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Dieci anni per rinascere: Antonino dopo le sbarre
Dopo una vita trascorsa tra ingressi e uscite dal carcere, Antonino racconta il suo percorso di trasformazione iniziato in cella, grazie al teatro, allo studio e a incontri decisivi. Oggi, in semilibertà, vive una vita serena, sostenuto da una rete di affetti che lo ha aiutato a ricominciare.
a cura di Stefania Mistichelli
“Sono entrato per la prima volta in carcere che non avevo ancora compiuto vent’anni e per una vita sono uscito ed entrato dal carcere, fino all’ultima detenzione, nella casa circondariale di Marino del Tronto, qui ad Ascoli, lunga dieci anni”.
A raccontarci al sua storia è Antonino, che oggi è in semilibertà e ha ripreso in mano la sua vita. Cruciali per la sua vita sono stati alcuni passaggi importanti, come il corso di teatro svolto in carcere, e l’incontro con alcune persone che infine si sono rivelate figure chiave per la sua esistenza.
Antonino, in che senso il tuo percorso di rinascita è partito dal teatro?
Io ho fatto sempre le attività che istituisce il carcere, ma le facevo solo per uscire dalla cella, per perdere il tempo. Ad un certo punto, un mio compagno detenuto mi ha proposto di fare il corso di teatro perché mi diceva che secondo lui sarei potuto essere un bravo attore. Io inizialmente non ci credevo, anche perché recitare non mi è mai piaciuto. Infatti, contrariamente a quello che potrebbe sembrare, io sono molto timido. E infatti il teatro mi ha aiutato ad aprirmi, perché avere a che fare con un pubblico, cioè recitare al cospetto di un pubblico, non è facile, è questa esperienza mi ha aiutato molto anche in questo. Con un atteggiamento all’inizio un po’ disilluso, ho intrapreso questa attività teatrale. Pensa che facevamo delle rappresentazioni classiche, le tragedie greche… per esempio io sono stato protagonista nella Fedra di Jean Racine. Come insegnante avevamo una bravissima persona, Claudio, una persona meravigliosa che mi piacerebbe davvero rincontrare. Infatti, senza azioni plateali, ma solo attraverso l’attività teatrale, mi ha dato tanto.
Raccontaci qualche episodio importante che hai vissuto durante il corso di teatro e che ti ha aiutato a cambiare.
Di quel periodo mi ricordo che, quando dove interpretare un personaggio, lo studiavo, leggevo la storia, entravo in quella vita che dovevo interpretare. Quello studio lì mi ha aperto un mondo.
Io mi ricordo quando si parlava delle amazzoni, ma chi sono queste? Allora sono andato a scoprire, ho trovato il fascino di andare a imparare quello che non sapevo, mi si è davvero aperto un mondo. Io dico sempre che il teatro mi ha destabilizzato, ma in positivo.
Nella casa circondariale hai avuto anche rapporti con vari volontari, per te cosa hanno rappresentato?
In questi dieci anni ho conosciuto persone che mi hanno dato tanto, non per ultimo Corrado (volontario Caritas, ndr), che oggi, fuori, me lo sono trovato come un fratello. Infatti lo chiamo fratellone, perché mi ha sempre dato quel tipo di attenzioni che si potrebbero dare ad un fratello; anche quando ho avuto dei problemi di salute, era lui che mi accompagnava all’ospedale. Mi ricordo che, quando ho affittato la casa, in previsione che potesse tornare mia moglie, lui mi ha addirittura portato le lenzuola, non me lo dimenticherò mai.
Anche se può sembrare strano, in carcere molto spesso si creano rapporti con i volontari e con le volontarie, oltre che con i detenuti, molto stretti. Una volta fuori, ci si frequenta, si diventa veramente amici.
In carcere hai detto che hai scoperto la lettura; hai avuto anche la possibilità di studiare?
Sì, ho studiato da solo e dato gli esami come privatista. Mi sono diplomato in ragioneria, ho fatto cinque anni, ogni anno davo gli esami, veniva la commissione all’interno del carcere. E anche quello è stato un mondo che mi si è aperto davanti, cioè io ho aperto una scatola che tenevo sempre chiusa.
Infatti, anche se da piccolo mi sarebbe piaciuto studiare, non ho potuto. Eravamo sette figli maschi, per la mia famiglia eravamo forza lavoro, naturalmente. E quindi da piccolo mi sarebbe piaciuto, ma non ho potuto, anche se sono riuscito ad ottenere la licenza media, studiando e lavorando. Il doposcuola era lavoro per me: uscivo da scuola e andavo a lavorare, giustamente, per aiutare a sostenere la famiglia.
Adesso hai un lavoro, condividi l’appartamento con tua moglie; com’è la tua vita oggi?
Adesso la mia vita è serena. Lavoro, faccio un mestiere che mi piace, perché comunque lavoro in un laboratorio di cucina. Quando torno a casa c’è mia moglie che mi aspetta. Lei si occupa della casa, come ha sempre fatto. Posso dire di avere una vita serena.
È stato difficile ambientarti in un ambiente del tutto nuovo, lontano da casa, o è stato meglio per te allontanarti?
Ci tengo a dire che anche se io fossi tornato a Palermo, oggi come oggi, non sarei tornato a delinquere, anche per uscire dai luoghi comuni che dicono che le cattive amicizie… No, nel mio caso non è mai stata una questione di cattive amicizie, ma una scelta. Io ero cosciente, nella mia testa ero nel giusto. Un libro mi ha fatto cambiare idea: “Delitto e Castigo” di Dostoevskij. Tutto il discorso sulla pena che fa il protagonista mi ha fatto riflettere, ribaltando le mie convinzioni precedenti. Tornando alla tua domanda, io qui mi trovo benissimo. All’inizio temevo potesse essere più difficile per mia moglie, ma invece sta bene. Abbiamo avuto la fortuna di aver trovato un buon vicinato. Poi Ascoli ti dà buoni servizi. Però certo non dimenticherò mai quello che hanno fatto per me Corrado e gli altri amici che ti dicevo, tra cui un ex detenuto.
Antonino, tu ti sei mai sentito trattare da “ex detenuto”, hai mai sentito questo peso?
Devo dire di no, sono stato fortunato. Ho dei buoni vicini, che hanno ben accolto me e mia moglie, la cercano e la chiamano. Certo, giustamente ho i controlli della polizia, ma nessuno ha mai detto nulla in proposito. Anche chi mi ha dato in affitto la casa conosce la mia situazione, ma non mi ha fatto mai alcun problema, anzi si è creato un rapporto che va al di là del locatore e dell’affittuario.
Quando sei entrato nei termini per poter trovare lavoro, com’è andata?
Per questo devo ringraziare una persona all’interno del carcere, un’infermiera, che mi ha aperto le porte del carcere: se non ci fosse stata lei probabilmente sarei ancora dentro. Infatti tutto il procedimento è stato molto difficoltoso, complicato da varie situazioni. Lei si è impegnata, ha parlato con l’avvocato, ha chiamato anche il datore di lavoro e mi ha dato questa possibilità. Veramente non finirei mai di ringraziarla per quanto ha fatto.
Anche per il mio secondo impiego devo ringraziare un amico incontrato una volta fuori. Infatti il primo contratto non mi è stato rinnovato per mia richiesta, perché ad un certo punto mi sentivo un parassita. Pur rimanendo in ottimi rapporti con il datore di lavoro, da un certo punto in poi mi sembrava che stessi rubando uno stipendio, quindi non me la sentivo. Ho preferito non farmi rinnovare il contratto e fare altri tre mesi di carcere. Poi, siccome tutto nella vita torna, un altro incontro importante ha fatto sì che potessi trovare un altro posto di lavoro, quello che sto ricoprendo adesso.
La tua vita è costellata di incontri importanti…
Sì, è vero. Anche se è importante capire che il fatto di non delinquere è una scelta intima, che ho maturato ad un certo punto della mia vita. Prima, quando uscivo dal carcere, incontravo ex detenuti e con loro tornavo a delinquere. Oggi questi incontri hanno significati ed esiti diversi, perché sono cambiato io, mi sono inquadrato.
In carcere sei stato anche caporedattore dell’Eco del Marino (allora inserto de La Vita Picena, ndr) e con altri hai scritto un libro…
Sì. Nel libro ognuno ha raccontato la sua storia, mentre l’esperienza del giornale è stata bella importante, anche se poi purtroppo si è interrotta. Facevo il caporedattore, veniva una giornalista in carcere per coordinare tutto il lavoro, chi partecipava scriveva articoli di diverso tipo sulla situazione in carcere eccetera. La redazione ha continuato a lavorare anche durante il Covid, cosa molto importante perché in quel periodo la vita in carcere era particolarmente difficile.
