Il Paese “fuori campo”: volti, ferite e semi di riscatto

Il Paese “fuori campo”: volti, ferite e semi di riscatto

La povertà in Italia appare sempre più diffusa e intrecciata a fragilità economiche, sociali e relazionali, richiedendo risposte integrate e uno sguardo rinnovato. Il Rapporto Caritas invita a “stare dentro” le ferite del presente: la prossimità diventa via di giustizia, speranza e responsabilità verso gli ultimi.

di don Marco Pagniello

Direttore di Caritas Italiana


Nei giorni in cui la Chiesa ha celebrato la IX Giornata Mondiale dei Poveri, Caritas Italiana ha presentato il “Rapporto su Povertà ed Esclusione Sociale in Italia 2025”. Il documento, “Fuori campo. Lo sguardo della prossimità”, offre uno sguardo profondo sulle molteplici forme di povertà che attraversano oggi il nostro Paese. I dati raccolti delineano un’Italia segnata da crescenti fragilità sociali, economiche e relazionali. Volti e storie di persone che vivono situazioni di grave deprivazione materiale, precarietà abitativa e lavorativa, insicurezza energetica e marginalità esistenziale. La povertà contemporanea spesso resta invisibile, silenziosa, frammentata e trasversale, toccando dimensioni diverse della vita. È la povertà di chi lavora, ma non riesce a vivere dignitosamente, la solitudine di chi vive iperconnesso, ma senza relazioni significative, di chi ha un’abitazione, ma non un luogo che possa chiamare davvero casa, di chi rinuncia al riscaldamento o alla luce. Di fronte a questa realtà così complessa, il Rapporto invita a non distogliere lo sguardo, ma ad “abitare” il terreno della fragilità, a “sporcarci le mani” nella prossimità, lasciandoci coinvolgere, per interrogarci sul senso di queste povertà e rispondervi con fedeltà evangelica e impegno concreto.

Un Paese più povero e disuguale

La povertà in Italia non accenna a diminuire, anzi diventa sempre più fenomeno strutturale. I dati mostrano una povertà assoluta che coinvolge oltre 5,7 milioni di persone e 2,2 milioni di famiglie, con una crescita di oltre il 40% nell’ultimo decennio. Tra i più colpiti, i minori e i lavoratori con salari bassi e contratti instabili: il lavoro, sempre più spesso, non basta più a garantire una vita dignitosa.

La rete delle Caritas italiane registra e accompagna questa complessità: nel 2024 i servizi informatizzati hanno accolto 277.775 famiglie. Più di una persona su due presenta almeno due forme di disagio. Il Rapporto evidenzia così che la povertà è un intreccio di vulnerabilità, che necessita di risposte integrate – sociali, pastorali, educative – e non solo interventi d’emergenza.

Sono dimensioni che denotano una povertà “multidimensionale” che si manifesta nella mancanza non solo di reddito adeguato, ma anche di condizioni abitative dignitose, salute, istruzione e relazioni sicure. Colpisce, ad esempio, la situazione dei minori: crescere in famiglie impoverite significa accumulare svantaggi che rischiano di pregiudicare le opportunità future, generando un circolo vizioso intergenerazionale.

Un approfondimento è dedicato anche alle insicurezze abitative e lavorative, componenti chiave della povertà multidimensionale. Le statistiche mostrano infatti che la condizione abitativa può fare la differenza tra una vita dignitosa e la caduta nell’indigenza. Analogamente, sul versante lavorativo emerge con forza il fenomeno dei working poor: avere un impiego non garantisce più di uscire dalla povertà.

L’analisi della Caritas ci consegna l’immagine di un’Italia nella quale povertà, disuguaglianza ed esclusione sociale formano un groviglio complesso e doloroso. Alle privazioni materiali (redditi insufficienti, fame, precarietà di lavoro e casa) si sommano povertà educative, relazionali e di senso: solitudini forzate, rottura dei legami familiari, dipendenze (come il gioco d’azzardo patologico) e violenze sommerse. È una rete fitta e spesso invisibile di vulnerabilità che disegna la mappa della fragilità del nostro tempo.

Di fronte a problemi tanto radicati, l’indifferenza o la rassegnazione sarebbero colpevoli. Occorre invece uno scatto di coscienza e responsabilità collettiva, una mobilitazione morale e civile che rimetta al centro il valore della fraternità. I dati, per quanto necessari, non bastano, ma bisogna leggerli “in controluce” per rintracciare in essi i segni dei tempi e ascoltare ciò che gli “ultimi” ci domandano in nome del Vangelo.

La Chiesa e la pastorale della prossimità

Nel suo Messaggio per la IX Giornata Mondiale dei Poveri, – «Sei tu, mio Signore, la mia speranza» (Sal 71,5) – Papa Leone XIV suggerisce la prospettiva da cui guardare la povertà affermando che non si tratta solo di un problema sociale, ma di una realtà in cui è all’opera una speranza paradossale e potente, di cui i poveri sono portatori e testimoni. I poveri, lo ripetiamo spesso, non sono infatti destinatari della nostra assistenza, quasi fossero oggetti passivi di carità, ma “fratelli e sorelle prediletti” che Dio ci dona perché attraverso di loro possiamo toccare con mano la verità del Vangelo.

Non ci è consentito spiritualizzare la fede dimenticando le piaghe sociali, né ridurre il servizio ai poveri a filantropia occasionale. Al contrario, ogni celebrazione e annuncio del Vangelo autentico devono tradursi in gesti di giustizia, di condivisione e di prossimità verso chi soffre. “Aiutare il povero è questione di giustizia, prima che di carità”, ricorda Il Santo Padre citando Sant’Agostino e questo significa impegnarsi, perché a ogni persona siano garantiti i beni fondamentali (il pane, la casa, il lavoro, la salute, l’istruzione) senza i quali la dignità umana è profondamente offesa.

La “pastorale della prossimità” è dunque una pastorale in uscita, che non aspetta che i poveri bussino alla porta, ma va a cercarli là dove sono, facendosi carico delle loro ferite con la tenerezza di una madre. La Chiesa, anzitutto, è chiamata a una vera conversione dello sguardo per vedere nei volti degli esclusi il volto di Cristo sofferente e, nello stesso tempo, cogliere in essi una sorgente di speranza per tutti.

Le parole pronunciate da Papa Leone XIV nell’Omelia del 16 novembre 2025, in occasione della Messa per il Giubileo dei poveri, rafforzano ulteriormente questo appello e risuonano come una chiamata urgente alla coscienza di credenti e non credenti. Commentando le letture bibliche, il Papa ha ricordato che “la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede”. Di fronte alla tentazione – sempre in agguato – di passare accanto ai drammi umani da “viaggiatori distratti” e di rassegnarci all’idea che “tanto il mondo è sempre andato così”, il Papa scuote la nostra passività, incoraggiandoci a mantenere “la capacità di indignarsi e di provare compassione”, a non lasciare che l’abitudine spenga la solidarietà. In particolare, Leone XIV ha lanciato un forte appello affinché quanti si dedicano ai poveri – e in generale tutti gli uomini e le donne di buona volontà – diventino coscienza critica nella società. La Chiesa, in altre parole, deve alzare la voce profetica in difesa degli ultimi, pungolando le istituzioni e l’opinione pubblica a non accettare l’ingiustizia come dimensione inevitabile della vita.

Caritas, caratterizzata dalla sua missione pedagogica, si sente chiamata dunque a formare sguardi nuovi, a consegnare alle comunità quel “cannocchiale che insegna a guardare oltre”, come ha detto Papa Leone XIV nel Discorso agli studenti partecipanti al Giubileo del mondo educativo il 30 ottobre scorso. È un’educazione che si fa cultura, che ci spinge a ripensare noi stessi alla luce degli ultimi, a riscoprire la democrazia della prossimità, la pace che nasce dal basso, la fraternità come architettura possibile del futuro.

I credenti, insieme a tanti altri cittadini sensibili, sono chiamati a “disturbare” le coscienze assopite, denunciando le cause strutturali della miseria e proponendo modelli alternativi di sviluppo fondati sul bene comune. Significa adoperarsi, perché nelle scelte politiche ed economiche non prevalga la logica del profitto egoistico, ma la tutela della dignità umana e della casa comune. È un ruolo scomodo, ma indispensabile se si vuole davvero essere fermento di conversione sociale, “sale e luce” in questo nostro tempo.

“Fuori campo” è soprattutto un invito ad allargare gli orizzonti, a non restare dentro i confini dell’abitudine, a decentrarsi continuamente, pur rischiando di perdere l’equilibrio, per lasciarsi sorprendere dal reale. È lo sforzo di chi, pur consapevole della complessità, non smette di credere che ogni persona porti in sé un germe di riscatto. È la convinzione che il cambiamento non si misura solo con gli indicatori economici, ma con la capacità di promuovere l’umano, di ridare fiducia, di generare relazioni.

È fondamentale, allora, continuare leggere e analizzare le povertà della storia e farlo come comunità che impara a guardare con occhi rinnovati e cuori inquieti. Ha senso perché la fedeltà allo sguardo della prossimità è già una forma di speranza e perché fuori campo – là dove spesso nessuno guarda – si nasconde il principio di un mondo nuovo. E avrà sempre più senso quando diventeremo in grado di accogliere e rintracciare quelle pietre di scarto che attendono di diventare testate d’angolo dei nostri piani pastorali, cuore dell’agenda politica, punto di partenza delle molteplici dimensioni che definiscono il nostro vivere comune. Ancora una volta, a tutti, il nostro appello a ripartire dagli ultimi.

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