PASSI E PERCORSI
Crescere insieme: quando il doposcuola diventa comunità educativa
Da oltre vent’anni l’esperienza della cooperativa sociale Veritatis Splendor di San Benedetto del Tronto accompagna studenti e famiglie. Tra nuove fragilità e cambiamenti sociali, al centro resta la persona
di Geminio Aiuti
Un luogo dove studiare, ma soprattutto dove essere accolti. È da questa intuizione che a San Benedetto del Tronto, nel 2004, nasce la cooperativa sociale Veritatis Splendor, un’esperienza educativa fondata da un gruppo di amici «accomunati – racconta il presidente Roberto Andreucci – dal medesimo desiderio: aiutare gli studenti a vivere con passione e gusto il loro percorso scolastico». Da allora il percorso è stato segnato da una crescita progressiva, che ha portato la realtà a strutturare servizi rivolti in particolare ai più giovani e alle famiglie. Tra questi, il Centro Studi rappresenta uno dei pilastri: ogni anno accoglie centinaia di studenti tra doposcuola e ripetizioni individuali, nelle sedi di San Benedetto e Ancona e in collaborazione con realtà pubbliche del territorio.
Il doposcuola, attivo fin dagli inizi, si configura come un intervento educativo strutturato, basato su piccoli gruppi e su un rapporto ravvicinato tra insegnanti e studenti. Ma al di là dell’organizzazione, ciò che emerge è l’attenzione alla persona. «Ogni giorno, infatti, – spiega Andreucci – i ragazzi trovano innanzitutto, un luogo dove possono sentirsi accolti e dove le loro difficoltà scolastiche possono avere un terreno di affronto, tecnico e soprattutto umano». L’obiettivo non è soltanto migliorare il rendimento scolastico, ma accompagnare una crescita più ampia. Il lavoro educativo punta a costruire autonomia, competenze relazionali e benessere complessivo, integrandosi anche con le politiche sociali e di sostegno alle famiglie, soprattutto nei contesti più fragili.
In questa prospettiva, il doposcuola non si limita a colmare lacune didattiche, ma diventa un vero e proprio spazio educativo in cui si costruiscono relazioni significative e si sperimenta un diverso modo di stare insieme. Il tempo dello studio si intreccia con quello dell’ascolto, del confronto e della scoperta di sé, favorendo nei ragazzi una maggiore consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti. È proprio dentro questa quotidianità fatta di piccoli passi che si sviluppa un rapporto di fiducia tra studenti ed educatori, elemento decisivo per rendere efficace qualsiasi intervento formativo. In questo senso, il doposcuola si configura anche come un presidio sociale, capace di intercettare precocemente situazioni di difficoltà e di attivare, quando necessario, una rete di supporto più ampia.
Negli ultimi anni, però, il quadro è cambiato profondamente. Sempre più famiglie si trovano in difficoltà nel gestire le sfide educative, mentre tra i ragazzi emergono nuove forme di disagio. La scuola viene spesso vissuta come uno spazio di pressione, segnato da aspettative elevate e da una costante richiesta di performance. In questo scenario, il doposcuola assume un ruolo ancora più centrale. Si presenta come risposta a un bisogno crescente: «l’assoluta necessità – spiega il presidente della Veritatis Splendor – di un luogo, uno spazio a cui rivolgersi. Un perimetro educativo capace di offrire non solo supporto didattico, ma anche una presenza significativa, in grado di intercettare una delle esigenze più profonde degli studenti: non sentirsi soli».
Dietro ogni difficoltà scolastica, infatti, c’è sempre qualcosa da comprendere. «Dietro ad ogni volto dei nostri studenti – evidenzia Andreucci – c’è sempre una storia da conoscere e da provare a capire», una dimensione che inevitabilmente incide sul percorso di apprendimento. È anche per questo che cresce la richiesta delle famiglie di essere accompagnate: non solo nel sostenere i figli nello studio, ma nel comprendere come affrontare le sfide educative contemporanee.
Parallelamente, anche il profilo degli studenti è mutato. Negli ultimi anni è aumentato il numero di ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento, rendendo necessario un aggiornamento continuo delle competenze didattiche e delle metodologie. Ma non è l’unico elemento di trasformazione. Preoccupa, infatti, l’impatto delle tecnologie digitali. «Lo smodato utilizzo dei cellulari ed uno sregolato utilizzo degli strumenti messi a disposizione dall’intelligenza artificiale – avverte Roberto Andreucci – sta via via favorendo una regressione cognitiva, con studenti sempre meno abituati al ragionamento e più orientati a scorciatoie che compromettono un apprendimento solido».
In questo contesto, il rischio è duplice: da un lato un abbassamento generale del livello, dall’altro la tentazione di adattare verso il basso anche l’offerta educativa. Per questo la sfida diventa quella di riaccendere nei ragazzi il desiderio di conoscere, aiutandoli a riscoprire il gusto dell’apprendimento e a sviluppare senso critico e capacità di elaborazione.
Anche il tema della valutazione entra in gioco. Si avverte la necessità di superare una logica centrata esclusivamente sul voto, per dare valore al percorso di crescita. Un cambiamento culturale che riguarda tanto la scuola quanto il contesto educativo più ampio.
Dentro un panorama sociale sempre più complesso e problematico, resta però un punto fermo: la centralità della relazione. In un’epoca di iperconnessione, cresce infatti il rischio di isolamento, con storie sempre più frequenti di ragazzi chiusi in sé stessi o segnati da fragilità importanti. Per questo diventa decisivo costruire un rapporto autentico tra educatori e studenti, fondato su attenzione e presenza. Per il presidente della cooperativa sambenedettese «occorre instaurare un rapporto personale con i ragazzi, facendo sentire loro, innanzitutto, un reale interesse, un sano calore umano», elementi che, secondo l’esperienza maturata sul campo dalla Veritatis Splendor, incidono direttamente anche sull’apprendimento.
Un approccio che non mette in discussione la professionalità, ma anzi la rafforza, favorendo una collaborazione più attiva e consapevole da parte degli studenti. E che chiama in causa l’intera comunità educante: famiglia, scuola, realtà del territorio. L’obiettivo è ambizioso ma chiaro: accompagnare ogni ragazzo in un percorso di crescita integrale, rispettandone talenti e inclinazioni, senza perdere di vista la complessità della persona. «Perché, in fondo – conclude Andreucci – ecco la bellezza dell’avventura educativa».
