Una scuola di italiano che apre le porte all’integrazione

Una scuola di italiano che apre le porte all’integrazione

Nata nel 2023 la scuola di italiano della Caritas di Ascoli Piceno offre alfabetizzazione e sostegno a chi non può accedere ai corsi ufficiali. Un progetto costruito su volontari, mediatori e percorsi personalizzati per favorire integrazione e autonomia.

di Stefania Mistichelli

Giornalista de La Vita Picena


Nata nel seno del Centro di Accoglienza Sant’Emidio di Ascoli, tra febbraio e marzo del 2023, grazie all’iniziativa di un gruppo di volontari, la scuola di italiano gestita dalla Caritas di Ascoli Piceno attraverso l’associazione Betania rappresenta un fondamentale strumento di inclusione e integrazione sociale.

«La prima forma della scuola di italiano – spiega Nastasia Pescatore, responsabile del centro di accoglienza S. Emidio – nasce nel febbraio del 2023, quando i volontari entravano nelle varie strutture (Santa Marta, Casa Parrocchiale del Marino e Centro S. Emidio) per avviare alla lingua italiana i nostri ospiti. L’anno successivo, nel 2024, vista la crescita di richieste anche da parte di persone che si affacciavano ai centri di accoglienza, ma che non riuscivano ad entrare al Cpia (Centro provinciale istruzione adulti), abbiamo deciso di ampliare la scuola di italiano, dandoci una struttura fissa con giornate prestabilite, orari fissi ecc. In questo modo il numero di iscritti è aumentato, i ragazzi sono stati suddivisi in gruppi a seconda del loro livello di conoscenza della lingua e si avviano o continuano un percorso per imparare l’italiano. L’obiettivo è in primo luogo quello di fargli ottenere una certificazione tramite il Cpia o la Prefettura».

Colonna portante del gruppo di volontari che da allora segue la scuola di italiano è Enrico Pascali, docente in pensione. «La scuola – dice Pascali – nasce proprio per tutte le persone che, arrivate ad Ascoli e accolte all’interno del centro di accoglienza straordinario S. Emidio, sentivano forte l’urgenza di imparare la lingua per poter lavorare. Fin dall’inizio erano veramente in tanti: donne che risiedevano a Santa Marta, il gruppo di famiglie al Marino e gli uomini al S. Emidio. Con loro, abbiamo cominciato a fare il primo lavoro di alfabetizzazione. In seguito, abbiamo cominciato ad inviare tutti i ragazzi che potevano al Cpia, perché questa scuola può fare molto. Noi, almeno per ora, non possiamo rilasciare le certificazioni, soprattutto l’A2 che è necessaria per il lavoro».

Ogni anno sono molte le persone che, non avendo le basi per accedere al Centro provinciale o arrivando ad Ascoli quando le iscrizioni sono chiuse, si rivolgono alla scuola di italiano. «Qui anche le persone che sono più indietro con la conoscenza della lingua – continua Pascali – possono accedere liberamente e ricevere una prima alfabetizzazione. Stesso discorso per coloro che hanno difficoltà a frequentare il Cpia perché magari già lavorano e hanno difficoltà a conciliare gli orari di lavoro con il calendario della scuola. Quindi facciamo anche un lavoro di supplenza per poterli istradare in questo percorso».

Che provengano dal continente africano o dal Bangladesh, il primo pensiero di tutti i richiedenti asilo che arrivano è trovare prima possibile un lavoro, sia per sostenersi sia per mandare qualcosa alle famiglie di origine. «Noi nel primo periodo, quando ancora aspettano i documenti, – spiega Nastasia Pescatore – li incoraggiamo a puntare sulla lingua per entrare meglio nel mondo del lavoro. Poi però, sentendo quanto per loro sia importante lavorare, perché appunto questa esigenza riguarda anche le loro famiglie, quando possibile ci adoperiamo per interloquire con i datori di lavoro per far sì che riescano a frequentare i corsi, che siano da noi o al Cpia, e cerchiamo di proporre ai ragazzi un atteggiamento responsabile sia sul lavoro sia sullo studio dell’italiano, fondamentale sia per l’occupazione che per l’integrazione in generale».

Prevalentemente, gli studenti che frequentano la scuola di italiano sono maschi (per l’ottanta per cento) e provengono dall’Egitto, dal Marocco, dalla Costa d’Avorio e dal Senegal, anche se ultimamente i volontari hanno notato una grande prevalenza di bengalesi.

«C’è stato un cambiamento negli anni – illustra Enrico Pascali – prima infatti venivano soprattutto dal continente africano o sub sahariano, c’era qualche tunisino e qualche egiziano. Ultimamente prevalgono le persone che vengono dal Bangladesh e sono diminuiti coloro che vengono dal Senegal o dalla Costa d’Avorio. Questo crea un po’ di difficoltà perché il bengali è meno conosciuto; solo chi è un po’ scolarizzato riesce a parlare un inglese elementare, con gli altri è molto più difficile».

Tra le lingue parlate dai corsisti spicca l’arabo, seguito da francese e inglese, e molti studenti parlano anche due o più lingue africane o asiatiche. Da un’analisi fatta nel mese di ottobre, sulla base delle schede di iscrizione, si evince che la partecipazione ai corsi corrisponde alle ondate migratorie. Per far fronte, dunque, alle tante situazioni diverse che evolvono e cambiano spesso più volte nel giro di poche settimane, importante è stata la scelta di dotarsi di personale specializzato in mediazione linguistica e culturale e di strutturarsi in modo più sistematico.

«Ci stiamo organizzando per costruire una scuola vera e propria – spiega la mediatrice Bibiana Angiulli – aggiungendo più giornate, più orari, dividendo i ragazzi per gruppi, a seconda dei livelli. Questo anno abbiamo iniziato come un laboratorio, orientato al cento per cento sullo studente. Ogni volta che arrivano ragazzi nuovi, infatti, il gruppo si scompone e si ricompone per accogliere i nuovi. Facciamo interviste attraverso mediatori che parlano la lingua di coloro che arrivano per la prima volta, per capire le loro motivazioni, se già lavorano o no, se i loro orari sono compatibili con quelli della scuola, se riescono a frequentare. L’idea è quella di rilasciare almeno un attestato di partecipazione da inserire in un curriculum. Le competenze sicuramente le acquisiscono e spesso nel rapporto uno a uno ci imbattiamo anche in problemi non diagnosticati: sarebbero un ostacolo importante se l’approccio non fosse così personalizzato».

La scuola di italiano ad Ascoli Piceno oggi ha come sede la sala Morgante di Casa Regina Apostolorum, in lungo Castellano Sisto V, e si tiene il lunedì, mercoledì e venerdì dalle 16 alle 19, ma l’intenzione è quella di trovare una sede con delle aule che possano ospitare le classi omogenee per livello di conoscenza della lingua.

«Essere partiti qui nella sala Morgante per noi è stato importante – continua la mediatrice – perché ci è servito come trampolino di lancio per tutte le persone che non trovavano un posto dove andare ad imparare l’italiano, perché magari non riuscivano a passare i test del Cpia o perché non avevano le competenze minime per accedervi. Qui in tanti stanno arrivando con il passaparola, perché hanno capito che facciamo di tutto per farli arrivare a sapere scrivere e leggere in italiano. Il ruolo dei mediatori è fondamentale per la prima accoglienza, anche se poi cerchiamo di esporli al massimo all’italiano, cosa importante per imparare la lingua”.

Accanto a Bibiana Angiulli, opera Dina Khattab, mediatrice culturale di arabo. «Il mio compito è mediare dalla loro lingua madre all’italiano, soprattutto per coloro che sono arrivati da poco in Italia. Infatti, a scuola all’inizio avevamo un gruppo di egiziani e con loro è stato importante la mediazione, tanto che oggi la maggior parte di loro lavora e si sta inserendo. Le storie delle persone che arrivano sono tutte simili nella loro tragicità. Hanno alle spalle viaggi che a volte durano anche anni, si ritrovano in Libia tutti insieme con lingue e culture diverse, tanti per paura o mancanza di soldi si tirano indietro. Coloro che arrivano in Italia sono sempre sorridenti perché ce l’hanno fatta, possono finalmente ricominciare una nuova vita».

La scuola, da quando opera, ha avuto circa una cinquantina di iscritti. Molti di loro sono passati al Cpia, ma almeno una volta a settimana si recano ancora a scuola per avere un supporto.

«Questo – chiarisce Bibiana Angiulli – è un progetto unico in Italia. Infatti, se da un lato sono stati tagliati i fondi per i corsi di italiano dentro i centri di accoglienza, dall’altro questa scuola è aperta a tutti, non solo agli alunni del centro di accoglienza di Betania. Noi accogliamo alunni da tutte le parti, anche da altri centri perché nostro obiettivo è arrivare a tutti coloro che hanno bisogno».

«È molto importante – continua Enrico Pascali – che ad Ascoli le persone sappiano che c’è questa possibilità. Già vediamo che cominciano ad arrivare anche persone che da tempo vivono qui, ma magari non hanno mai frequentato una scuola, non sono inseriti in percorsi con la Prefettura eccetera. Abbiamo diversi esempi di persone che finora non si sono integrate, perché pur lavorando hanno rapporti sempre o solo con i familiari o con la loro comunità. Adesso che si sta spargendo la voce, chi frequenta e ha visto che si tratta di una scuola aperta a tutti, senza test di ingresso, ogni volta arriva con amici o conoscenti».

Oltre alla struttura del centro di accoglienza S. Emidio, con la responsabile Nastasi Pescatore e l’assistente sociale Margherita Pezzini, alle mediatrici culturali e al professor Pascali, fondamentale per il funzionamento della scuola è il servizio offerto dalle volontarie Teresa Perales, Loredana Bachetti, Anna Anibali e Anna Rosa Fabiani.

«Danno una grandissima mano – dice Bibiana Angiulli – senza di loro non riusciremmo a fare quello che stiamo facendo. Da tanto tempo svolgono un lavoro silenzioso e prezioso. Tra loro, Loredana fa tutto il lavoro di segreteria che porta via tempo e pazienza, tra inserimento dei dati e gestione informatizzata delle presenze. Le altre sono presenti per i ragazzi, per seguirli da vicino nel loro percorso di apprendimento».

Teresa Perales un anno e mezzo fa è approdata nella scuola per affiancare il professor Pascali: «Mi hanno contattato per dare un supporto e un aiuto da parte di qualcuno che parlasse un po’ di lingue. Ho accettato con entusiasmo e abbiamo incominciato subito. Io mi trovo molto bene, anche perché ho lavorato molti anni nelle migrazioni a Roma. Ora sono in pensione e mi ha fatto piacere ritrovare questo ambiente».

Tra gli studenti che Teresa Perales aiuta, grazie alla sua conoscenza del francese, c’è Ibraima, che viene dal Senegal. Ibraima è alla sua seconda lezione e appare già molto motivato ad imparare prima possibile a parlare bene l’italiano. Con l’aiuto di Teresa Perales ci esprime la sua gratitudine per questa opportunità: «Mi sono trovato subito bene in questa scuola – spiega – c’erano molte cose che non sapevo e in solo due lezioni ho già imparato tanto. In un paese nuovo, bisogna sapere comunicare bene. Infatti, il mio primo pensiero è stato imparare la lingua, conoscere meglio questo paese, la sua cultura e trovare un lavoro».

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