COSA POSSIAMO FARE
Famiglie che ripensano il loro compito educativo
Si è creata una distanza tra giovani e famiglie: i ragazzi continuano ad avere bisogno degli adulti, ma spesso si sentono poco ascoltati, giudicati e non riconosciuti nella loro unicità. Dietro il silenzio e la solitudine emerge soprattutto la richiesta di adulti credibili, presenti e capaci di accompagnare senza offrire risposte preconfezionate
di Cristina Fratini
Psicologa-Psicoterapeuta cognitivo comportamentale
Quando ascoltiamo la parola famiglia, ci giunge alla mente l’idea di quel luogo fatto di persone dove l’amore ha inizio, dove ogni torto, ogni paura, ogni dubbio trova il proprio rifugio. Quel luogo fatto di piccoli gesti quotidiani, azioni ripetitive e parole di cura, che accompagnano ogni essere umano verso la scoperta di sé e lo guidano nella sua piena realizzazione nel mondo.
La famiglia costituisce il cuore della società, dove si tramandano i principi del rispetto reciproco, dell’ascolto e della collaborazione: quei principi necessari per una vita vissuta in piena armonia con sé stessi e con gli altri.
Ma, se spostiamo lo sguardo sulla realtà attuale che ci circonda, il panorama sociale che osserviamo è ben diverso da ciò che crediamo. La famiglia di oggi, piuttosto che sorgente di un amore generatore di sicurezza, sembra essere ragione di un disagio che nasce da un amore deluso.
Nell’anonimato delle loro risposte, i giovani ci donano spontaneamente, come se aspettassero da tempo una tale occasione, un vissuto legato al contesto familiare ben lontano dal nostro credo comune. È tangibile, da parte loro, una grande voglia di raccontarsi, che si coglie proprio dal non detto.
Emerge la descrizione della famiglia come punto di riferimento importante ma, allo stesso tempo, le persone che la compongono, con i loro atteggiamenti e comportamenti, sembrerebbero concorrere in buona parte alla formazione del loro dolore. Non accusano le singole persone, ma il loro modo di rapportarsi, di comunicare, di dialogare, di prendersi cura dei figli una volta entrati nella fase dell’adolescenza. Oltrepassata la stagione delle cure materiali, sembrerebbe non esserci più spazio per loro tra gli interessi degli adulti.
Le situazioni familiari oggi, per la maggior parte, sono sempre più problematiche e caratterizzate da conflitti aperti e durevoli nel tempo, che accompagnano la crescita dei ragazzi regalando loro uno sfondo fatto di pressioni, giudizi, pretese e scarsa attenzione. Una parte significativa dei giovani racconta esperienze familiari dolorose o problematiche: separazioni, genitori assenti o freddi, situazioni di conflitto, talvolta di violenza o trascuratezza.
Un proverbio cinese dice: «Nessuna famiglia può appendere il cartello: “Qui non ci sono problemi”». Le risposte dei giovani ce ne danno dimostrazione nella descrizione dello scenario che si apre davanti a noi, oggi più che in altri tempi.
È doveroso e necessario interrogarsi e capire che cosa stia succedendo alle famiglie di oggi, che si allontanano sempre di più da quello che è il loro ruolo per eccellenza: sostenere la crescita delle nuove generazioni, consentendo loro di abbandonare l’autoreferenzialità e ritrovare la propria autentica dimensione.
Perché sembrerebbe proprio così: famiglie caratterizzate da genitori autoriferiti, presi dal proprio mondo personale, poco aperti al confronto, con la risposta sempre pronta e scarsamente tolleranti nei confronti della frustrazione generata dalla sofferenza del figlio. La famiglia è sempre più percepita come luogo di fatica e di ferite, piuttosto che come luogo di rifugio da ciò che fa male.
L’immagine della famiglia nelle risposte dei giovani
Quando i giovani parlano degli adulti, si intravede un sentimento diviso tra delusione e distanza, da una parte, e desiderio di autenticità, dall’altra.
Molti giovani percepiscono una distanza tra sé e gli adulti che genera sfiducia e solitudine. L’adulto è percepito come scarsamente capace di ascoltare il ragazzo che ha di fronte e di comprenderne il mondo attraverso il suo linguaggio fatto di parole, gesti e azioni.
Sono adulti che non prendono sul serio i ragazzi, non attribuiscono loro il giusto valore né il meritato riconoscimento. Al contrario, li correggono nelle idee, nel linguaggio, nei comportamenti e nei sogni; li giudicano per le loro scelte in ogni ambito della vita e li rimproverano per ciò che appare fuori dagli schemi convenzionali.
Nessuno dei grandi sembrerebbe essere realmente interessato al mondo dei giovani, incuriosito dai loro perché, desideroso di conoscere una realtà diversa dalla propria. Trovare un adulto disposto a lasciarsi stupire dai loro racconti, senza avere già una risposta pronta nella mente, è qualcosa di raro.
In famiglia la vita dei figli sembrerebbe già scontata, già vissuta, già conosciuta. Non ci sarebbe nulla che meriti particolare attenzione, perché è una storia che si ripete e di cui si conosce già il finale. Per questo il tempo dell’ascolto non è ritenuto necessario e viene sostituito da un tempo operativo, fatto di soluzioni già sperimentate.
L’originalità del singolo nel suo percorso di crescita è un concetto lontano da molte famiglie di oggi. Eppure è proprio questo il bisogno nascosto che i giovani sembrano gridare al mondo: essere visti e accettati nella loro irripetibile individualità.
Il desiderio di adulti credibili
Sembrerebbe non esserci un vero dialogo, nel quale la comunicazione sia bidirezionale ed efficace tra le parti. Emergono piuttosto un giovane che tenta di esternare il proprio mondo e un adulto che, convinto di sapere tutto grazie al proprio bagaglio esperienziale, ha già le risposte pronte da offrire.
Questo stile interventista, più che accogliente, disegna, nelle aspettative dei ragazzi, un adulto ipocrita, rigido e incoerente, che fatica ad accettare una realtà diversa dalla propria e che si chiude nella convinzione che non ci sarà nulla di buono nel futuro dei ragazzi se non si affideranno alle sue idee.
Da qui deriva la mancanza di fiducia dei giovani nel futuro e la paura di ciò che li aspetta. Si immaginano un domani nel quale nulla è certo: se troveranno il lavoro dei sogni, la persona con cui costruire la propria vita, la famiglia che desiderano, i viaggi che immaginano, la piena realizzazione di sé.
La famiglia sembrerebbe aver perso il suo compito di insegnare ai giovani a credere di potercela fare, al di là delle difficoltà della vita e nonostante i propri limiti. La consapevolezza più devastante è che questo tipo di sicurezza, se non viene costruita in famiglia, difficilmente potrà essere costruita altrove. Senza questa certezza, il futuro dei giovani sembra davvero essere appeso a un filo.
Tuttavia, nonostante i giovani di questo momento storico condividano tale idea della famiglia, continuano a cercare figure adulte credibili, coerenti e presenti. Arde dentro di loro il desiderio di avere accanto persone autentiche, capaci di accompagnarli senza giudizio, che insegnino loro come stare al mondo pur senza essere perfetti; persone che sappiano semplicemente ascoltare e che non abbiano difficoltà a dire di non avere una risposta, ma siano disposte a mettersi in gioco per cercarla insieme.
I ragazzi non vogliono soluzioni già confezionate, ma la possibilità di unire le menti in un ragionamento creativo che nasca nel momento presente. Niente di preconfezionato, ma qualcosa di nuovo che vedono prendere forma insieme all’altro.
In questo clima di condivisione si genera indirettamente l’idea che crescere non significhi prendere le distanze, ma generare il nuovo insieme all’altro, diverso da sé, dove la diversità è vissuta come una ricchezza che arricchisce chi vi partecipa e non come un vincolo che separa o allontana.
Accanto alle difficoltà, diversi giovani esprimono grande affetto verso i propri familiari e mostrano un legame di fondo ancora molto forte, anche quando non privo di tensioni. La famiglia resta il punto di riferimento affettivo più stabile, il luogo dal quale si desidera ricevere approvazione e fiducia. Sono proprio loro a riferire che ciò che potrebbe aiutarli ad affrontare più serenamente il presente e il futuro è il supporto affettivo, insieme alla fiducia degli adulti, all’interno di relazioni sincere.
Lo stile comunicativo della famiglia di oggi
Quando si pone ai ragazzi di oggi la domanda: «Come ti senti?», lo sguardo di stupore che invade il loro volto, espresso soprattutto dagli occhi sgranati e dalla bocca socchiusa, fa subito pensare a quanto sia insolito che qualcuno rivolga loro questa domanda, quasi si chiedessero se stia davvero accadendo.
Dopo un po’, talvolta solo dopo un secondo invito a rispondere, tendono a dire: «Normale!», quasi a evidenziare una difficoltà nell’ascoltare il proprio mondo interiore, nel dare voce alle proprie sensazioni, nel trovare parole capaci di descrivere il proprio stato d’animo. Tuttavia, quando la domanda riguarda un’emozione specifica, i ragazzi si aprono e sembrano avere risposte molto precise. Questo dato dimostra l’importanza di una guida nell’educazione emotiva, che inizia fin dai primi anni di vita e che trova nei genitori i suoi primi educatori.
Tale educazione è possibile solo se l’adulto è realmente attento ai propri figli, così da coglierne ogni reazione agli eventi della vita e accompagnare il bambino, che diventerà poi giovane, a riflettere su ciò che il proprio corpo sta esprimendo e su come possa comunicarlo.
Dalle risposte dei ragazzi emerge una grande difficoltà nel trovare qualcuno con cui aprirsi davvero, con cui poter togliere la pesante e sfaccettata maschera che sono costretti a indossare per sottrarsi al giudizio sociale, che rappresenta uno dei grandi mali della società di oggi. Quando, in famiglia, i giovani provano a condividere il proprio mondo interiore, sembrerebbe quasi che davanti a loro vi siano adulti disinteressati, non curiosi di conoscere ciò che vivono, ma pronti a considerarli vittime che esagerano nella narrazione dei fatti, trasformando un sassolino in un masso enorme.
Emerge una grande mancanza di ascolto all’interno di relazioni difficili e, talvolta, addirittura assenti. Sembrerebbe che la chiusura fisiologica propria dell’adolescenza, necessaria al processo di crescita della persona, venga sfruttata dal contesto familiare come occasione per allontanarsi dai ragazzi e dedicarsi maggiormente alle proprie problematiche.
Si viene così a creare una distanza tra il mondo dei giovani e quello degli adulti. I primi sembrano urlare, in modo silenzioso, il loro bisogno, ancora vivo, di essere visti, capiti e sostenuti da qualcuno che possa aiutarli a comprendere, con un linguaggio più semplice, la realtà che li travolge. I secondi, invece, sembrano così assorbiti dalla propria fase della vita da non accorgersi dei cambiamenti dei figli e, quando sono chiamati a intervenire, ricorrono all’attacco o all’evitamento come strategie difensive, perché non sanno come agire e manca loro una reale conoscenza dell’altro cui vorrebbero offrire consigli.
La relazione che genera fiducia
La relazione tra genitori e figli è una relazione di cura del tutto particolare, un microcosmo di amore che si manifesta nelle sue molteplici sfaccettature e nei suoi innumerevoli effetti. È lì che l’adulto esprime in modo privilegiato la propria natura relazionale ed è sempre lì che il ragazzo impara ad amare sé stesso e gli altri.
Se, all’interno di questa relazione primaria, il giovane si sente trascurato, non compreso, frainteso, giudicato, non visto e non accolto, come può sviluppare la convinzione che esista un posto pensato proprio per lui nel mondo? Come può credere di essere degno di qualcosa, che ci sia qualcuno disposto ad aspettarlo e a dedicargli il proprio tempo?
Emerge chiaramente una resistenza, da parte dei giovani, nel chiedere aiuto, proprio a causa di questa mancanza di accoglienza. E quella parte di ragazzi che trova il coraggio di cercare un sostegno fuori da sé non si rivolge alla famiglia. Dalle loro risposte traspare un vissuto di solitudine che li porta progressivamente a chiudersi, rinunciando alla ricerca di adulti significativi ai quali affidarsi, fino a sentirsi costretti a contare esclusivamente su sé stessi.
Quando il dialogo si interrompe
Come si è arrivati a far credere a questi giovani che non ci sia spazio per loro nella mente e nel cuore dei propri genitori? I genitori di oggi sembrano incastrati tra sensi di colpa, pretese perfezionistiche e tratti narcisistici; tutto ciò rischia di far perdere loro di vista il ruolo genitoriale di accoglienza, cura e guida.
Inoltre, la sofferenza del figlio viene spesso vissuta come una sofferenza personale, dalla quale occorre liberarsi il prima possibile, perché vedere il proprio figlio soffrire è doloroso e difficile da sopportare. In questo contesto si evita di porre domande, trasmettendo così al figlio un senso di disinteresse.
Quando, invece, è il ragazzo a chiedere aiuto, il bisogno dell’adulto di dimostrare le proprie capacità risolutive, nel tentativo di sentirsi competente e riconosciuto, lo porta a non ascoltare realmente il minore e ad assumere un atteggiamento interventista, nel desiderio di chiudere rapidamente il problema e ristabilire l’equilibrio emotivo.
L’analisi dei dati mostra che non manca soltanto l’esternalizzazione della richiesta di aiuto, ma anche la semplice condivisione della vita quotidiana. I genitori sembrano sapere poco della vita dei figli, delle loro amicizie, delle passioni, dei luoghi che frequentano. Il tempo dedicato alla narrazione reciproca appare limitato e, forse, confinato ai momenti dei pasti o agli spostamenti in automobile. l piacere di conoscere davvero l’altro nel suo vissuto personale sembra essere stato sostituito da un’agenda fitta di impegni e attività che riempiono solo apparentemente la distanza emotiva che si costruisce giorno dopo giorno.
I genitori non chiedono, i figli non raccontano, la distanza aumenta e, lentamente, ci si trasforma in estranei. Se si prova a chiedere, il figlio risponde; le aspettative genitoriali vengono deluse, emerge il giudizio e il dialogo si interrompe. Tutto questo alimenta nel giovane la convinzione che non abbia senso parlare, perché l’altro non lo capirà o, peggio ancora, non proverà nemmeno a farlo.
I giovani individuano nel dialogo e nel confronto la prima risposta al malessere e ai conflitti, ma sentono di non avere, nel momento del bisogno, interlocutori adeguati. Così, fallimento comunicativo dopo fallimento comunicativo, il silenzio diventa la strategia principale per alleviare il dolore che portano dentro. Un silenzio che, talvolta, rappresenta anche un modo per proteggersi dall’esperienza di non sentirsi compresi, evitando di riaprire una ferita troppo grande da sopportare e che potrebbe aggravare ulteriormente la situazione.
La solitudine come esperienza condivisa
Genitori e figli sembrano incastrati in una relazione di persone non viste, nella quale i primi sentono di non essere riconosciuti nel proprio ruolo e i secondi di non essere importanti per nessuno, di non avere accanto qualcuno realmente interessato a loro nella loro unicità.
Si delinea un profilo giovanile consapevole delle pressioni e delle sollecitazioni del contesto sociale, ma che sembra non avvertirne più il peso, come se fosse ormai normale vivere costantemente iperstimolati. Sembrerebbe una forma di adattamento evolutivo a una società caratterizzata da un continuo bombardamento di stimoli, nella quale, anziché aiutare a individuare le priorità e a educare alla qualità del tempo, si preferisce aggiungere continuamente nuovi impegni senza operare alcuna scelta.
Nella loro chiusura, priva di reali possibilità di esternalizzazione, i sentimenti di solitudine e di incomprensione diventano, talvolta, così intensi da generare un dolore insopportabile, tale da sfociare nel farsi del male. In questi casi estremi, la sofferenza fisica sembra rappresentare l’unico canale attraverso il quale alleviare quella emotiva, l’unica modalità espressiva capace di dare sfogo al malessere, al senso di abbandono e al sentimento di non appartenenza.
I giovani sono giunti a credere che la solitudine sia una condizione collettiva normale, che tutti vivono e alla quale occorra abituarsi, piuttosto che un sintomo di disagio sul quale interrogarsi per comprenderne le radici.
Come riportare la famiglia alla sua essenza più vera?
L’essere umano è un essere relazionale: viene al mondo predisposto a entrare in relazione con gli altri e, pertanto, il suo benessere dipende in larga misura dalla qualità dei legami che costruisce. Negli adolescenti tali relazioni si sviluppano prevalentemente all’interno della famiglia e nei contesti di confronto con i pari.
La felicità nasce dal sentirsi apprezzati e dal vivere in un clima sereno. Il non sentirsi compresi dagli adulti, il percepirsi giudicati o inadeguati e il sentirsi soli sembrano essere gli elementi che maggiormente alimentano il disagio. I giovani sono vita nuova che attende di esprimersi pienamente. È quindi doveroso offrire loro lo spazio e gli strumenti necessari affinché la scintilla del loro io possa divampare e illuminare il mondo.
In questo processo di espressione del sé, la famiglia svolge un ruolo fondamentale fin dalle prime ore di vita e continua ad averlo in tutte le fasi della crescita, seppure con modalità differenti. Il ruolo di genitore implica una grande responsabilità, poiché rappresenta una figura significativa e un modello di riferimento nella vita dei più giovani. Essere famiglia significa oscillare continuamente tra una presenza costante, un’attenzione autentica, un amore puro e incondizionato — fatto di gesti concreti — e la capacità di restituire autonomia, responsabilità e possibilità di autodeterminazione.
Non è un compito facile e nessun manuale spiega come svolgerlo. Tuttavia, i giovani non chiedono famiglie perfette: desiderano adulti veri, capaci di ascoltare, di chiedere scusa e di restare accanto anche quando non sanno che cosa dire. Chiedono adulti liberi dal giudizio, che insegnino a vivere orientando la propria esistenza verso quella felicità autentica che è diversa per ciascuno e che va costruita giorno dopo giorno, con uno sguardo sempre nuovo sul mondo. In loro permane il bisogno di un amore autentico, fatto di accettazione e di guida, insieme al desiderio di costruire legami veri e liberi, non condizionati dal giudizio.
Tornare all’essenziale della relazione
Bettelheim ci insegna quanto sia importante che i genitori si rendano conto che le proprie ragioni e il proprio comportamento possono apparire agli occhi del figlio almeno altrettanto assurdi di quanto appaiano ai loro occhi le ragioni e il comportamento del figlio stesso. Quanto più i fini di due persone divergono, tanto meno ciascuna è disposta, o capace, di dare credito alle opinioni e alle ragioni dell’altra. Questo vale anche per il rapporto tra genitori e figli.
È proprio qui che si colloca il compito della famiglia: in questo spazio di divergenza, dove è possibile insegnare al giovane che pensieri, emozioni e punti di vista differenti possono convivere. Occorre tornare a osservare il mondo all’altezza degli occhi del ragazzo, perché solo così sarà possibile comprendere come egli percepisce la realtà e quale peso possa avere per lui ciò che vive. L’amore deve essere illuminato dalla riflessione. Per questo è necessario interrogarsi continuamente sul senso di ciò che si fa, domandandosi se lo si compia per il proprio bene o per il bene dell’altro.
La famiglia deve accompagnare il giovane a scoprire chi desidera essere e a diventare una persona capace di sentirsi contenta della propria vita. Tutto questo è possibile solo se, all’interno della famiglia, si riscopre il vero significato del volersi bene e si torna, per così dire, a gareggiare per la felicità dell’altro.
Occorre fermarsi, anche solo per qualche istante durante le giornate, guardarsi reciprocamente e ascoltarsi con gli occhi, con le orecchie, con il cuore e con la mente. Tornare all’essenziale della relazione permetterà a tutti i membri della famiglia di sentirsi visti, accolti e, quindi, al sicuro. È questo il fondamento di ciò a cui ogni famiglia aspira, in fondo: vedere i propri figli sereni.
