Dall’aula alla strada: la vita sospesa di un giovane rider

Dall’aula alla strada: la vita sospesa di un giovane rider

Krystel Njanang racconta la realtà del food delivery ad Ascoli Piceno tra aspirazioni universitarie, la fatica quotidiana delle consegne e l’impegno sociale per favorire l’integrazione dei giovani migranti

A cura di Serena Tabani e Yuri Valori


Arrivare in Italia dal Camerun con il sogno dell’architettura e ritrovarsi a fare i conti con la complessa realtà del mercato del lavoro locale. Quella di Krystel Njanang è una storia di determinazione, ma anche uno specchio fedele delle difficoltà vissute da molti studenti e giovani lavoratori stranieri. Tra lavoretti di fortuna, borse di studio e i chilometri percorsi in bicicletta per consegnare cibo a domicilio, Krystel descrive dall’interno cosa significhi oggi flessibilità, tra opportunità di sussistenza e tutele mancate.

Partiamo dal tuo arrivo in Italia. Sei giunto ad Ascoli Piceno nel 2019 grazie a un partenariato universitario. Come si sono legati i tuoi studi con le prime esperienze lavorative?
“Sono arrivato circa sette anni fa grazie alla collaborazione tra l’istituto Iuc di Douala, in Camerun, e l’Università di Camerino per studiare architettura. Oltre allo studio fin da subito ho cercato di darmi da fare. Mi sono appassionato alla cucina e ho fatto un’esperienza di formazione in un pub nel centro di Ascoli. Poi ho avuto l’opportunità di svolgere un anno di servizio civile alla Caritas. Successivamente ho avviato una piccola attività autonoma e part-time per la pulizia dei vetri per esercizi privati e ristoranti. Si tratta di attività che ho sempre affiancato allo studio per cercare di rendermi indipendente, ma per un giovane che arriva dall’estero trovare una stabilità non è mai semplice”.

Negli ultimi tempi hai iniziato a lavorare come rider, un mestiere spesso al centro del dibattito pubblico per la qualità e la dignità del lavoro. Com’è la tua esperienza sul campo?
“Ho iniziato in un periodo difficile, in pieno inverno, una stagione a cui non ero abituato. In una realtà come Ascoli ci sono sia vantaggi che svantaggi. Essendo una città piccola, le distanze sono brevi e molti ristoranti sono in centro, quindi è facile orientarsi. Tuttavia, la qualità del lavoro risente moltissimo della domanda instabile: rispetto alle grandi metropoli come Milano o Roma, il numero di ordini qui è molto più basso. Ci sono lunghi tempi di attesa tra una consegna e l’altra, e questo rende difficile raggiungere un numero alto di prestazioni settimanali. È un lavoro basato sul movimento continuo: fa bene alla salute fisica, ma si torna a casa esausti”.

Dal punto di vista economico, questo impiego garantisce una reale autonomia o rappresenta soltanto una forma di precariato?
“Per conto mio, non può essere un lavoro unico. Può funzionare solo se affiancato ad altro. Con le consegne qui si riescono a guadagnare si e no 500 euro al mese. Per uno studente che beneficia anche di una borsa di studio può bastare per coprire le spese alimentari e i costi minimi. Ma se una persona ha una famiglia da mantenere, questo sistema non offre alcuna sicurezza. Non si raggiunge nemmeno il minimo necessario per vivere dignitosamente. Molti dei miei colleghi sono giovani e si trovano nella mia stessa situazione: mettiamo insieme i piccoli guadagni del delivery con la borsa di studio o con altri lavori in cucina per riuscire a quadrare il cerchio”.

Oltre allo studio e al lavoro, hai scelto di impegnarti attivamente nel sociale con l’associazione “Diritti, meriti e doveri”. Di cosa vi occupate nello specifico?
“L’associazione è stata fondata a Milano per dare un’opportunità ai ragazzi che vengono dal Camerun e da altri Paesi africani. Un mio amico ne è diventato il presidente per la sede di Ascoli Piceno, e io ricopro la carica di vicepresidente. Il nostro obiettivo principale è fare da bussola e da guida per i nuovi arrivati, facilitando l’integrazione di chi è straniero in Italia. Li aiutiamo con le pratiche per il permesso di soggiorno, l’orientamento al lavoro e la ricerca di un alloggio. Vogliamo che il percorso di inserimento sia più semplice del nostro. Poi vogliamo anche offrire opportunità culturali e di benessere. Ad esempio stiamo organizzando una conferenza di rebirthing (letteralmente “rinascita”, è una pratica olistica basata sulla respirazione circolare e consapevole – Ndr), un’iniziativa pensata proprio per gli studenti ma anche per tutta la cittadinanza”.

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