Contro il “si è sempre fatto così”: la scuola coraggiosa vista dagli studenti

Contro il “si è sempre fatto così”: la scuola coraggiosa vista dagli studenti

Un appello a superare modelli educativi rigidi e a costruire una comunità educante inclusiva. Solo dalla partecipazione attiva degli studenti nasce una scuola capace di formare cittadini liberi e consapevoli. Intervista a Elena Giannini, Segretaria nazionale del Movimento studenti di Azione Cattolica

a cura di Yuri Valori


Nel dibattito sull’educazione, il tema del rinnovamento della scuola emerge con sempre maggiore urgenza. Elena Giannini, Segretaria nazionale del Movimento studenti di Azione Cattolica, propone una riflessione articolata che parte dall’esperienza diretta degli studenti e mette al centro la curiosità, il coraggio e la partecipazione. Ne nasce una visione di scuola come comunità educante, capace di formare non solo competenze ma coscienze critiche.

Nelle scuole spesso prevale una certa resistenza al cambiamento. Da dove nasce, secondo lei, l’esigenza di superare questo atteggiamento?
“C’è un’espressione che nei corridoi delle nostre scuole risuona spesso come una sentenza definitiva, un muro invisibile contro cui s’infrangono desideri e tentativi di cambiamento: “si è sempre fatto così”. È una frase che agisce come un anestetico per la coscienza, che giustifica l’immobilismo e trasforma l’istituzione scolastica in un meccanismo che vive fine a se stesso, riproducendo modelli vecchi di decenni in un mondo che fuori corre a velocità altissime. Noi studenti del Movimento studenti di Azione Cattolica, sentiamo l’urgenza di ribaltare questa prospettiva con un’inversione di rotta che parta da un atteggiamento profondo: il coraggio di scardinare quel “sempre così” per fare spazio a una curiosità inquieta e feconda.

Spesso la curiosità viene derubricata a dote infantile o a semplice interesse passeggero. Nel panorama educativo che sogniamo, invece, la curiosità è la cellula staminale della democrazia. Una scuola che “funziona” non è quella che consegna allo studente un pacchetto di risposte complete e irreprensibili, ma quella che sa instillare la domanda corretta e, soprattutto, fornisce gli strumenti metodologici per provare a rispondere.

Quando siamo spinti dal desiderio di scoprire sviluppiamo naturalmente un pensiero critico: non subiamo la notizia, non accettiamo passivamente l’algoritmo dei social media, non lasciamoci imprigionare dai “paraocchi” dei pregiudizi. La curiosità è l’antidoto all’apatia. Uno studente che coltiva il dubbio e la ricerca diventa un cittadino che non resta a guardare mentre la storia accade, ma si sente chiamato in causa. È la differenza tra essere utenti di un sistema e residenti attivi di una comunità dove il sapere non è un punto di arrivo, ma una bussola per orientarsi nella complessità del presente”.

Parlate di “scuola coraggiosa”: cosa significa concretamente e quali cambiamenti implica?
“Sì, per permettere a questa curiosità di fiorire, abbiamo bisogno di una “scuola coraggiosa”, una scuola che abbia il coraggio di essere “comunità educante” in un tempo di esasperato individualismo. Essere coraggiosi oggi, a scuola, significa ammettere che il modello attuale, spesso basato sulla performance e sul risultato immediato, rischia di soffocare proprio quell’istinto alla scoperta che dovrebbe invece alimentare.

Significa avere il coraggio di sperimentare metodologie didattiche che non siano solo frontali, ma trasversali e transdisciplinari. Una scuola coraggiosa è quella che mette al centro la persona prima del voto, che riconosce il valore della fragilità e del limite come parte del percorso di apprendimento. Troppo spesso viene esaltata la cultura del merito come una gara solitaria, caricandoci di ansie per un futuro che sembra già scritto. La scuola coraggiosa, invece, è quella che sa dire: “Proviamo a farlo in un altro modo”. Il coraggio in questo senso è quello di costruire una comunità educativa che non ha paura di essere inclusiva, che sa che non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali, come ci insegnava don Lorenzo Milani”.

Quale ruolo possono avere gli studenti nel costruire questa nuova idea di scuola e quale obiettivo finale vi proponete?
“In questo ecosistema, il rapporto tra giovani e istituzione deve cambiare segno. Sogniamo una scuola che si prenda cura di noi, certo, ma sentiamo anche il desiderio di essere giovani che si prendono cura della scuola, abitandola con responsabilità, partecipando attivamente agli organi di rappresentanza, proponendo spazi di orientamento che non siano solo “scelta del lavoro”, ma scoperta di sé. Significa chiedere che l’aula non sia l’unico luogo dell’apprendimento, ma che la scuola diventi un centro culturale aperto al territorio, capace di dialogare con le famiglie e con le sfide sociali del nostro tempo. Quando la passione per la formazione nasce dall’arricchimento personale e non dall’obbligo, lo studio smette di essere fatica sterile e diventa impegno civile.

In questo modo la scuola può davvero prepararci a scegliere. La libertà non è fare ciò che si vuole, ma avere gli strumenti culturali per decidere chi essere in un mondo che corre veloce. Se la scuola ci insegna a essere curiosi, ci regala la libertà. Ci permette di scegliere il nostro percorso universitario o lavorativo non per inerzia o per pressione sociale, ma per vocazione. Ci permette di scegliere da che parte stare di fronte alle ingiustizie, alle guerre e alle sfide climatiche.

Come Msac, siamo convinti che il cambiamento non nasca quando tutto è pronto, ma quando qualcuno dice: “Proviamoci”. La nostra richiesta alle diocesi, alle famiglie e alle istituzioni è quella di non avere paura dei nostri sogni e della nostra voglia di sporcarci le mani. Vogliamo costruire insieme una scuola e una società che ci sfidino, che ci interroghino, che ci lascino lo spazio per l’errore e per la scoperta. Vogliamo vivere una scuola che abbia il coraggio di essere, insieme a noi, un cantiere di speranza.

Solo così, uscendo da quelle aule, non saremo solo “diplomati”, ma cittadini svegli, cuori inquieti e costruttori di un futuro che, finalmente, non ci limiteremo a subire, ma che sapremo, con audacia, disegnare”.

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