La scuola al bivio. Mercato o democrazia?

La scuola al bivio. Mercato o democrazia?

Massimo Baldacci, una delle figure più autorevoli della pedagogia, analizza la crisi del sistema d’istruzione, denunciando la deriva neoliberista che trasforma la scuola in un ufficio di collocamento subordinato alle logiche del mercato. L’autore propone il ritorno a una pedagogia critica volta alla formazione integrale dell’uomo e alla salvaguardia dei valori democratici

di Serena Gregorini


Il presente contributo si configura come una riflessione organica sul sistema d’istruzione, ponendosi in perfetta linea di continuità con le trattazioni e le analisi critiche sviluppate all’interno di questo numero della rivista. Il testo analizzato, infatti, intercetta le tensioni cruciali del dibattito educativo contemporaneo, offrendo una prospettiva che coniuga rigore scientifico e impegno civile.

L’autore è Massimo Baldacci, professore ordinario di Pedagogia generale presso l’Università degli studi “Carlo Bo” di Urbino e già presidente della Società italiana di pedagogia. Il professor Baldacci si attesta come una delle figure più autorevoli nel panorama accademico italiano.

Nel suo volume “La scuola al bivio. Mercato o democrazia?”, del 2019, Baldacci sistematizza una critica serrata alle derive neoliberiste, proponendo un’analisi che non è soltanto pedagogica, ma profondamente politica e sociologica. L’opera si inserisce in un solco teorico che vede la scuola come istituzione cardine della democrazia, minacciata oggi da una logica che tende a trasmutare l’istruzione in un servizio orientato al mercato. Questo spostamento di paradigma, che potremmo definire come il passaggio dalla paideia alla formazione del capitale umano, rappresenta il nucleo problematico dell’intera trattazione.

Il fulcro teorico del testo è rappresentato dalla metafora del “bivio”, un’immagine che descrive la condizione di stallo e, al contempo, la necessità di una scelta radicale per il sistema educativo. Baldacci recupera consapevolmente il riferimento a Jacques Maritain e al suo celebre “Education at the Crossroads”. Se per Maritain il crocevia imponeva una scelta tra democrazia e totalitarismi storici, nell’analisi di Baldacci il nemico attuale è più “morbido” ma non meno insidioso: la dittatura del mercato. La tensione si gioca tra due polarità opposte: da una parte il modello neoliberista, orientato all’efficienza, alla produttività e alla competizione esasperata; dall’altro il modello democratico, fondato sull’emancipazione, sulla partecipazione e sullo sviluppo integrale della persona.

La scelta non riguarda solo l’organizzazione scolastica, ma il tipo di antropologia che si intende promuovere: formare un “uomo unilaterale”, ovvero un produttore tecnicamente competente ma politicamente atomizzato e conformista, oppure un “uomo completo”, capace di essere al contempo produttore e cittadino attivo.

Nella prima sezione del volume, l’autore analizza la crisi dell’autonomia della pedagogia. Negli ultimi decenni, la politica ha progressivamente assoggettato la scuola alle esigenze della produzione, riducendo la pedagogia a un mero apparato tecnico-amministrativo volto a certificare l’acquisizione di skill spendibili nel mercato del lavoro. Baldacci rivendica con forza la necessità che la pedagogia recuperi la propria autonomia epistemologica. Essa deve tornare a essere una “scienza critica” capace di interrogarsi sulle finalità ultime dell’educazione anziché limitarsi alla gestione dei mezzi tecnici. La scuola, sostiene l’autore con un’immagine biblica, non può essere “serva di due padroni”: deve decidere se la sua missione prioritaria sia rispondere agli imperativi del Pil o ai valori della Costituzione.

Si può osservare come questa analisi sia coerente con la critica di Habermas, recentemente scomparso, alla “colonizzazione del mondo della vita” da parte dei sistemi tecnico-economici. Il riferimento, pur non essendo esplicito, è connesso con il quadro teorico di Baldacci. La colonizzazione del mondo vitale è per il filosofo della Scuola di Francoforte quel processo per cui i sistemi economico e statale (denaro e potere) invadono le relazioni comunicative del mondo vitale, distruggendone il potenziale emancipativo.

I modelli teorici di riferimento che il pedagogista prende ad esempio sono John Dewey e Antonio Gramsci. Baldacci non vuole certamente proporre un ritorno nostalgico al passato, ma si serve di questi autori e del loro pensiero, come strumenti euristici per interpretare il presente. John Dewey viene ripreso per la sua idea di scuola come “comunità democratica” e laboratorio di vita sociale. Per Dewey, la democrazia non è solo una forma di governo, ma un modo di vivere associato che richiede una specifica formazione del pensiero riflessivo. Antonio Gramsci fornisce, invece, la base per l’idea della “scuola unitaria” e della formazione dell’uomo completo. Gramsci sottolinea l’importanza del rigore intellettuale come strumento di liberazione delle classi subalterne: l’accesso alla cultura alta non è un privilegio borghese, ma un diritto democratico necessario per trasformare la realtà. Entrambi i modelli, pur nella loro diversità, convergono nel rifiutare una scuola intesa come dispositivo di addestramento professionale precoce, sostenendo invece un’istituzione pubblica orientata alla formazione integrale.

I nodi della formazione nella scuola contemporanea sono enucleati nella terza parte del volume in cui Baldacci declina i principi teorici in questioni concrete che affliggono la scuola italiana. La Scuola della Costituzione è il primo nodo. Baldacci evidenzia lo scollamento tra il dettato costituzionale (artt. 3, 33, 34) e le politiche scolastiche recenti. La scuola delineata dalla Carta è laica, inclusiva e volta a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana; una promessa che l’autore definisce come “realizzazione incompiuta”. Il rapporto scuola-lavoro è il secondo tema cruciale. Se tutto sembra muoversi per preparare chi entra nella scuola al mondo della produzione e del profitto, l’autore critica nettamente la subordinazione dell’istruzione alle esigenze contingenti delle imprese. La critica è rivolta a una visione della formazione ridotta a preparazione di lavoratori flessibili, privi di quegli strumenti critici necessari per comprendere i mutamenti strutturali del mondo del lavoro. Altri nuclei essenziali attorno a cui si sviluppa l’ultimo passaggio concettuale del testo sono quelli dei media digitali e del tecnicismo, da una parte, e della critica delle competenze dall’altra. Sul fronte tecnologico, Baldacci mette in guardia da una “digitalizzazione acritica”. Non si tratta di rifiutare l’innovazione, ma di evitare che i media diventino strumenti di omologazione culturale. L’educazione deve mirare a un uso consapevole e critico delle tecnologie, integrate in un solido quadro culturale. E risulta quanto mai attuale viste le dichiarazioni e le intenzioni normative di cui troppo spesso si sente parlare. Allo stesso modo risulta estremamente incardinata nell’ampio discorso sulla scuola, anche la disamina sulle competenze. Il punto è connesso alla critica all’enfasi eccessiva sulle competenze intese come indicatori meramente misurabili e standardizzati. Baldacci sostiene che una scuola democratica non debba inseguire il tecnicismo della misurazione, ma debba integrare le competenze all’interno di una vasta formazione culturale.

L’ultimo grande tema affrontato dall’autore e verso cui pare tendere tutto l’impianto della riflessione è l’importanza dell’educazione allo spirito critico: è questo il vertice della proposta di Baldacci. Solo lo sviluppo di capacità analitiche e di giudizio autonomo può contrastare la “dittatura morbida” del mercato e permettere la costruzione di una cittadinanza consapevole. La maturazione di una capacità critica è il risultato complessivo e di lungo termine dell’intera formazione scolastica, attraverso il concorso delle varie discipline, perfino dell’intero complesso scolastico.

In conclusione, “La scuola al bivio. Mercato o democrazia?” si presenta come un’opera rigorosa e profondamente politica, capace di tenere insieme l’astrazione della teoria e l’urgenza della prassi. Il messaggio di Baldacci è inequivocabile: la crisi della scuola è la crisi della democrazia stessa. Per uscire da questa impasse, è necessario che il sistema d’istruzione rivendichi il proprio ruolo di istituzione democratica, sottraendosi alla logica del profitto per rimettere al centro l’uomo e la sua capacità di trasformare il mondo.

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