VIVAVOCE
Ricostruire le comunità partendo dai banchi: la sfida della scuola appenninica
“La scuola è il cuore della comunità. Non si tratta solo di istruzione ma di coesione sociale”: parla Guido Castelli, Commissario straordinario per la ricostruzione sisma 2016
a cura di Lanfranco Norcini Pala
Ripartire dalle scuole per ricostruire non solo edifici, ma comunità. Nei territori colpiti dal sisma del 2016, la questione non è soltanto edilizia, ma profondamente sociale, culturale ed economica. Con il Commissario straordinario per la ricostruzione Guido Castelli affrontiamo i nodi cruciali della rinascita del cratere: il ruolo strategico della scuola come presidio di comunità, la necessità di collegarla alla creazione di lavoro per contrastare lo spopolamento e il valore di una visione capace di tenere insieme infrastrutture e coesione sociale. Una riflessione che mette la scuola al centro di un ragionamento a tutto campo su presente e futuro delle aree interne.
Partiamo da un punto centrale: perché è così importante ripartire dalle scuole nei territori del cratere sismico?
“Intanto direi nel cratere ma anche fuori dal cratere. Nel nostro programma di ricostruzione c’è una presenza tutt’altro che marginale anche di plessi scolastici fuori cratere. Consideriamo che parliamo di circa 450 edifici nel territorio interessato.
E’ importante perché una comunità si mantiene, perché di questo si tratta, se sono garantiti tutti i servizi essenziali, ma in particolare la scuola, che è evidentemente il luogo che consente alle famiglie di affermare il diritto a restare. La Commissione europea ha fatto proprio il “diritto a restare” come elemento che va ad alimentare il processo di coesione e dunque il principio con cui l’Europa vuole evitare i divari tra aree dell’Unione. Nell’ultima elaborazione del concetto di coesione hanno appunto inserito anche il diritto a restare. Quindi noi oggi dobbiamo aiutare tutte le comunità svantaggiate, il nostro sud e quello della Spagna per esempio, ma anche tutte quelle comunità che devono favorire il diritto a restare dei giovani.
La comunità è tale se garantisce anche questo servizio fondamentale per le famiglie. Non voglio fare classifiche, se viene prima la scuola o l’ospedale, però se parliamo di comunità e di relazioni, l’educazione e la formazione sono cose non prescindibili, valori civili non negoziabili”.
Questi temi rientrano nel perimetro delle attività di “riparazione” che il Governo ha voluto attribuire al Commissario per la ricostruzione…
“Si, esatto. Il Governo ha voluto estendere il ruolo del Commissario anche a questa funzione, perché si è sempre più chiarito il fatto che intervenire sui fabbricati senza creare e mantenere il sostegno sociale sarebbe stato, oltre che antieconomico, particolarmente iniquo. In questo senso, oltre che riparare le cose, per esempio noi abbiamo avviato tutta una serie di accorgimenti normativi che possono consentire, nel tempo della ricostruzione, di non disperdere il servizio scolastico, per quanto possibile. Un esempio concreto: con il decreto legge 3 del 2023 le scuole del cratere sono autorizzate, con stanziamento idoneo, a mantenere le classi anche in deroga rispetto agli standard numerici richiesti dal Ministero. Quindi fino al 2028-2029 i sindaci sono garantiti. Però questa garanzia, visto che poi arriverà l’anno scolastico 2029-2030, non li esime dal cominciare a ragionare anche su una riorganizzazione del servizio scolastico.
Io dico che è bene mantenere le classi, mi sto battendo per questo, anche cercando di mantenere dove necessario le pluriclassi. Però l’educazione è anche socialità. Il bambino ha anche bisogno di stare con altri bambini. Poi, per certi versi, anche la pluriclasse ha una sua valenza: ci sono dei modelli emiliani molto interessanti con personale specializzato per questa tipologia. La pluriclasse di per sé non è incapacitante o limitante, però è necessario che questo modello sia sostenuto da docenti appositamente formati”.
Non rischiamo di avere edifici adeguati, sicuri, efficienti destinati ad una manciata di studenti? La denatalità è un problema che va molto oltre il tema delle strutture…
“Sì, è questo il tema centrale. Noi dobbiamo, come struttura commissariale, porci l’obiettivo realistico di ridurre il dato. Il dato demografico oggi è quello che è. La ricostruzione nelle nostre zone, con lo sviluppo che ha avuto, sta alleggerendo la curva demografica, la sta migliorando; ma quello della denatalità è un dato di tutta l’Italia, di tutta l’Europa: i bambini saranno di meno.
Quindi, comunque, al di là del terremoto, di quello che stiamo facendo, si impone una riflessione profonda. Noi, lei ed io ad esempio, siamo baby boomer: negli anni Sessanta a nascere eravamo un milione, adesso sono 350mila. Questo è il convitato di pietra, non solo della nostra intervista, ma di tutta la ricostruzione”.
Lei è stato Sindaco di Ascoli Piceno e quindi ha anche questa esperienza nel suo bagaglio. Se oggi dovesse suggerire al Sindaco di un piccolo Comune delle aree interne, terremotato, a rischio spopolamento, qualche attenzione per far tornare, o arrivare, giovani famiglie e quindi anche bambini, cosa consiglierebbe?
“La prima cosa, secondo me, è, come dicevamo prima, il servizio scolastico che, per quanto possibile, deve essere mantenuto; e poi il lavoro, perchè la famiglia sceglie di vivere dove c’è lavoro, possibilità di avere il pane quotidiano, e dove c’è prospettiva per i propri ragazzi.
Però, visto che non tutti i servizi possono essere erogati ovunque, bisogna anche aggiungere la disponibilità a creare flussi e reti. L’urbanista Carlos Moreno ha plasmato il concetto della “città dei quindici minuti”. Ecco, io stimolo tutti i primi cittadini, e non solo loro, a creare reti, flussi, perché il vero tema è di non essere trascurati dai flussi, di non essere marginali rispetto ai flussi della vita.
Quindi, da questo punto di vista, mettere al centro la scuola, la creazione di occasioni di lavoro, e, in generale, la capacità, che non è secondaria, di evitare che vadano via quelli che ci sono. Vito Teti parla di restanza. La restanza è una posizione psicologica che porta a scegliere di rimanere dove si è nati, non per una passiva accettazione ma perché si è disposti a migliorare la propria terra, a renderla più performante e vivace. Dobbiamo fare un appello alla restanza”.
Accanto al primo convitato di pietra che abbiamo citato ce n’è un secondo, che con la scuola ha uno stretto rapporto: il lavoro. Che occasioni vanno create nei territori interni?
“Il lavoro deve essere di qualità. Da questo punto di vista, noi stiamo agendo su due livelli. Uno, attraverso “Sviluppo Lavoro Italia”, la società in house del Ministero del Lavoro, stiamo cercando quanto più possibile di costruire percorsi per diventare imprenditori e quindi sulle opportunità offerte dall’autoimprenditorialità. Ci sono esperienze che dimostrano che si può fare impresa anche nell’Appennino centrale e i nomi di queste aziende sono noti a livello nazionale e internazionale. Dobbiamo concentrarci sulla possibilità di poter fare prosperità anche a casa propria, iniziando dalla scuola e proseguendo con il lavoro.
Poi la seconda questione, che non è secondaria, è quella di creare anche condizioni di solidarietà e socialità, perché è evidente che l’invecchiamento, la non autosufficienza sono temi che toccano i paesi, le città e le periferie. Da questo punto di vista, il tema del silver housing e della possibilità di creare borghi dove poter vivere anche l’ultima parte della vita è un’altra grande questione. E qui le opportunità lavorative sono tante e qualificate”.
In questo numero del giornale parliamo anche della “scuola che vorrei” dal punto di vista della tipologia degli edifici scolastici. In base a quello che è stato fatto fino ad oggi per la ricostruzione, quale è il risultato che ha trovato più interessante?
“Le migliori esperienze sono quelle che stiamo realizzando insieme alla Andrea Bocelli Foundation, che in alcuni borghi dell’entroterra ha sviluppato un modello pedagogico di “scuola appenninica”. Ne abbiamo già alcune: per esempio a Muccia, Sforzacosta e San Ginesio. E’ una scuola che crea tanti spazi di condivisione, quasi fossero delle case: entri e hai un grandissimo ambiente accogliente, perché la scuola non è solo per i ragazzi, ma per tutta la comunità e quindi è h24. Questo è un modello che ci è piaciuto proporre dove possibile, tenendo presente che la sicurezza e la sostenibilità energetica sono condizioni che vengono ovunque e sempre assicurate”.
