Dagli orti sociali della Caritas un raccolto prezioso: dignità e rinascita

Dagli orti sociali della Caritas un raccolto prezioso: dignità e rinascita

Negli orti sociali della Caritas di San Benedetto, la coltivazione diventa occasione di riscatto e inclusione per persone fragili. Tra biodiversità, impegno e difficoltà, queste realtà dimostrano come la terra possa generare nuova vita.

di Veruska Cestarelli

Giornalista de La Vita Picena


Possiamo trovare ortaggi, frutta e piante aromatiche. Ma negli orti sociali troviamo soprattutto il seme dell’integrazione che, se coltivato nel modo giusto, può cambiare la vita di molte persone, spesso relegate ai margini della società.

La finalità di un orto sociale è quella di offrire la possibilità di produrre in proprio ortaggi senza fini di lucro, attraverso percorsi capaci di creare una nuova comunità che accoglie tutti. Un sistema che non guarda quindi al raggiungimento dei profitti aziendali, ma che offre uno spazio collettivo e condiviso dedicato alla coltivazione, gestito e utilizzato da persone in condizioni di disagio.

Nel nostro territorio l’esperienza dell’orto sociale nasce dall’incontro tra l’imprenditore Francesco Sgariglia e la Caritas di San Benedetto del Tronto.

“Io sono un ristoratore – racconta Francesco – ma essendo figlio di agricoltori conservo un fortissimo legame con la tradizione e con la terra. Il mio papà era un contadino e aveva anche un agriturismo e fin da piccolo questo mondo mi è sempre piaciuto molto. Ho studiato alla scuola alberghiera e poi ho continuato in questo percorso”. Dopo tanti anni di esperienza sul campo è nato il desiderio di fare qualcosa per gli altri, che potesse coniugare il concetto di integrazione con la natura e le coltivazioni.

“Una sera ero a cena con Don Gianni Croci e Don Roberto Melone – spiega Francesco – ed è nata l’idea di creare questa sinergia tra la tutela della biodiversità dei prodotti e chi spesso è emarginato dalla società del profitto. Ci siamo messi al lavoro e sono nati gli orti”.

Nel nostro territorio ne possiamo trovare due: il primo è quello della Caritas, si chiama Germoglio e si trova in zona Ponterotto a San Benedetto del Tronto. L’altro invece, si trova ad Acquaviva Picena e si chiama Orto Azzurro. Si tratta di realtà che devono essere curate quotidianamente, per cui servono competenze e tanta buona volontà.

I numeri spesso non quadrano ed è quindi importante sensibilizzare istituzioni e cittadini per fare in modo che questi progetti possano restare in piedi. “Purtroppo – continua Francesco Sgariglia – in campagna è difficile reggere ed è complicato chiudere la filiera e avere un’entrata sicura. C’è tanto lavoro ma non c’è margine di guadagno e quindi è molto complesso far quadrare il sogno del progetto di integrazione con la concretezza dei numeri”. Un sogno che è diventato realtà per molti immigrati, giovani senza lavoro o in condizioni di disagio o disabilità, anziani soli che sono entrati a far parte di una famiglia che li ha accolti e coinvolti.

Gli orti sociali non sono semplici luoghi di produzione alimentare, ma rappresentano anche spazi di socializzazione, apprendimento e condivisione di conoscenze. Le attività svolte vanno oltre la coltivazione delle piante e includono workshop educativi, eventi culturali, incontri comunitari e attività ricreative.

Tanti i tirocini formativi che sono stati attivati dalla Caritas per favorire un processo di integrazione per persone in condizione di disagio. “Ne abbiamo attivati ben sedici – dice soddisfatto Francesco – ma a volte facciamo fatica perché i margini di guadagno anche per i tirocinanti sono bassi e preferiscono fare la stagione negli stabilimenti balneari per poi tornare da noi. Quindi dobbiamo affrontare periodi in cui abbiamo carenza di personale”.

Orti che fanno rima con biodiversità, accoglienza e integrazione. L’accesso è aperto a tutti i membri della comunità, indipendentemente dall’età, dallo status socioeconomico o dalle abilità fisiche.

In questo senso diventano luogo ed occasione di riscatto per chi credeva invece che tutto fosse già scritto. “Vengo dall’argentina – racconta Adrian Gonzales – e sono arrivato in Caritas, perché vivevo in strada. Mi hanno parlato del progetto e ho detto di sì, perché volevo lavorare. Francesco mi ha insegnato tutto, non sapevo nulla su come si coltiva la terra e ho avuto la grande opportunità di sentirmi parte di qualcosa di bello e importante, mentre prima avevo conosciuto solo tristezza”.

L’orto rappresenta quindi uno strumento di inclusione sociale, contribuendo a creare una rete di supporto tra i membri della comunità, la riduzione dell’isolamento sociale e il miglioramento della salute mentale e fisica attraverso l’attività all’aperto e il contatto con la natura. “Questa adesso – spiega commosso Adrian – è la mia vita e la mia passione. Ho un motivo per alzarmi la mattina e fare delle cose che danno benefici a me e a tutta la comunità”.

Coltivare la terra significa valorizzare gli spazi delle città e riscoprire i benefici di trascorrere del tempo a contatto con la natura: gli orti sono diventati una realtà consolidata in molte aree del Paese perché hanno potenzialità dal punto di vista economico, sociale e ambientale.

Tuttavia, possono anche incontrare delle sfide, tra cui la disponibilità di terreni adatti, la gestione delle risorse idriche, la sicurezza e la manutenzione degli spazi, nonché la necessità di garantire l’accessibilità e l’inclusione di tutti i membri della comunità. Senza trascurare la difficoltà di far quadrare i numeri dei bilanci che quasi mai si sposano con la buona volontà di chi investe corpo e anima in questi progetti. “Noi stiamo dando il massimo per andare avanti – dice Adrian – ma non sono certo che questo possa essere il mio lavoro per sempre perché ci sono difficoltà economiche e nel reperire la forza lavoro. Chiedo a tutti di aiutarci perché solo unendo le forze di tutta la comunità locale possiamo fare in modo che questi progetti di integrazione trovino terreno sempre più fertile per crescere e svilupparsi”.

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