LA VOCE DEI GIOVANI
I giovani tra futuro e speranze
L’indagine restituisce un’immagine plurale e ambivalente del futuro: per molti giovani esso è segnato da incertezza, ansia, pressione performativa e dalla percezione di vivere in un mondo difficile e poco controllabile. Eppure non vengono meno sogni e progettualità: lavoro, autonomia, relazioni, famiglia e desiderio di contribuire a cambiare il mondo continuano ad alimentare speranze di realizzazione
di Luca Marcelli
Docente di Lettere nella scuola secondaria di secondo grado
Nella superficialità con cui gli adulti pronunciano una frase come «i giovani sono il futuro del nostro Paese» si concretizzano quella proiezione unilaterale delle aspettative, quella difficoltà di un ascolto non viziato da precomprensioni e quella resistenza a un maturo decentramento che, insieme, contribuiscono a scavare un fossato tra le generazioni.
Al di qua e al di là di questo fossato, l’immagine del futuro assume connotati profondamente differenti.
Il mondo adulto tende a concepirlo come un monolite da consegnare integralmente a chi sappia adeguarsi a determinati standard prestazionali; a chi collochi i propri progetti esistenziali in una linea di continuità — o, tutt’al più, di disciplinata discontinuità — con quanto vissuto dalle generazioni precedenti; a chi, riconoscendo che il presente non è «roba per giovani», accetti di rimandare l’orizzonte di senso del quotidiano e delle sue fatiche a un tempo ancora inafferrabile.
È sufficiente scorrere il campione dei giovani interpellati dalla ricerca per accorgersi che le direttrici fondamentali lungo le quali essi declinano la propria immagine del futuro — e, conseguentemente, di sé nel futuro — si muovono in direzioni ben diverse rispetto a queste semplificazioni adulte.
Per indagare tali rappresentazioni giovanili occorre allora abbandonare la categoria del monolite e assumere quella del poliedro, attorno al quale è necessario muoversi osservandone le singole facce, nella consapevolezza che, all’interno di questa pluralizzazione del futuro, non tutte saranno orientate nella stessa direzione né necessariamente compatibili tra loro.
Incertezza del futuro e coscienza globale del tempo presente
Le parole di alcuni giovani confermano la percezione di un futuro che ha progressivamente perduto la propria connotazione di tempo delle opportunità, deterministicamente programmabile, per assumere sempre più i tratti dello spazio dell’incertezza.
Più precisamente, fissare lo sguardo su un orizzonte aperto a variabili che, di fatto, sfuggono al controllo personale rappresenta un esercizio necessario, ma profondamente angosciante.
Si arriva così a espellere, per quanto possibile, il futuro dai propri pensieri e persino dagli argomenti di conversazione, come testimoniano questi due passaggi: «Ultimamente pensare al mio futuro mi causa un vero e proprio magone sulla pancia e perciò cerco sempre di evitare l’argomento, ma so che è necessario pensarci. Ho paura del cambiamento, ho paura di crescere. So che ce l’hanno fatta tutti ad affrontare questa fase di crescita, ma a volte credo di non essere abbastanza emotivamente forte per affrontare un cambiamento del genere»; «Non lo so [cosa mi aspetta, n.d.r.], perché già ho ansia dell’oggi, figuriamoci del domani».
Un simile timore, tuttavia, non nasce soltanto da una fragile autostima o dal sentirsi inadeguati di fronte alle sfide inevitabili dell’esistenza. Esso affonda le proprie radici nell’impossibilità di pensarsi al di fuori di un contesto globale che — come sottolineano altri giovani — manifesta già nel presente segnali evidenti di crisi: «Ho ansia e paura per il futuro, il mondo è a rotoli»; «Il futuro è la cosa per la quale sono più preoccupata in assoluto, in questo momento della mia vita. […] Provo tanta rabbia per quello che sta succedendo nel mondo in generale».
Se il futuro appare dunque, di per sé, difficile e incerto, osservarlo attraverso le finestre che oggi si aprono sul mondo e sui suoi scenari rende tale incertezza ancora più profonda.
Di fronte a un insieme di situazioni che eccedono la volontà dei singoli, perfino poter condividere questo sguardo con altri sembra diventare una necessità: «Non so ovviamente cosa succederà in futuro e questo in parte mi spaventa. Inaspettatamente è stato liberatorio scrivere queste risposte».
Quando il futuro diventa performance
Lungi dal configurarsi come una possibilità che spetta a tutti, in modo diverso ma incondizionato, il futuro e, con esso, il compimento delle proprie aspirazioni vocazionali, si presentano per alcuni giovani come un esame che richiede un’elevata performatività.
«Non riesco neanche a vedere dei figli in futuro; ho paura di non essere abbastanza, sia dal punto di vista economico sia come genitore».
Se interpretato nei termini di una performance, il futuro finisce così per smarrire perfino il proprio orizzonte generativo. Forse perché è più tollerabile affrontare da soli un obiettivo mancato; forse perché non si desidera riprodurre un modello familiare percepito come disfunzionale.
A pesare, quando non sono gli standard imposti dalle convenzioni sociali e dai loro traguardi elevatissimi, possono essere anche modelli molto più vicini, ritenuti comunque “di successo”. Talvolta, come nel caso di questa giovane, essi si trovano perfino all’interno delle mura domestiche: «Il futuro è la cosa per la quale sono più preoccupata in assoluto, in questo momento della mia vita. Mi preoccupo tanto anche di quello che i (pochi) professori che ammiro pensino di me. Vedo i voti come definizioni di quanto valgo, anche se so che non è così. Forse è perché sento che sarò sempre all’ombra di mia sorella, anche ora che sono più grande».
Colpisce, inoltre, come in alcuni casi la paura del futuro si accompagni alla percezione di un vuoto interiore al quale, pur riconoscendone il peso, si fatica ad attribuire un nome, un’origine o una natura precisa: «Sono stanco di sentirmi vuoto e ho paura per me e per il mio futuro»; «Ho anche provato a farmi aiutare da una psicologa, ma non è cambiato nulla: la sensazione di vuoto, tristezza, malinconia è rimasta lì e credo, anzi sono convinta, che ci conviverò per tutta la mia vita».
Futuro e prospettive ultime
Tutt’altro che taciute o rimosse sono, nelle parole di alcuni intervistati, le prospettive ultime.
Se il riferimento esplicito alla vita eterna non compare in alcuna testimonianza, gli atteggiamenti nei confronti della morte si presentano invece profondamente eterogenei.
Per più di un giovane, l’idea della fine assume i tratti di un passaggio liberatorio rispetto a un quotidiano percepito come ormai insostenibile: «Passo ogni giorno sperando sia l’ultimo, sperando di non svegliarmi. Non ce la faccio più a soffrire a ogni respiro, a ogni pensiero. Non capisco perché la vita debba essere così ingiusta con delle persone, buone veramente».
Soprattutto quando è pensata come gesto autoinflitto, talvolta quale fuga dalle angherie subite, l’idea della morte attraversa i pensieri e i discorsi quotidiani di alcuni giovani con una familiarità che sorprende, pur senza perdere la propria carica angosciosa.
«Ho paura della morte perché tutto ciò che costruisco scomparirà e, se da una parte mi rassicura sapere che sono solo un granello di sabbia in un’enorme spiaggia, dall’altra mi spaventa e mi fa chiedere se veramente conto qualcosa».
Tuttavia, questa paura della morte non conduce a offrire una possibilità in più alla vita, né si traduce in una forma esasperata di vitalismo come risposta alla consapevolezza della fine.
Nelle parole della giovane che segue, essa diventa piuttosto corresponsabile dello scorrere paralizzato dell’esistenza: «Ho provato più volte a suicidarmi, ma non ho mai trovato la forza di farlo e questo mi fa sentire un fallimento. Sono sicura che la mia vita sarebbe molto più bella e leggera se non fossi viva. […] So che bisognerebbe parlarne con qualcuno, ma ultimamente gli adulti dicono che i ragazzi di oggi sono fragili e intoccabili e non voglio che mi considerino così. E poi, se dicessi alla mia famiglia che voglio sparire da questo mondo, sicuramente me lo impedirebbero. Purtroppo io sono sicura che la causa della mia morte sarò io e quindi, quando qualcuno mi chiede come mi vedo tra dieci anni, mi trovo in difficoltà. L’unico motivo per cui sto vivendo è perché sto aspettando la morte, perché non sono nemmeno capace di farlo io. […] So che la mia vita è fatta di sofferenze e continui istinti suicidi».
Lontano da qui, lontani da tutti?
Per alcuni dei giovani che hanno risposto ai questionari, il futuro immaginato può trovare una possibilità di realizzazione soltanto attraverso un radicale cambiamento del proprio contesto di vita.
L’ambiente nel quale sono cresciuti appare infatti segnato da pregiudizi, percepiti come autentiche manifestazioni di rifiuto. Cambiare contesto significa allora, nelle parole di questa giovane, uscire da una bolla relazionale nella quale l’aria è diventata irrespirabile e raggiungere quella possibilità di accettare se stessi che coincide con il futuro desiderato: «Vorrei essere apprezzata da persone che io stessa stimo. Sono stanca dell’odio della società: un giorno me ne andrò in un paese in cui possano accettarmi senza dovermi sentire sbagliata. Voglio vivere liberamente senza essere messa costantemente in discussione».
La costruzione del futuro non sembra trovare, almeno esplicitamente, un ostacolo nello scarto tra le aspettative della famiglia e quelle dei giovani. Ciononostante, l’autonomia dal nucleo familiare e il distacco dal contesto nel quale si è cresciuti vengono indicati da alcune testimonianze come una condizione imprescindibile per poter realizzare il proprio progetto di vita.
«Vorrei viaggiare, conoscere nuove culture, stare lontana dalla mia famiglia. Diventare una poliziotta, che capisca le persone»; «Iniziare ad avere una vita autonoma e vivere da solo».
In nessun caso emerge una nostalgia nei confronti della famiglia d’origine, né la preoccupazione di perdere le relazioni amicali che hanno accompagnato la crescita quotidiana. Se il distacco dai genitori appare comprensibile perché parte del naturale processo di autonomia, merita invece maggiore attenzione il modo in cui vengono rappresentati i rapporti significativi.
Vi sono relazioni chiaramente percepite come tossiche, dalle quali è necessario prendere le distanze perché alimentano il senso di inadeguatezza e mettono in discussione, probabilmente, non semplicemente alcuni comportamenti, ma l’identità stessa della persona.
Vi sono poi situazioni estreme: da un lato chi immagina il proprio futuro professionale quasi del tutto separato dalla dimensione degli affetti, proiettandosi in una sostanziale solitudine; dall’altro chi sogna di raggiungere amici conosciuti esclusivamente online e mai incontrati di persona.
«Grazie alle mie conoscenze in inglese mi son fatto tanti amici, tutti oltremare, online, e solo con loro mi sento a mio agio. Il sogno sarebbe quello di immigrare dove abitano loro, ma è un processo difficile».
Accanto a queste esperienze troviamo anche chi proietta nel futuro soltanto relazioni nuove, né ereditate né subite, oppure chi non vede alcuna incompatibilità tra il cambiamento del contesto di vita e la continuità dei legami più importanti.
«Io nel futuro vorrei essere con i miei amici. Ho due gruppi di amici: con uno non esco molto, ma a loro voglio molto bene e così loro a me; però ci sono persone, in quel gruppo, che non mi vogliono. Con l’altro esco sempre. Se dovessi scegliere, sceglierei il primo, perché ho un legame maggiore con tutti; il secondo invece lo conosco da poco. In futuro il sogno è lavorare nella Ferrari come meccanico e spero di riuscirci».
Futuro: un pensiero che fa la differenza
Quanto emerge dai questionari non autorizza ad affermare che i giovani abbiano smesso di nutrire speranze verso il futuro o che rifiutino ogni forma di progettualità esistenziale. I timori e le incertezze richiamati in precedenza, infatti, non cancellano le aspettative, che risultano investite soprattutto — almeno stando alle occorrenze rilevate — sul versante della realizzazione professionale.
Anche all’interno di questo ambito, tuttavia, emergono orientamenti differenti. Da un lato vi sono molti intervistati che sembrano ridurre il successo lavorativo al solo raggiungimento di una condizione economica favorevole, senza alcun riferimento alla possibilità di mettere a frutto le proprie competenze o di trovare soddisfazione nell’esercizio della professione. Dall’altro lato, numerosi giovani auspicano invece che il lavoro sia coerente con il percorso formativo intrapreso o, almeno, con i propri interessi, senza attribuire particolare rilievo allo status economico.
Il progetto familiare — o, più in generale, la ricerca di una stabilità affettiva — appare tutt’altro che superato, soprattutto quando si accompagna al desiderio di una situazione economica sufficientemente rassicurante: «Vorrei avere una bella famiglia come la mia, vorrei continuare ad avere la fratellanza che ho con il mio migliore amico e avere successo nel lavoro».
Come emerge anche dalle parole di un’altra giovane, poter contare su un’esperienza familiare e, più in generale, relazionale positiva costituisce una risorsa importante nel proiettarsi verso un futuro inevitabilmente incerto: «Non si sa come sarà il futuro e come sarò, però so che voglio diventare l’amore di mia madre, il carattere forte di mio padre, la scherzosità di mio fratello, il capire le persone come fa il mio migliore amico e l’affetto e la risata del mio fidanzato».
Alcuni intervistati sottolineano inoltre come pensare al futuro — e pensarsi nel futuro — sia ormai un tema poco presente nelle conversazioni con i propri coetanei e, talvolta, rappresenti addirittura un elemento di distanza rispetto al gruppo dei pari: «Io stesso mi sento spesso solo. Ho già idee chiarissime, anche sul mio futuro; mi alleno ogni giorno e ogni giorno cerco di costruire al meglio la mia vita. Ma, guardando e provando a stare con i miei coetanei, noto una grande superficialità. Si divertono, escono, fumano e bevono ecc. Mi sembrano tutti spenti, si accontentano del minimo. […] Non riesco ad aprirmi con nessuno, perché non vedo in loro lo stesso fuoco che ho io. Ovviamente non mi sento migliore di loro per questo, però ho come l’impressione che si rifugino da una realtà che oggi è oggettivamente difficile, non trovando quella spinta che io ho già trovato».
«Mi sento trasparente, come se non esistessi. E non perché io non provi a farmi conoscere, ma perché c’è come una barriera tra me e gli altri. Mi basterebbe una parola, un sorriso, qualcosa che mi faccia sentire accettata e vista. È strano che succeda proprio a me, che sono quella che sogna più in grande, che ha mille progetti e vuole costruire qualcosa di importante».
Così, il divario percepito rispetto agli altri da chi cerca di costruire il proprio futuro — anche attraverso aspirazioni particolarmente ambiziose — alimenta un senso di solitudine, ma al tempo stesso può diventare la sorgente di un forte desiderio di riscatto, come emerge chiaramente dalla conclusione della medesima testimonianza: «Ho imparato a non vergognarmi più di questa solitudine.
erché è da lì che nasce tutto: le idee, le parole, la forza. Non è solo sentirsi diversi. È essere unici. Forse semplicemente non sono nel posto giusto. I miei compagni sembrano fermi, piccoli, legati a cose che non mi appartengono. Io penso già oltre. Ma cerco comunque di affrontare questa fase. Perché so che è solo l’inizio. Sto costruendo qualcosa che ancora non si vede, ma quando salirò su un palco, chi oggi mi ignora forse capirà chi ero davvero. E cosa avevo dentro».
È una forma particolare di solitudine: quella di chi percepisce di avere prospettive diverse. Una condizione che non infligge meno sofferenza, ma che, proprio per la causa da cui nasce, viene vissuta come più tollerabile e, talvolta, persino come elemento di distinzione morale.
L’analisi dei questionari, tuttavia, impedisce di descrivere la generazione più giovane come ripiegata esclusivamente su se stessa, sospesa tra la fatica del presente e l’incertezza del futuro.
In alcune testimonianze trovano infatti spazio il desiderio e la disponibilità a impegnarsi personalmente per «cambiare il mondo in meglio», favorendo una trasformazione della società fondata sul superamento dei pregiudizi, sulla diffusione di una maggiore responsabilità etica e sul miglioramento della qualità della vita.
Pensare il presente per pensare il futuro
Il poliedro delle immagini descritte restituisce un puzzle che non trova nel futuro la propria chiave ricompositiva. Ha ragione, in questo senso, Edgar Morin quando afferma che «la prima difficoltà di pensare il futuro è di pensare il presente».
Attraverso le loro risposte ai questionari, i giovani chiedono anzitutto di ritrovare una prospettiva di senso sul presente; chiedono di essere presi sul serio per ciò che vivono oggi. È questa la condizione perché possano rivolgere lo sguardo oltre il domani.
Chiedono di essere accompagnati nell’incertezza del futuro attraverso un ascolto che non offra risposte standard o preconfezionate: è il loro futuro, e nessuno può viverlo al posto loro.
Chiedono che venga valorizzata la logica della collaborazione più di quella della performance: non devono necessariamente farcela da soli, perché non sono soli.
Chiedono di incontrare narrazioni positive che aiutino a leggere il dolore, le difficoltà relazionali e quelle professionali, per apprendere l’esercizio del discernimento e la prospettiva della lunga durata, anziché l’autoinganno o uno sterile ottimismo.
Chiedono, infine, che siano garantiti spazi concreti di impegno nei contesti di vita, perché possano sperimentare, anche nel frammento, la possibilità di cambiare il mondo.
