LA VOCE DEI GIOVANI
Gli adulti: presenza o distanza?
Il rapporto con gli adulti resta centrale per i giovani, che non chiedono una rottura generazionale, ma esprimono un forte bisogno di ascolto, riconoscimento, fiducia e vicinanza. Famiglia e scuola appaiono però luoghi ambivalenti: potenziali spazi di crescita e sostegno, ma anche contesti segnati da giudizio, incomprensione, pressione e difficoltà comunicative
di Amedeo Angelozzi e Benedetta Capriotti
Pedagogista
Catechista ed esperta di risorse umane
«Volevo parlare di una cosa che per me è molto importante, e cioè il rapporto con i genitori. Ho notato che, sempre di più, i miei amici raccontano di vivere situazioni spiacevoli a casa, un posto che dovrebbe accogliere, crescere, far stare bene, ma che invece a volte rappresenta tutto il contrario».
Il rapporto con il mondo adulto emerge dalle risposte come uno dei temi più forti e critici. I giovani ne parlano spesso con un misto di delusione, distanza e desiderio di autenticità; al tempo stesso, esprimono con chiarezza bisogni e attese, offrendo uno sguardo diretto e poco mediato sulle figure che dovrebbero accompagnarli.
Proviamo qui a mettere a fuoco alcuni tratti significativi del rapporto tra giovani e adulti, così come emergono dalla ricerca. Ne risulta un quadro articolato, nel quale il bisogno di riferimenti autorevoli resta vivo, ma si accompagna alla percezione di una presenza spesso fragile, intermittente o poco capace di sostenere la relazione educativa. Gli adolescenti percepiscono un divario profondo tra sé e gli adulti, il senso di distanza genera sfiducia e solitudine, allo stesso tempo è ritenuto lo spazio relazionale che potrebbe metterli nella condizione favorevole per crescere, affermare se stessi e affrontare con maggior fiducia il futuro. Si nota una continua oscillazione tra l’aspettativa che nutrono verso le figure di riferimento e la realtà con cui, invece, devono fare i conti.
«Ci giudicano, ma non ci ascoltano»
Famiglia e scuola si confermano i principali luoghi di questo confronto, con tutte le loro potenzialità e le loro contraddizioni, molto più sullo sfondo si trovano invece tutte le altre realtà che si interfacciano con il mondo giovanile, quali ad esempio associazioni da quelle educative a quelle sportive.
La ricerca mostra che il riferimento agli adulti, come già sottolineato, rimane ancora significativo per i giovani è questo un aspetto importante e per certi aspetti quasi sorprendente.
In una delle risposte alle domande aperte si legge: «L’unica cosa che voglio dire è stateci vicini, perché in questa fase della nostra vita (adolescenza) ci sentiamo spaventati da molte situazioni, incompresi e sempre sotto giudizio».
Essi non si collocano in una posizione di aperta contrapposizione, la famiglia costituisce per i giovani uno dei luoghi emotivamente più complessi e determinanti. Molti esprimono un bisogno intenso di ascolto e di accoglienza e, ancor meno, avvertono la necessità di una “rottura” o di un conflitto come passaggio obbligato per conquistare autonomia e costruire una visione personale della realtà. Un aspetto interessante questo, che mostra come si è di fronte ad un nuovo modo di affrontare le sfide adolescenziali, e la spinta evolutiva alla definizione di un sé compiuto e maturo.
«Mi sono resa conto di non poter parlare di nulla ai miei genitori. Loro non conoscono la mia vita privata, e da una parte è normale tenersi delle cose per sé, ma non quando ciò che non dici è ciò di cui vorresti parlare, che vorresti condividere, ma ti senti costretto a rimanere in silenzio perché sai già che non verrai compreso. (…) Sarebbe bellissimo se molti genitori potessero venire a conoscenza dell’impatto che ha il silenzio a casa sui loro figli. Se solo i miei genitori mi avessero ascoltata senza rabbia quando mi veniva da piangere di fronte a loro, adesso mi sentirei meno sola».
Alla domanda “Cosa ti rende felice?”, ecco le risposte:
• 53,7% La serenità in famiglia.
• 48% andare bene a scuola
• 24,5% sentirmi apprezzato dagli adulti
Il “contrasto generazionale” e la “contestazione dei padri”, che in altre stagioni culturali hanno avuto un ruolo centrale, sembrano oggi perdere forza e centralità, o quanto meno sembrano non rappresentare più quella spinta motivazionale verso la piena affermazione delle nuove generazioni. Famiglia e scuola restano i luoghi principali in cui l’incontro tra giovani e adulti continua a prendere forma. In questa prospettiva, la relazione con le figure di riferimento è percepita non solo come una risorsa, ma come una vera necessità per il benessere personale e, almeno in parte, per affrontare le sfide che i giovani avvertono come decisive per il proprio futuro. Al tempo stesso, però, emerge con chiarezza la difficoltà degli adulti nel corrispondere a tale compito, che i giovani identificano e riconoscono nella fatica di ascoltare, di accogliere senza giudicare e di mantenere una presenza credibile come punto di riferimento.
«Capisco che abbiamo due modi di pensare differenti». Così si esprime un ragazzo.
È un disagio profondo, spesso senza nome, legato alla fatica di riconoscere il proprio valore e di trovare un senso alla vita quotidiana. Dietro queste parole c’è un grido di aiuto che non sempre trova risposta nel mondo adulto. In particolare, quando la fatica, il senso di vuoto, l’incertezza del futuro, si presenta a tinte forti nel quotidiano dei giovani.
Tabella 1- Aiuti per affrontare il futuro (vedi versione grafica sotto)
Dalle risposte emerge un quadro ricco ma frammentato, in cui i giovani si interrogano sul proprio futuro con sentimenti contrastanti di incertezza, desiderio di stabilità e ricerca di senso. All’interno di questa varietà, tuttavia, emergono alcune linee comuni.
La prima riguarda il supporto affettivo/relazionale (~20%), seguito dalla sicurezza circa il futuro (~16%) e poi la sicurezza economica — “soldi”, “lavoro”, “stabilità” — (~14%) come condizione percepita necessaria per guardare con serenità al futuro.
Molti giovani raccontano di vuoto, ansia, solitudine, tristezza: sono queste le parole che maggiormente risuonano nelle loro risposte, ripetute e fatte risuonare a più voce, quasi a codificare un grido condiviso.
Le risposte alla domanda “Che cosa ti rende triste?” mostrano, in particolare per quanto riguarda l’andamento scolastico, il bisogno di apprezzamento e il peso del giudizio adulto, un andamento in parte speculare rispetto a quanto emerso nella domanda sulla felicità.
Grafico 1- Ciò che rende tristi (vedi versione grafica sotto)
«La società di oggi è molto chiusa, solo poche persone sembrano felici, o perché sono superficiali, o perché indossano maschere, chi invece ha un’intelligenza emotiva/sociale più alta, non è mai veramente felice perché sa leggere i minimi dettagli».
Grafico 2- come affrontare i momenti difficili (vedi versione grafica sotto)
Di fronte ai momenti di fatica o tristezza, il 36,9% sceglie di “aspettare che passi”, come se il disagio fosse qualcosa da subire in silenzio, finché non svanisce da solo. Questo atteggiamento rivela una certa resistenza a chiedere aiuto o a condividere la propria fragilità, forse per timore di essere fraintesi o giudicati, oppure perché si è interiorizzata una certa sfiducia verso gli adulti considerati poco capaci nel sapersi sintonizzare con le loro domande e fornire strumenti e sostegno prima ancora che risposte.
Accanto a questo, emerge che il 28,8% si confida con un amico e un quarto del campione (24,5%) prova a guardare dentro di sé, segno di un desiderio autentico di relazione e di introspezione. C’è, dunque, una ricerca di senso e di autenticità, che spesso si esprime più nella dimensione affettiva (di natura amicale) o interiore, mentre resta più distante il confronto intergenerazionale.
«Eppure mi ritrovo qui, a sentirmi invisibile e lasciata fuori, come se tutto questo non contasse. A volte fa malissimo. Ma ho imparato a non vergognarmi più di questa solitudine. Perché è da lì che nasce tutto: le idee, le parole, la forza. Non è solo sentirsi diversi. È essere unici».
Altri comportamenti mostrano strategie più quotidiane o compensative: il 19,3% mangia, l’8,4% beve, il 3,7% fuma una canna. Questi dati, pur minoritari, indicano che una parte dei giovani tenta di gestire il disagio con mezzi che offrono sollievo immediato ma non risolutivo, rivelando una fragilità emotiva che merita ascolto e accompagnamento, ma il mondo degli adulti in generale, sembra essere percepito molto distante da queste dimensioni di vita.
Meno di un giovane su dieci (8%) dichiara di chiedere aiuto a qualcuno, e una percentuale minima (3,2%) si affida alla scrittura come forma di sfogo personale. È un ulteriore segnale di quanto la solitudine interiore e la difficoltà a comunicare il proprio vissuto restino forti.
È particolarmente interessante osservare che, tra le strategie adottate dai giovani per affrontare i propri momenti di difficoltà, compaiono anche comportamenti che il mondo adulto tende spesso a censurare prima ancora di comprenderne il significato: bere, fumare una canna, mangiare in modo compensativo. Di fronte a queste condotte, prevalgono frequentemente il giudizio e la condanna, mentre più raramente si apre uno spazio di ascolto capace di interrogarsi sulle motivazioni profonde che le generano.
«Grazie ad una persona sto smettendo di sfogarmi bevendo e assumendo certe sostanze e spero di continuare così perché finalmente mi sento meglio». Il ricorso agli amici, in queste situazioni, conferma quanto già emerso in precedenza: il 55,3% dei giovani dichiara infatti di rivolgersi a loro nei momenti di difficoltà. Resta significativa anche la quota di chi cerca sostegno nei familiari, sebbene con un distacco rilevante rispetto al dato riferito agli amici.
Al di fuori della cerchia affettiva più prossima, invece, sembrano quasi scomparire altri riferimenti educativi: figure adulte appartenenti ad altri contesti — come l’associazionismo, lo sport, la parrocchia o altri spazi formativi — risultano poco presenti, se non in percentuali marginali (solo lo 0,4% delle ragazze chiede aiuto a un educatore della parrocchia, mentre nessuno dei maschi lo fa), quasi fossero evaporate dall’orizzonte relazionale dei giovani.
I dati confermano quindi quanto espresso fin qui: tra le ragioni che più spesso generano tristezza nei giovani emergono il sentirsi soli e inadeguati. Tuttavia, quando viene chiesto loro a chi si rivolgano abitualmente nei momenti di difficoltà, le risposte mostrano una netta prevalenza della rete amicale, seguita dalla scelta di non chiedere aiuto e, solo successivamente, dal ricorso ai familiari:
Tabella 2 – A chi chiedere aiuto (vedi versione grafica sotto)
Un aspetto che rischia di restare sullo sfondo merita invece di essere posto all’attenzione del mondo adulto: perché le realtà che si collocano al di fuori della famiglia e della scuola non vengono riconosciute dai giovani come riferimenti capaci di affiancarli nei momenti di fatica?
«Personalmente, vorrei che a scuola o negli ambienti sportivi ecc… si parlasse di più di benessere mentale di noi ragazzi. Sembra una cosa scontata o inutile, però ci sono molti ragazzi, come me, che dentro soffrono anche se fuori non lo fanno vedere».
La famiglia, rifugio non sempre abitabile
Merita particolare attenzione l’ambivalenza che emerge dalle risposte dei giovani. Da un lato, il nucleo familiare e le relazioni che lo attraversano continuano a essere percepiti come un approdo sicuro, il luogo al quale riportare fatiche, domande e forme di disagio.
Dall’altro lato, tuttavia, i giovani riconoscono con lucidità che questo spazio non sempre si rivela capace di accogliere davvero tale bisogno. Alla famiglia non vengono infatti attribuite da parte dei giovani, in modo costante, adeguate competenze relazionali né una solida capacità di presenza adulta.
Alla domanda “Perché alcuni giovani si fanno del male?”, tra le ragioni, con una frequenza dell’8%, ci sono problemi familiari o relazioni difficili in casa.
«Ci sono cose che alcuni genitori non capiscono: se il proprio figlio confida qualcosa con loro non va detto in giro… Ho provato spesso a tagliarmi i polsi ma tutto quello che è uscito fuori sono solo dei graffi che si sono gonfiati e il giorno dopo sono spariti e anche in questo posso considerarmi inutile».
Un nucleo significativo delle risposte rimanda a situazioni familiari fragili o traumatiche: separazioni, assenze, conflitti e, talvolta, dinamiche disfunzionali.
«Un’altra cosa di cui ho sofferto molto è il fatto che i miei litigano molto, non ho tanto da dire su questo argomento, semplicemente mi faceva stare male e passavo le notti a piangere, proprio per questo motivo io non sto bene a casa mia, ma non perchè non voglia bene ai miei genitori ma perchè non ce la faccio a stare qua. Io ci ho provato davvero con tutta me stessa a fermare le urla e le litigate».
Ciò che affiora, è la percezione concreta di una fragilità nelle competenze educative delle famiglie. Espressioni come «sono nata in una famiglia disfunzionale» o il racconto del dolore per la separazione dei genitori, restituiscono la profondità delle ferite che alcuni portano con sé. Tuttavia, accanto a queste ombre, emergono parole di gratitudine e affetto autentico: «amo la mia famiglia» e «voglio che i miei genitori siano fieri di me» indicano che il legame familiare resta, per molti, una fonte di radicamento affettivo.
«Già le valutazioni a scuola mettono pressione, con l’aggiunta di un bullo se non hai un carattere forte e autostima tendi ad andare nell’oblio, soprattutto se non hai due genitori vicini che ti possono aiutare a superare le difficoltà».
A volte dalla famiglia provengono aspettative nei confronti dei figli che si rivelano incongruenti con quanto questi ultimi desiderano per sé stessi, come chi afferma: “Sto studiando per diventare … ma non è quello che vorrei fare realmente, vorrei però rendere felice i miei ma ho attacchi di panico quando vado a scuola.” «Non è giusto avere paura dei propri genitori perché si prende un voto che per loro non è abbastanza».
Per i giovani, una relazione autentica si misura nella qualità dell’ascolto, nella disponibilità ad accogliere le domande e nell’assenza di risposte frettolose o liquidatorie.
«Ai genitori. State vicino ai vostri figli, imparate a conoscerli… capiteli o chiedete spiegazioni e cercate di rispondere a questi, sosteneteli sempre. Date loro spazio di vivere la vita come vogliono. Lasciateli sbagliare. Guidateli nel capire. E soprattutto AMATELI».
La scuola: luogo di crescita e spazio di pressione
«Mi sento spesso esclusa da tutti a scuola. Fuori posto, come se non avessi il diritto di starci anch’io. E la verità è che purtroppo lo sono».
«Ci sarebbero troppe cose da scrivere, ma dalla mia esperienza personale posso dire che i problemi di bullismo si creano nella maggior parte all’interno dell’ambiente scolastico, e molte volte i bulli vengono tutelati più delle vittime, gli insegnanti non sempre si accorgono di ciò che passa la vittima visto che quest’ultima tende a tenersi tutto dentro. Poi dopo come abbiamo già visto non ci lamentiamo di studenti che si suicidano».
Anche a proposito della scuola riaffiora la medesima ambivalenza. Emerge la richiesta di essere accolti e riconosciuti «Scuole, vi prego, fate capire agli studenti che sono visti. Visti davvero».
«Bisognerebbe lavorare un po’ sull’empatia dei professori, poiché la scuola secondo me non supporta adeguatamente i suoi studenti, dando giudizi senza cercare di capire il loro stato d’animo ma limitandosi a imporre regole che spesso non hanno alcun senso».
«Quello che voglio affermare è che ci dovrebbe essere più attenzione nell’ambiente scolastico rispetto a certi comportamenti e soprattutto gli insegnanti dovrebbero seguire un corso per aiutare e risolvere eventuali situazioni che si potrebbero creare. Secondo me avere un’insegnante di cui ci si può fidare come un amico a scuola, per una persona in difficoltà sarebbe un grande aiuto».
Essa può essere percepita come un luogo di crescita, di accompagnamento e di maturazione personale; nello stesso tempo, però, può trasformarsi in uno spazio segnato da pressioni, richieste e aspettative che finiscono per gravare ulteriormente sul vissuto dei giovani.
«Il sistema scolastico italiano è ormai obsoleto, un programma antiquato per quasi tutte le materie e regole che non insegnano a ragionare ma solo ad obbedire nell’ignoranza, insegnanti pressati da eccessive responsabilità rendendoli rigidi, e non liberi di fare scuola bene».
«È inevitabile la competizione e l’individualismo all’interno delle classi, passa molto in secondo piano quello che dovrebbe essere l’obiettivo della scuola, cioè insegnare a vivere in comunità e ad essere adulti».
L’eccesso di verifiche, l’orientamento al voto e le aspettative di rendimento, contribuiscono a costruire un clima percepito come competitivo e poco attento alla persona.
«Vedo i voti come definizioni di quanto valgo, anche se so che non è così». La scuola appare così sospesa tra la possibilità di educare e il rischio di alimentare nuove forme di fatica.
I rimproveri agli adulti
Uno degli elementi più significativi che emergono circa questo aspetto è la critica che i giovani rivolgono agli adulti: non tanto per i loro limiti o per la loro imperfezione, quanto per l’incapacità di abitare fino in fondo la relazione. È precisamente questo scarto a incrinare la loro credibilità agli occhi delle nuove generazioni. Ecco due testimonianze al riguardo: «Siamo solo estensioni dei problemi degli adulti che ci mettono al mondo senza averli risolti»; «Vogliono vivere la loro vita attraverso la nostra».
Molti associano l’età adulta a ipocrisia, rigidità, incoerenza ed esprimono una crisi di fiducia verso il mondo adulto: «Dicono di volerci capire, ma fanno tutto il contrario»; «Gli adulti parlano di rispetto, ma poi non rispettano noi»; «Non voglio diventare come loro».
Il bisogno di adulti autentici
La ricerca ha messo in evidenza come il rapporto tra giovani e adulti resti ancora oggi un nodo essenziale nella crescita delle nuove generazioni. Questa relazione non ha perso valore né importanza; ciò che emerge con maggiore forza è piuttosto lo sguardo che i giovani rivolgono agli adulti e la richiesta, spesso esplicita, di una presenza più autentica, credibile e vicina. In conclusione, si può affermare che i giovani cercano adulti capaci di ascoltare, di riconoscere i propri limiti, di non aver timore nell’affermare che anche loro si sentono a volte sprovvisti di risposte.
L’adulto che si “cerca” e a cui volentieri ci si affiderebbe, non è certamente quello che conosce tutte le risposte e interviene con efficacia in ogni momento; non si vuole un adulto performante, ma un adulto capace di stare nella fatica delle relazioni e nelle domande scomode del crescere.
Dalle parole dei ragazzi, citate nel testo, affiora il bisogno del legame con l’adulto che ascolta-comunica-accompagna, cioè di quel nucleo relazionale che genera fiducia: «Abbiamo bisogno di qualcuno che creda in noi»; «Ci servono esempi veri, non perfetti».
Aspettative eccessive, perfezionismo e logiche di performance sono fattori che appesantiscono il vissuto dei giovani; per questo, non chiedono modelli irraggiungibili, ma presenze adulte capaci di stare loro accanto con coerenza, chiarezza e affidabilità. Più che figure impeccabili, desiderano adulti autentici, in grado di sostenere la relazione senza sottrarsi ad essa: desiderano incontrare chi non fugge davanti al loro dolore. Molti parlano di assenza di adulti significativi e di relazioni che non reggono la prova della verità. Il dolore nasce così da un silenzio reciproco: i ragazzi non parlano perché non si sentono accolti, e gli adulti non ascoltano perché non sanno come farlo.
