggi, ma anche le ferite della mia storia. La mia pelle sa che cosa significhi provare vergogna di esistere e sa quanto possa sembrare salvifico nascondersi. Ma, da quando ha accolto una Parola nuova dentro una vita nuova, sa anche che la vicinanza di un’altra pelle è l’unica strada verso la gioia, anche se passa attraverso la Pasqua della paura di perdere il controllo: una vera morte, un autentico Mar Rosso da attraversare.

Dio passa attraverso i volti
Mi tornano alla mente le parole di un grande beato, don Pino Puglisi, che, con estrema semplicità e profondo senso dell’incarnazione, diceva che Dio si manifesta sempre attraverso la presenza di qualcuno.

Non sarà che, in questo tempo di grande disorientamento umano, siamo proprio noi, inseriti nel Corpo di Cristo, ad avere la chiave di accesso a un’umanità già redenta e, quindi, alla possibilità di riscoprirsi pienamente umana perché pienamente figlia nel Figlio?

È una grande sfida. Probabilmente, negli ultimi secoli, più che immergerci nell’umanità del Figlio ci siamo spesso rifugiati lontano dalla nostra stessa umanità. Forse, però, non si tratta soltanto di una sfida. Forse è una vocazione universale, alla quale siamo chiamati a rispondere.

Il dolore dei giovani come buona notizia
E allora non sarà forse che questa generazione, apparentemente “malata”, è in realtà la parte sana dell’organismo-umanità, quella che sta manifestando a noi adulti — affetti da una sorta di sclerocardia — il malessere dell’intero corpo?

Accade qualcosa di simile anche nella nostra esperienza personale. Quando, per lungo tempo, ignoriamo la parte più fragile di noi, l’organismo trova altre vie per manifestare il problema e ci costringe a rimettere in discussione l’intero stile di vita. Probabilmente esistono luoghi del cuore che sono rimasti bloccati, indisponibili all’ascolto e alla cura. Così il corpo prende la parola, grida e pretende finalmente di essere ascoltato.

In questa prospettiva, il dolore dei giovani non è più un nemico da combattere perché ci destabilizza, ma una voce amica che ci richiama alla realtà e alla necessità di prenderci cura dell’intero Corpo, partendo proprio dalla sua parte più fragile e sofferente, che diventa così portatrice di una buona notizia.

Una speranza fragile ma tenace
Vorrei concludere richiamando un dato incoraggiante che emerge dalla ricerca: la capacità di introspezione dei giovani. È una capacità che, molto spesso, noi adulti acquisiamo solo dopo i colpi che la vita ci infligge, quando finalmente diventiamo disponibili a metterci in discussione e a intraprendere un cammino.

Altrettanto incoraggiante è il desiderio di resilienza che emerge dalle loro risposte: il desiderio non soltanto di attraversare la fatica, ma di lasciarsene trasformare insieme agli altri, attraverso un’autenticità continuamente ricercata. È una speranza fragile, ma tenace. Questa apertura, propria della generazione che abbiamo incontrato, rappresenta una vera miniera d’oro per l’umanità. È il contrario della rassegnazione, della durezza, della chiusura e della disperazione.

A mio avviso, la fretta con cui spesso cerchiamo di risolvere i problemi ci impedisce di arrivare al cuore delle questioni. È questo, purtroppo, uno degli atteggiamenti più frequenti di noi adulti: guardiamo il mondo come un problema da risolvere. Così facendo, perdiamo la capacità di stupirci e di riconoscere le buone notizie che abitano persino le morti quotidiane.

In fondo, facciamo ancora fatica a cogliere la novità della Pasqua: una questione antica e sempre nuova, che interpella la Chiesa e l’intera umanità, create a immagine di Cristo, nato, vissuto, morto e risorto.

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