PASSI E PERCORSI
Disabilità e inclusione: gli strumenti del collocamento mirato
L’inserimento professionale delle persone con disabilità è un obbligo per i datori di lavoro pubblici e privati ma sono 145.000 i posti scoperti. Il nuovo strumento della convenzione con le cooperative sociali di tipo B permette di superare paure e ostacoli burocratici
di Stefania Mistichelli
Il lavoro, fuor di retorica, è un diritto di ogni persona umana, come anche un’opportunità che tutti hanno di dare il proprio contributo alla società e alle proprie comunità. Già nel mondo della scuola si sperimentano i primi passi nel mondo del lavoro e, una volta pronti, ci si confronta con i primi incarichi, i primi stipendi, le prime tappe fondamentali per entrare nell’età adulta.
Questo percorso diventa irto di ostacoli e spesso apparentemente impraticabile quando riguarda persone con disabilità, a maggior ragione se si tratta di disabilità gravi o gravissime.
Eppure il “collocamento mirato”, così viene definito, è tutelato in Italia dall’articolo 38 della Costituzione e disciplinato dalla legge n. 68 del 1999.
«Questa legge – spiega Maria Teresa Ciccanti, responsabile del Centro per l’impiego di Ascoli Piceno – ha come finalità la promozione dell’inserimento e dell’integrazione lavorativa delle persone con disabilità nel mondo del lavoro, attraverso una serie di strumenti tecnici e di supporto che permettono di valutarne adeguatamente le capacità lavorative e di inserirle nel posto adatto anche con azioni di sostegno. Per il raggiungimento di queste finalità, la legge prevede, tra le altre misure, l’obbligo per i datori di lavoro pubblici e privati di avere alle loro dipendenze persone con disabilità iscritte negli appositi elenchi, la cosiddetta quota di riserva».
Se nel nostro territorio i settori privato e pubblici risultano sostanzialmente in regola, sono tante le aziende che a livello nazionale scelgono di pagare le multe previste piuttosto che adeguarsi, tanto che si stima che siano 145.000 i posti di lavoro scoperti. Tra i motivi addotti figurano la troppa burocrazia, il timore di non saper gestire l’inserimento lavorativo o ancora la convinzione che pagare la multa sia meno costoso che sostenere il costo di una persona disabile.
Paure che alla luce dei fatti e delle tante esperienze positive che esistono, anche nel Piceno, non corrispondono alla realtà. Infatti, se da un lato il Centro per l’impiego svolge un importante lavoro di incontro tra domanda e offerta, dall’altro lato la legge prevede anche altri strumenti mirati. «Per favorire l’inserimento lavorativo delle persone con una disabilità più grave – spiega ancora Maria Teresa Ciccanti – è possibile la stipula delle convenzioni ai sensi dell’articolo 14 del decreto legislativo 276 del 2003. Si tratta di uno strumento abbastanza nuovo basato sull’affidamento, da parte dell’azienda, di una commessa di lavoro ad una cooperativa sociale di tipo B, che si occuperà di gestire dalla selezione all’assunzione delle persone con disabilità che presentano particolari difficoltà di integrazione nel mondo del lavoro. Il costo di questi lavoratori che vengono assunti viene coperto dall’azienda committente che a sua volta potrà computare nella propria quota d’obbligo il lavoratore con disabilità assunto con la cooperativa per tutta la durata della commessa».
Una buona pratica che rientra in questa categoria è quella rappresentata dalla cooperativa Tipori Verso, di Ascoli. Referente dell’associazione è Cristina Stipa, da sempre nel mondo della disabilità anche perché mamma di un ragazzo con problemi, che adesso non c’è più. «Trovarsi a fronteggiare in casa queste situazioni – spiega – non solo ti rende più sensibile, ma ti spinge anche ad essere creativa nel trovare soluzioni per far sì che tuo figlio, e in generale le persone disabili, trovino la loro dimensione anche al di fuori della famiglia». Con sede al Villaggio del Fanciullo, sulla Salaria inferiore, la cooperativa opera sul territorio dagli anni Ottanta, quando l’attività principale consisteva nella legatoria. «Abbiamo iniziato intorno al 1984 con un corso di formazione di 1500 ore, pagato dalla Regione. Allora eravamo un po’ dei pionieri, perché non esistevano molte realtà come la nostra nel centro Italia. Ricordo che facemmo un’indagine di mercato, capendo che allora la legatoria era molto richiesta. Oggi ovviamente non è più così per cui ci dedichiamo all’oggettistica, all’assemblaggio e all’incollaggio. Per esempio, assembliamo libri per le tipografie e lavoriamo per aziende come la Sabelli e la Etigroup».
Da diversi anni, infatti, è in vigore una convenzione attraverso la quale la cooperativa si occupa di supportare l’azienda di Sant’Omero nella produzione di cartellini. «Con la Etigroup è una convenzione di lunga data – racconta Stipa – ed è un bel modo per favorire l’inserimento di queste persone nel mondo del lavoro, mentre l’azienda adempie ai suoi obblighi di legge. Infatti, in cooperativa c’è un intero staff che sta tutto il tempo con i ragazzi e le ragazze, in grado di intercettare momenti di particolare stress e magari di intervenire cambiando la mansione e che, importantissimo, si occupa del trasporto. Mi rendo conto che per un’azienda sarebbe difficile gestire queste attività».
Tra le persone assunte che si occupano di assemblare, bucare e rivettare le etichette per Etigroup e di annodare i fili destinati alle scamorze Sabelli, ci sono cinquantenni arrivati in cooperativa vent’anni fa, ma anche giovani, poco più che ventenni, che qui hanno trovato una propria dimensione. «Ricordo una ragazza che, quando è arrivata qui la prima volta, non sapeva neanche allacciarsi le scarpe – racconta Cristina Stipa – e un altro la cui famiglia era disperata: frequentava un centro, ma aveva continui problemi di stomaco, era inquieto e sempre agitato. Arrivato qui, è cambiato totalmente: non manca un giorno, fa le sue ventuno ore settimanali, tutte le mattine alle otto si presenta al lavoro ed è felicissimo. Racconto questo non per dire quanto siamo bravi, ma perché è quello che succede quando si dà a queste persone la possibilità di misurarsi con le proprie capacità, quando li guardiamo non per le loro disabilità, ma per quello che possono dare».
Dietro ad ognuna di queste persone, infatti, ci sono famiglie e genitori, spesso diventati anziani, preoccupati di cosa potrà accadere ai loro figli quando non ci saranno più. «I genitori sono i nostri maggiori sostenitori – conclude Stipa – perché vedono con i loro occhi come migliora la qualità della vita dei propri figli e quanto con le loro capacità residue riescano a fare, anche grazie all’autostima che aumenta; migliorano perché si sentono in grado di fare cose nuove».
