CAPIRE CHE COSA SUCCEDE
Dio nella ricerca dei giovani
Emerge tra gli adolescenti una ricerca spirituale personale e relazionale, nella quale Dio resta presente, anche quando appartenenza e pratica religiosa diventano marginali. Al cuore di questa ricerca sta una fondamentale fiducia nella vita, messa duramente alla prova dal dolore, dalla solitudine e dalla paura del futuro, ma capace anche di riemergere come desiderio e speranza
di Gianpiero Palmieri
Vescovo delle diocesi di Ascoli Piceno e San Benedetto-Ripatransone-Montalto
C’è ancora posto per Dio nell’orizzonte degli adolescenti? Alla luce della nostra indagine direi di sì. Ma questa risposta ha bisogno di essere ben articolata, perché siamo chiamati ad accogliere tutte le novità che essa porta con sé. Direi che i ragazzi oggi ci stanno mostrando la verità dell’affermazione di Tomas Halik secondo cui oggi sta avvenendo il passaggio dalla religione alla spiritualità.
Dio non è scomparso
Ciò che emerge dalle pagine scritte dai nostri ragazzi è molto diverso da ciò che era il mondo religioso degli adolescenti di venti o trenta anni fa: esiste una nuova ricerca spirituale, profonda e autentica, che ruota intorno alla domanda di senso e di relazioni vere e che apre ad una dimensione “altra” e “trascendente”, senza per questo comportare la chiara messa a fuoco del “volto” di Dio.
Possiamo dire però che questo “volto”, per quanto per lo più non tematizzato, non scompare mai dalla vista dei ragazzi. Più di metà crede che Egli ci sia, e di questi circa il 40% si è sentito aiutato da Lui nei momenti di difficoltà e di tristezza. Degli altri, il 21% non crede in Dio e il 26% risponde “non lo so”, soprattutto tra le ragazze: segno di una ricerca non conclusa, di una possibilità non archiviata.
Ma è soprattutto dalle risposte alla domanda aperta del questionario che emerge come il tema “bruci” nel cuore dei ragazzi: perché, pur rimanendo sullo sfondo, Dio è percepito, in maniera indiretta e talvolta “oscura”, come il fondamento della felicità desiderata e possibile.
È evidente che “la religione”, intesa nel senso di pratica religiosa, con i suoi riti e le sue manifestazioni pubbliche, non interessa il mondo dei ragazzi. Pochi di loro fanno riferimento all’appartenenza ecclesiale (tra cui una ragazza ex musulmana che ha chiesto il battesimo), per altri si intuisce il retroterra familiare e comunitario credente, ma di fatto quasi nessuno racconta di aver vissuto esperienze liturgiche o catechetiche che abbiano illuminato la sua ricerca di felicità, l’elaborazione del dolore o della tristezza. La “nuova spiritualità” si rivela invece nella ricchezza e nella fatica dei mondi interiori, una spiritualità personale e soggettiva ma fortemente ancorata alle dinamiche delle relazioni con gli altri, continuamente alla ricerca di una connessione con qualcosa di più profondo, o forse di un Qualcuno che ci sia, che ascolti, che accolga e riconosca la preziosità di quello che i ragazzi stanno confidando.
Un Dio a cui affidare il proprio dolore
Se Gesù sembra per lo più sparito dalla percezione degli adolescenti, forse troppo legato alle esperienze della fanciullezza, non lo è affatto il Padre: Egli ha un posto nel loro mondo interiore e personale, come Colui che può aiutare a ritrovare fiducia nella vita, nonostante tutto, anche in mezzo a profonde sofferenze e alla solitudine. I ragazzi che parlano di Lui rivelano di avergli chiesto aiuto nei momenti più bui e qualche volta raccontano di essere rimasti inascoltati, altre volte lo ringraziano per essere riusciti ad attraversare una fase difficile: «Un’altra cosa di cui ho sofferto molto è il fatto che i miei litigano molto, non ho tanto da dire su questo argomento, semplicemente mi faceva stare male e passavo le notti a piangere, proprio per questo motivo io non sto bene a casa mia, ma non perché non voglia bene ai miei genitori ma perché non ce la faccio a stare qua. Io ci ho provato davvero con tutta me stessa a fermare le urla e le litigate, ho anche pregato ma Dio non mi ha mai ascoltato e non perché non voglia farlo, ma perché ho capito che per quanto sia forte il potere delle preghiere io non posso fare niente per i miei, perché io non sono loro, non è la mia vita, è la loro»; «Questa persona mi ha ingannato dall’inizio alla fine, illudendomi non so per quale motivo… Ora sono qui e volevo dire che sono riuscito ad attraversare tutto questo grazie a Dio e senza di lui non ce l’avrei mai fatta».
Questi due brani raccontano di momenti intimi di preghiera in cui ci si è rivolti a Dio. È facilmente comprensibile che, almeno in chi crede e in chi lo cerca, Dio sia percepito come Colui che rende possibile un’esperienza di vita diversa, un Padre verso il quale si hanno tante attese. Nelle pagine scritte dai ragazzi, così sorprendentemente dolorose e profonde, è contenuto un grido rivolto non si sa bene a chi perché denunciano l’assenza quasi totale di persone di riferimento: «tanto da dire, ma nessuno a cui dire», scrive un ragazzo. In queste parole è contenuto un desiderio di salvezza che buca le nubi e arriva fino a Dio.
È un grido maturo: non ci si aspetta da Dio una rapida soluzione dei problemi, si chiede ascolto, vicinanza e incoraggiamento ad affrontare il futuro. In realtà i ragazzi intuiscono “in cosa” consisterà questa salvezza, anche quella donata da Dio: in relazioni finalmente autentiche e per le quali da “trasparenti” diventano “riconosciuti”; nel superamento di quei blocchi dolorosi che fanno mancare il respiro alla vita o feriscono la loro dignità personale; in un futuro in cui si diradano le nubi dell’incertezza per fare spazio a ciò che i ragazzi sognano e desiderano per sé e per gli altri.
Se Dio c’è, non può che essere un grande alleato della loro vita: come tale è percepito dai ragazzi nell’intimo del cuore.
Credere nella vita
Vorrei però sottolineare quello che è l’elemento più rilevante e preoccupante, un vero “pugno allo stomaco” per il mondo adulto e per gli educatori. L’indagine racconta e denuncia che la fiducia di fondo nella vita non appartiene a tutti i ragazzi: è qui che si individua forse la demarcazione più netta anche a livello della loro ricerca spirituale. È sconcertante: sono tante le narrazioni che rivelano che è venuta meno quella fede di fondo nella bontà dell’esistenza – e indirettamente in Dio che la rende possibile – senza la quale si apre l’abisso. Alcuni adolescenti sembrano caduti dentro questo abisso o per lo meno stanno faticosamente cercando di rimanere sul bordo, spesso raccontando di comportamenti autolesionistici e di essere tentati dal suicidio; affermano di non poter contare sull’aiuto della relazione con gli amici e di provare una sfiducia profonda nei confronti degli adulti da cui non ci si aspetta niente perché spesso non ci si sente neppure guardati.
«Io ho provato molto spesso di sentirmi male per la scuola o amici e ho provato più volte a suicidarmi ma non ho mai trovato la forza di farlo e questo mi fa sentire un fallimento. Sono sicura che la mia vita sarebbe molto più bella e leggera se non fossi viva… Il mio unico sogno è morire perché questa vita non fa proprio per me. Quante volte avrò pregato Dio affinché trovassi la forza di uccidermi e fermare tutto questo… Dico spesso che voglio andare in guerra perché potrei avere un’arma e mettere fine alla mia vita quando voglio e poi posso anche salvare qualcuno che vuole vivere e si ricorderà di me… È la prima volta che dico tutto questo e posso continuare per ore e giuro che sto piangendo scrivendo questo ma ormai so che la mia vita è fatta di sofferenze e continui istinti suicidi».
Sono tanti i racconti che si muovono in questa oscillazione tra voler smettere di pensare e di soffrire fino ad augurarsi la morte e dall’altra parte il desiderio di esistere per qualcuno!
In questi contesti emerge forte il tema dell’assenza del futuro, che non è più la terra promettente di tante possibilità desiderabili, ma un “luogo” dove si fa fatica ad entrare perché privo di prospettive. Da vescovo delle due diocesi del Piceno ho potuto verificare, incontrando gli adolescenti cresimandi, che molti di loro non hanno nessun desiderio di diventare adulti. Alcuni lo affermano senza mezzi termini: la vita degli adulti non ci piace, sentiamo spesso i nostri genitori e i nostri insegnanti lamentarsi del lavoro, delle responsabilità, dello stress, e dire che la stagione più bella della loro vita, la giovinezza, è irrimediabilmente passata.
Non possiamo non rimanere colpiti da queste riflessioni, soprattutto quando denunciano un clima diffuso al di là delle situazioni personali. Ci interroghiamo a questo punto su come sia possibile aiutarli a venirne fuori. Scorrendo le risposte alla domanda aperta del questionario, scopriamo che in altre confidenze personali la passione per la vita, la speranza di andare al di là del dolore, la determinazione a prendere in mano l’esistenza e darle una direzione, nascano da una sorta di “spinta” del cuore, che emerge talvolta in maniera improvvisa e inaspettata in un contesto che non sembrava prepararla. Questo farsi avanti di una luce nel tunnel indica che non ci si rassegna né ci si abbandona al fallimento e alla sconfitta. È in questi contesti che Dio può ancora essere detto, raccontato, indicato come Colui che ha aiutato nei momenti difficili e di tristezza a far emergere ancora una fede e una fiducia nella vita, a rischiarare l’incertezza e ad individuare una linea da percorrere nel futuro.
«Adesso va un po’ meglio, ma ci sono tantissime cose che ho sofferto che una ragazzina di 15 anni non meriterebbe… Pensieri intrusivi e rimproveri che mi assaltano ogni giorno ed è a mano a mano diventato qualcosa che non potevo controllare. Ho perso il controllo della mia vita in quel momento. Ne sono uscita solo poco tempo fa quando ne ho parlato con una persona che aveva passato la stessa cosa che avevo passato io. Mi odiavo e non stavo bene con me stessa ma solo recentemente ho capito quanto bella la vita può essere, anche con tutte queste sofferenze ho iniziato ad apprezzarlo. Ho capito che mi fa bene aiutare le persone ed è proprio quello che vedo nel mio futuro».
La fede elementare nella vita
Ci arrischiamo ad una lettura teologica più profonda, prendendo in prestito da Christoph Theobald alcune categorie interpretative (cfr. Christoph Theobald, “Urgenze pastorali. Per una pedagogia della riforma”, 2017, pp. 118-136). La presenza dello Spirito nel cuore dell’uomo sostiene non solo la fede esplicita, di chi aderisce al Vangelo e partecipa alla vita della Chiesa, ma anche quella fede nella vita, “elementare” e universale, senza la quale non è possibile vivere. È il “coraggio di vivere” di cui parla Paul Tillich credendo nella promessa nascosta nell’esistenza; è il desiderio di vivere accompagnato dalla fiducia non dimostrabile che l’esistenza si rivelerà bella, sarà promettente, al di là delle apparenze. In fondo in molti genitori che chiedono il battesimo per i propri figli c’è la consapevolezza che questa fiducia non può essere garantita da loro, non può essere “assicurata” ai figli che mettono al mondo, ma che anch’essa è un atto di fede, perché solo Dio può assicurare la bontà della vita umana persino di fronte all’enigma della morte. La fiducia nella vita è inspiegabile e indimostrabile, solo la fede sostenuta dallo Spirito può fondarla e giustificarla; ma senza di essa non si vive, non si va avanti, non si scommette sul futuro, non si diventa adulti e non si generano figli.
Un Dio alleato della vita
È un segnale preoccupante, anche se perfettamente in linea con altri indicatori culturali, che questa fiducia possa spegnersi anche nel cuore dei ragazzi, anche se grazie a Dio mai del tutto. Chiunque svolga un ministero pastorale della Chiesa deve essere consapevole che prima ancora di comunicare conoscenze e pratiche religiose, è chiamato dal suo compito educativo a far riemergere in loro qualcosa di molto profondo, una spiritualità che restituisca una visione positiva della vita e del futuro. Da questo punto di vista il coinvolgimento nella relazione, l’ascolto dei loro vissuti, l’accompagnamento nell’interpretazione di “ciò che capita”, vengono prima di ogni altra attenzione. Una comunità che accoglie, empatizza con i ragazzi, permette di raccontarsi mettendoli in contatto con uno sguardo nuovo e bello sulla realtà, è di fondamentale importanza per la loro crescita. È il Vangelo in atto: prima ancora di essere presentato e spiegato, è concretamente sperimentato nel “qui e ora” di questo gruppo e di questa comunità con le sue relazioni. Solo così diventa credibile. Il patrimonio di fede e di tradizione della Chiesa è al servizio di questo cambiamento di sguardo e di questa nuova spiritualità di cui i ragazzi hanno una sete profondissima.
Si può contare sul fatto che, a meno che non subentrino dolorosi fattori destabilizzanti, i ragazzi sono prevalentemente fiduciosi nella vita, nella loro e in quella dei loro amici, e di conseguenza sono disponibili a credere nel Dio della vita, nel Padre che si fa loro vicino e li accompagna. Anzi, in realtà solo a questo Dio, personale ed amico, sono di fatto interessati, come è possibile verificare nelle esperienze di pastorale giovanile delle nostre comunità!
Voglio in sostanza dire che, grazie a Dio e a questa generazione di ragazzi, è scomparsa “l’idolatria”, l’immagine magica di un dio che si può manipolare con i riti e da cui si possono avere grazie e favori offrendo a lui qualche “sacrificio propiziatorio”. Questa idolatria è finita: se Dio c’è, ha a che fare con la mia vita e non può che sostenere la spinta positiva che mi porta ad essere autentico, a cercare di amare e di essere amato, a realizzarmi attraverso l’esercizio di ciò che so fare bene e che contribuisce alla vita del mondo. Se Dio c’è, conosce il mio dolore come nessuno, mi aiuta a riscoprire la mia dignità di libero figlio di Dio, mi rialza in piedi trasformando le mie esperienze di sofferenza da “baratri” in “ferite pasquali”, mi accompagna nella scoperta graduale e straordinaria delle possibilità della vita, senza illusioni o ideologizzazioni, mi coinvolge nel suo appassionato progetto sul mondo, “il regno di Dio”.
A noi comunità cristiana è affidato il compito di non deludere i ragazzi che chiedono di avere a che fare con questo “volto di Dio” … che è, finalmente, quello vero!
