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150 chilometri al giorno: quando il lavoro diventa appartenenza
Un legame viscerale con il territorio e con l’azienda dopo il sisma, il valore del tempo di qualità con i figli. Francesca Ciancotti, cinquantenne di Spelonga, frazione di Arquata del Tronto, racconta il suo viaggio
a cura di Geminio Aiuti
Ci sono storie in grado di ridefinire profondamente il concetto di dedizione, legame con il territorio e resilienza. Quella di Francesca Ciancotti, cinquantenne di Spelonga, frazione di Arquata del Tronto, è una di queste. Di fronte alle devastazioni del terremoto del 2016 e alle complessità logistiche della ricostruzione, Francesca ha scelto di non spezzare il filo che la unisce alla sua terra d’origine e alla storica azienda in cui lavora da ben trentun anni. Ogni giorno percorre 150 chilometri tra andata e ritorno, affrontando i disagi delle strade interne tra tre diverse province, guidata da un radicato senso di responsabilità e riconoscenza, dal desiderio di restare e da una fede vissuta come spazio di empatia e incontro.
Intanto raccontaci come sei arrivata al tuo lavoro…
“Mi sono diplomata alle vecchie Magistrali, quindi diciamo che ero orientata all’insegnamento. Ma poi ho avuto necessità di trovare subito un lavoro. Mi hanno detto che un’azienda localizzata sotto Arquata, sulla Salaria, quindi a pochi minuti da casa, cercava una segretaria. E così mi sono presentata e sono stata assunta. Avevo 19 anni, quest’anno sono 31 anni che sono lì”.
Ma poi arriva il terremoto…
“Quando c’è stato il terremoto ero incinta di un paio di mesi e ho dovuto scegliere se andare come tutti a San Benedetto, oppure spostarmi a San Ginesio, dove risiedeva il mio compagno. Ho preso la decisione di andare lì. Ma il lavoro non lo volevo lasciare, quindi sono venuta al lavoro con il pancione. Nel frattempo l’azienda era a terra e si è dovuto ricostruirla. Quindi per tre anni sono stata a casa, prima con la maternità e poi con la cassa integrazione straordinaria per la ricostruzione dello stabile. Dopodiché mi hanno chiesto se volevo continuare a lavorare e io ho scelto di tornare.
Da allora la mia giornata è così: mi occupo del bambino, lo preparo, lo mando a scuola, poi vado al lavoro. Percorro 75 km ad andare e 75 km a tornare tutti i giorni, da San Ginesio ad Arquata, ovviamente facendo il percorso interno. Se va bene sono poco meno di tre ore al giorno in auto ma basta un cantiere, un incidente o una frana per moltiplicare i tempi”.
Che cosa ti spinge oggi a sostenere questo peso per un lavoro dipendente, in un’azienda che non è la tua?
“Tutto quello che ho avuto nella vita, tutti i progetti che ho portato avanti li ho avuti anche grazie a questa azienda. Devo davvero ringraziare i titolari con cui ho avuto sempre un bellissimo rapporto. Sì, è vero, si trovarne un lavoro più comodo. Il mio compagno dice: “Se vuoi qui a casa c’è da fare”, perché lui ha un’attività in conto proprio, a cui anche io mi dedico quando posso. Però io non mi sono sentita di fare questo salto, questo cambiamento. Per me andare in azienda rappresenta anche una certa autonomia. Alla fine è anche la mia realizzazione, perché andando al lavoro non ho mai pensato “Mamma mia, oggi che clima troverò?”, mai! Secondo me questo non ha prezzo, perché è vero che uno il lavoro lo può cambiare, però poi ricostruire dei rapporti così saldi e sinceri non è semplice. Quando io parlo dell’azienda con gli amici, ne parlo in prima persona e loro mi dicono: “Francesca, ma sembra che sia tua!”. E io dico che è vero, che nella realtà non è mia, ma io la vivo come se fosse una cosa mia.
Non è un fattore meramente economico, ma è proprio uno stato generale che viviamo, di familiarità, di collaborazione dal primo all’ultimo dell’azienda. Quando si hanno difficoltà familiari tutti sono sempre pronti a venirsi incontro: “Come ci possiamo aiutare?”. Ormai siamo tanti, per esempio, ad avere i genitori anziani. Tutti sono testimoni del fatto che abbiamo potuto gestire il nostro tempo lavorativo anche pensando ai nostri cari, venendoci incontro con l’orario e con le diverse necessità”.
Sicuramente ci saranno però tante difficoltà, anche logistiche ma soprattutto familiari. A partire dal ruolo di mamma….
“Il disagio più grande è il numero di chilometri percorsi, con tutte le traversie dovute ai lavori sulla strada, e quindi questo tempo, tanto tempo, trascorso in auto. Però quando sono in macchina tengo attivi i contatti con quelle persone con cui nel quotidiano non ho tempo di parlare. Quindi quasi tutti i viaggi sono in compagnia di qualche amico o amica, per scambiare le nostre vite, le nostre sensazioni.
Sul ruolo di mamma ci sarebbe molto da dire. Intanto è importante che io abbia mia suocera come supporto. Ho potuto fare la scelta di continuare a lavorare così lontano anche perché avevo questo appoggio in casa.
Molti si interrogano su quanto questo lavoro distante toglie al rapporto con mio figlio. Ma su questo non sono molto d’accordo perché, secondo me, più che la quantità è la qualità del tempo che fa la differenza nei rapporti. Mio papà è morto quando avevo 6 anni. Passavo allora molto tempo con una mia carissima amica, a casa della sua famiglia. Lei aveva un papà che usciva la mattina alle 6 per il lavoro e tornava la sera alle 21 o anche le 22. Io vedevo la dinamica di questa famiglia. Questo papà era così attento: rientrava, appoggiava la borsa, passava a salutare prima noi che ancora eravamo sveglie e ci diceva: “Tutto bene? Ma ancora state a fare i compiti?”. E poi andava dalle due sorelline più piccole che erano già a letto ma lo salutavano con un abbraccio fortissimo sul collo. Lui si sedeva sul lettino e chiedeva: “Come è andata la giornata. Cosa avete da raccontarmi?”. Aveva gli occhi pieni di amore nei confronti della moglie, delle figlie, ma anche nei miei. Da questo papà ho imparato che è la qualità che fa la differenza”.
Una presenza di qualità che, vale la pena ricordarlo, si sviluppa anche in un contesto di rapporto con la natura…
“Sì, ad esempio abbiamo un piccolo orto vicino casa. A mo’ di gioco, con il bambino trascorriamo del tempo qui e parliamo della nascita delle piante, della loro coltivazione nel rispetto dell’ambiente. Attraverso cose pratiche puoi trasmettere anche i valori del rispetto del creato. Stessa cosa con gli animali, visto che ne abbiamo tanti: come accudirli, come rispettarli. Quest’anno a scuola hanno parlato delle api e qui abbiamo potute vederle impollinare i fiori. Mio figlio, che come suo papà ha questo amore per gli animali, da piccolino dava il biberon con il latte ai vitellini e oggi, che ha 9 anni, capisce il bisogno di rispetto. Se magari un vitellino fa i capricci perché non vuole camminare, lui dice: “Mamma, non lo sgridare, aiutiamolo”. Quando si è educati alla tenerezza, lo stupore verso la natura è un seme che, una volta piantato, germoglia”.
Non fai mistero della tua religiosità. L’incontro con la fede quanto ha influito nella tua vita e nel tuo lavoro?
“Fin da bambina ho sempre praticato, a partire dal catechismo. Quando è morto il mio papà un sacerdote del mio paese ha avuto un’ala di protezione nei miei confronti e mi ha aperto a questo mondo degli incontri. A quei tempi si facevano gli incontri con tutti quelli che erano nella cristianità, poi il famoso “quarto giorno”, quindi l’incontro con l’Unitalsi, per mettere a frutto quello in cui si crede, per fare esperienza concreta di fede.
Credere mi ha aiutato anche in azienda perché quando sei una persona di fede la porti anche nell’ambiente di lavoro. Nel rapporto con gli altri dipendenti o con altre persone, ad esempio clienti e fornitori, si instaurano dei rapporti che hanno una loro profondità. L’amicizia significa empatia, condividere anche la vita personale oltre che l’aspetto lavorativo, e questo è un valore aggiunto. Perché poi, anche nelle difficoltà, quando condividi entri nella vita dell’altro”.
A tutti coloro che si sentono scoraggiati per il lavoro che non c’è o, se c’è, non è gratificante, cosa possiamo dire?
“A chi non ha lavoro dico di non smettere mai di cercare. Anche magari di accontentarsi di qualcosa che non è precisamente nelle proprie corde, però di farlo sempre con passione, entusiasmo e sorriso. Poi magari si può cercare anche altro, si può sempre migliorare. Però nel lavoro non bisogna solo guardare al rendimento ma anche allo stare bene. Questo è fondamentale perché al lavoro trascorriamo tantissime ore e quindi deve essere un ambiente sano. Quando non è più sano è giusto cambiare”.
