L’emergenza sociale posta in fondo all’agenda politica

L’emergenza sociale posta in fondo all’agenda politica

La povertà in Italia resta alta e ormai strutturale mentre le misure attuali si rivelano insufficienti a sostenere famiglie, minori e lavoratori fragili. L’Alleanza contro la povertà richiama a interventi coraggiosi e duraturi, capaci di garantire diritti, dignità e protezione sociale a una quota crescente di cittadini.

di Antonio Russo

Portavoce nazionale dell’Alleanza contro la povertà


Che la povertà in Italia sia un’emergenza sociale ormai radicata e strutturale è un fatto innegabile. Alleanza contro la povertà, con le organizzazioni che ne fanno parte, lo denuncia da tempo, ma a lanciare l’allarme è anche l’Istituto di Statistica nazionale, che anno dopo anno svela numeri spaventosi: il rapporto pubblicato proprio il mese scorso (Istat, La povertà in Italia – Anno 2024) parla di oltre 5,7 milioni di persone che nel nostro Paese vivono in condizioni di povertà assoluta. Queste rappresentano quasi il 10% della popolazione: il 9,8%, per l’esattezza. Stiamo parlando di circa 2,2 milioni di famiglie, una quota pressoché identica a quella del 2023. La situazione è stabile, insomma, ma è tutt’altro che una buona notizia: significa infatti che la povertà si è cristallizzata, laddove non sia addirittura aumentata.

Volendo continuare a esaminare la realtà attraverso gli ultimi dati Istat, balza agli occhi come la povertà assoluta colpisca in misura particolare i minori: circa 1,3 milioni sono quelli che vivono in questa condizione, pari al 13,8% dei minori residenti. E le conseguenze, in termini sociali, educativi e di futuro, sono pesantissime. Molto colpite anche le famiglie numerose: il 21% di quelle composte da almeno 5 persone è un povertà assoluta. Bisognerebbe riflettere su questo dato, quando si parla di denatalità in Italia e si immaginano nuove politiche demografiche. Il nostro Paese è il più anziano d’Europa e, nel mondo, tra quelli con il tasso di natalità più basso.

Ma non è solo la povertà assoluta a destare preoccupazione: nel 2024, anche quella relativa è cresciuta, coinvolgendo il 10,9% delle famiglie e il 14,9% degli individui. Un’altra folta schiera di potenziali poveri, che attendono una risposta che dia speranza per il futuro.

Questa la situazione nel nostro Paese, tratteggiata in pochi, ma eloquenti numeri.

Se l’Italia piange, l’Europa non ride

E in Europa? Non va molto meglio, a quanto pare. L’inflazione e la crisi economica, produttiva e abitativa hanno infatti incrementato il numero di persone in povertà di oltre 4 milioni in due anni, secondo i dati Eurostat 2024. Va detto però che, rispetto all’Italia, gli altri Paesi europei sembrano meglio attrezzati per sostenere chi non ce la fa: come riportato nell’ultimo documento di Alleanza contro la povertà, infatti, una ricerca della Banca Mondiale del 2024 su 8 nazioni europee rileva che in Germania nell’anno 2022 la misura di reddito minimo assicurava una copertura al 6,4% della popolazione, in Francia al 6,10%, in Grecia 5,7% della popolazione. In Italia i beneficiari del Reddito di cittadinanza erano il 4,20% della popolazione (2022); nel 2024 i beneficiari dell’Assegno di inclusione sono scesi al 2,50% della popolazione.

A livello europeo, occorre ed è possibile certamente fare di più: Alleanza contro la povertà in più occasioni ha chiesto all’Unione Europea di rispettare e realizzare il Pilastro europeo dei diritti sociali, a partire dall’obiettivo fondamentale di ridurre il numero di persone in condizione di povertà o esclusione sociale di 15 milioni entro il 2030, attraverso una strategia europea di contrasto alla povertà.

Un segnale preoccupante: spese militari in aumento
Nello specifico, la situazione italiana ci preoccupa particolarmente. E ci allarma la grave disattenzione che la politica nel corso degli anni ha dimostrato nei confronti di questo tema, dal quale dipende non solo la crescita economica, politica e sociale del nostro Paese, ma prima ancora il benessere presente e futuro di chi lo abita.

Partiamo da una riflessione, che pure in questi tempi è opportuno rilanciare in tutte le occasioni possibili: il nostro Paese, in ottemperanza agli obblighi comunitari e alle pressioni figlie della corsa al riarmo, promette e annuncia un aumento delle spese militari. Un impegno che ci preoccupa enormemente perché le armi portano dolore, distruzione e morte e mai hanno portato la pace.

Non vorremmo quindi per mancanza di risorse sopportare ulteriori tagli alla spesa sanitaria e sociale.

L’impegno per la risoluzione dei conflitti, il disarmo e la costruzione di un mondo di pace è quindi la priorità che sottoponiamo a tutte le istituzioni nazionali e internazionali, anche come condizione per affrontare con strumenti più efficaci l’aumento della povertà nel nostro Paese e nel mondo dove, secondo la Banca Mondiale, attualmente oltre 700 milioni di persone vivono in condizioni di indigenza estrema.

La fine delle oltre cento guerre in corso sul pianeta sarebbe il primo passo verso la ripresa dello sviluppo socioeconomico e il ripristino della dignità e dei diritti di un’umanità esclusa dalle logiche delle superpotenze mondiali.

I poveri: per la Chiesa una scelta ineludibile

Per una umanità sempre più interconnessa e accomunata dallo stesso destino, ripartire dalla centralità dei più fragili dovrebbe essere un obbligo etico, economico e politico. Il richiamo costante ad una nuova responsabilità verso i poveri apre e caratterizza anche il Magistero sociale di Papa Leone XIV, che nell’Esortazione apostolica “Dilexi te” gli assegna un posto speciale nella Chiesa e invita tutti a una profonda riflessione sull’urgenza di risposte non più rimandabili.

Come per ogni documento magisteriale, il Papa non si rivolge solo ai cristiani, ma a tutte le donne e gli uomini della terra analizzando, nell’Esortazione, le cause che determinano la povertà nelle sue differenti declinazioni. Se ne coglie, implicitamente, un invito a ritenere che la povertà abbia cause profonde, determinate da scelte economiche in cui il profitto e l’interesse privato hanno assunto una centralità che produce la cultura dello scarto e condanna milioni di persone alla fame o alla perdita della dignità di esseri umani.

I poveri, quindi, sono per la Chiesa una sfida ineludibile: non sono solo i destinatari del diritto a una vita e a un lavoro dignitoso, a un’esistenza eguale agli altri esseri umani, ma, per i cristiani, sono la via di una possibile evangelizzazione. La loro condizione ci interroga al punto da metterci a nudo di fronte alle nostre debolezze. Non vi è dubbio che un messaggio così forte e diretto interroga ognuno di noi e chiede all’economia e alla politica di fermarsi a riflettere sulle ricadute di scelte che orientano la crescita della povertà.

Strumenti insufficienti: lo dicono i numeri

I numeri, per quanto incapaci di raccontare il dramma di chi vive in una condizione di fragilità sociale, non lasciano spazio a giustificazioni possibili.

Questa è la ragione per la quale una rete storica di organizzazioni sociali, che 12 anni fa ha scelto di camminare insieme per studiare e promuovere politiche di contrasto alla povertà in Italia, non ha rinunciato e, non rinuncia, a denunciare le disattenzioni o, peggio ancora, il disinteresse dei governi che si sono succeduti intanto che la triste contabilità dei poveri assoluti cresceva. Servono strumenti nuovi, politiche e riforme non più rinviabili.

A proposito di strumenti e di politiche, occorre registrare come le misure attuali di contrasto alla povertà si siano rivelate insufficienti, inadeguate e inefficaci. L’unico risultato positivo ottenuto nel passaggio dal Reddito di cittadinanza alle nuove misure Adi (Assegno di inclusione) e Sfl (Supporto alla formazione e al lavoro) è un risparmio di spesa. Ogni risorsa reperita per l’economia del Paese è certamente benedetta, soprattutto se reinvestita per una giusta causa. Tuttavia, nella circostanza indiscutibilmente fotografata dai numeri, ci chiediamo cosa ci sia di più importante che riconsegnare la dignità di cittadini e 6 milioni circa di persone. Francamente ci sfugge il merito di un’operazione che non ha nulla a che vedere con la sola contabilità dello Stato.

Per misurare l’incapacità dell’Assegno d’inclusione e del Supporto alla formazione e al lavoro, ci bastano pochi numeri, forniti in questo caso dall’Osservatorio dedicato dell’Inps: nel periodo gennaio 2024 – giugno 2025, i nuclei familiari che hanno beneficiato per almeno un mese dell’Assegno di Inclusione sono stati 868 mila, per un totale di circa 2,1 milioni di persone. È più che evidente quanto siano distanti dal raggiungere l’intera popolazione dei poveri assoluti nel nostro Paese. Perché questa drammatica forbice si riduca, occorre mettere con urgenza mano a questi strumenti, innanzitutto ripristinando il criterio dell’universalismo selettivo, principio irrinunciabile delle politiche contro la povertà: in altre parole, i supporti non possono essere riconosciuti e concessi in base a categorie, ma devono essere accessibili per tutti coloro che si trovino in certificata e provata condizione di povertà assoluta e quindi di bisogno.

Da tutto questo, siamo al momento estremamente lontani. Né pare avvicinarsi al traguardo quanto previsto nella legge di Bilancio 2026. Il testo prevede, per la povertà, nient’altro che una coperta troppo corta.

Da un lato si aggiungono risorse: precisamente, si prevede un incremento di 380 milioni di euro per l’anno 2026, di 393 milioni di euro per l’anno 2027, di 397 milioni di euro per l’anno 2028, di 402 milioni di euro per l’anno 2029, di 406 milioni di euro per l’anno 2030, di 411 milioni di euro per l’anno 2031, di 416 milioni di euro per l’anno 2032 e di 422 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2033.

Dall’altra parte, però, si toglie: si riducono innanzitutto le risorse per l’assunzione dei beneficiari dell’Adi (di 54 milioni di euro per l’anno 2026 e di 90 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2027), ma soprattutto si depaupera il Fondo per il sostegno alla povertà e per l’inclusione attiva ( di 267,16 milioni di euro per l’anno 2026, di 346,95 milioni di euro per l’anno 2027, di 336,23 milioni di euro per l’anno 2028, di 268,71 milioni di euro per l’anno 2029, di 212,86 milioni di euro per l’anno 2030, di 145,48 milioni di euro per l’anno 2031, di 75 milioni di euro per l’anno 2032, di 2,49 milioni di euro per l’anno 2033 e di 2,07 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2034).

Qualche piccolo effetto positivo possiamo forse attenderci dall’esclusione del valore catastale della prima casa dal calcolo dell’Isee. Questo potrebbe avere implicazioni significative in particolare sull’accesso all’Assegno di inclusione, con potenziali ricadute sulle famiglie in condizioni di povertà. Fra le conseguenze, quindi, anche la possibilità per alcuni nuclei familiari, sinora esclusi, di aver accesso alla misura.

Parliamo comunque di provvedimenti marginali, come il rifinanziamento della “carta acquisti”, e di un’attenzione del tutto inadeguata rispetto a quella che la povertà e i poveri nel nostro Paese richiederebbero.

L’urgenza di un piano serio e duraturo

Non è più il tempo delle misure timide e prudenti: servono politiche coraggiose e di ampio respiro, di medio e lungo termine, che non disperdano risorse in provvedimenti una tantum. Servono misure dirette, universali e continue e, non meno, servono serietà, responsabilità e determinazione nella lotta contro la povertà. Come Alleanza contro la povertà, abbiamo più volte indicato la strada, anche attraverso analisi e proposte che ultimamente abbiamo presentato ai rappresentanti delle forze politiche (si veda il documento “La povertà in Italia: dati, riflessioni, analisi e prospettive”).

Primo, allargare la platea dei beneficiari delle misure di sostegno, superando gli attuali criteri categoriali; secondo, ridurre i vincoli di residenza, che oggi penalizzano gli stranieri; terzo, consentire l’integrazione con redditi da lavoro, per evitare che l’uscita dalla misura coincida con il ritorno alla povertà; quarto, indicizzare pienamente i benefici all’inflazione, per garantire il potere d’acquisto; quindi, rafforzare i servizi sociali territoriali, così da accompagnare i nuclei con percorsi di inclusione.

Ancora, a livello più generale, occorre attivare un tavolo tecnico-politico permanente e un intergruppo parlamentare, mettere in campo misure straordinarie di contrasto alla povertà e aumentare seriamente le risorse, investendo almeno il massimo storico finora impegnato nelle misure di contrasto alla povertà.

Non sappiamo quali saranno gli effetti dei marginali provvedimenti previsti nella legge di Bilancio. Quel che è certo è che non possiamo accettare che in Italia quasi un decimo della popolazione viva in povertà assoluta senza adeguata tutela. O si affronterà con strumenti idonei ed efficaci – alcuni dei quali abbiamo indicato in più di un’occasione – o la povertà nel nostro Paese non farà che aumentare, con tutto ciò che ne consegue in termini di sofferenze di molte famiglie italiane e di instabilità sociale.

Nell’emergenza determinata da un problema che tende a cronicizzare, è richiesto un programma serio e duraturo di lotta alla povertà sostenuto da un piano di riforme. Se dei poveri siamo chiamati ad occuparci tutti, a partire da chi ha il potere di governare un Paese e di indirizzarne le scelte legislative, allora nessuno può esimersi dal cercare soluzioni che non rimandino ancora scelte decisive. La povertà non è una macchia della quale accusare qualcuno. Non è una colpa di chi la subisce, ma piuttosto di chi la alimenta con un’economia predatoria e con politiche incapaci di farsi carico di chi vive in condizioni di difficoltà.

Il Paese, con il contributo di ognuno, della comunità nazionale e di quelle territoriali e con politiche e servizi all’altezza della sfida storica che ha di fronte, può trovare risposte ad un problema che interroga, oltre alla qualità della vita dei suoi cittadini, anche la qualità della sua democrazia.

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